© Giuliana Caporali
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 Vivaisabella, Autoritratto con libro, 1955, CC BY-SA 4.0

Vivaisabella, Autoritratto con libro, 1955, CC BY-SA 4.0

Allieva di Roberto Melli, Giuliana Caporali si è formata nel contesto della “Scuola Romana”. Il padre, Rodolfo Caporali, docente dell’Accademia di Santa Cecilia, la educa alla raffinata complessità della musica classica europea e la pittrice tutt’oggi si esercita con il suo pianoforte in un minuetto di Beethoven. Espone nella VII quadriennale d’Arte di Roma e nella XXVIII Biennale Internazionale di Venezia del 1956. Nel 1961 espone a San Paolo in Brasile e presso l’Istituto di Cultura Italiana a Stoccolma. Non manca in Caporali il confronto con la figura umana, tra i ritratti, un sobrio autoritratto con libro del 1955, esposto presso la galleria comunale di arte moderna di Roma, nel quale la giovane pittrice stringe tra le mani un volume, quasi rappresentare l’affezione per il sapere come strumento di emancipazione e un più tardo autoritratto nel 1958, nell’atto di dipingere, rigorosa, con in mano gli strumenti del lavoro dell’artista. Delle sue primissime opere il pittore Eliano Fantuzzi scrive: «mi sento attratto dalla misura e dal rigore di questi paesaggi urbani dipinti con nitidezza, ove la geometria delle case è pretesto di armonie pittoriche; nei paesaggi marini, sono invece le soluzioni pittoriche ad essere pretesto di geometria».

© Giuliana Caporali

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Nelle città della Mitteleuropa le sue esposizioni si intrecciarono con la diplomazia culturale italiana: nell’ex Germania Federale espone nel 1985 in Baviera, presso l’Istituto Italiano di Cultura, a Wetzlar in Assia e nel 1989, in Austria, a Vienna. Nella sua pittura la rappresentazione monolitica della metropoli e delle fortificazioni si configura come profondamente concettuale, ma non le riduce ad un astrattismo criptico e al contrario presenta, secondo Carlo Belli, la realtà dell’ambiente collettivo in una foresta di parallelepipedi che emerge in ogni suo quadro entro il quale l’uomo è indissolubilmente incastonato. Le città verticali della pittrice si proiettano in un’ascesa diretta verso il Sole. Ed è proprio da questa luce onnipresente che trasforma la moltitudine dei grattacieli in metropoli-fortezze. Una sovrapposizione che si reifica in un suo 50×60 dove il al castello di tonalità rosso gentile dalle fattezze che ricordano la struttura ghibellina si sovrappone la metropoli razionalista di un azzurro limpido. Come annotava nel luglio 1985 lo storico dell’arte Mario d’Onofrio a margine della mostra all’Istituto italiano di Cultura di Monaco di Baviera «la dimensione umana si pietrifica nelle nuove casetorri incombenti», ma non priva l’arte dell’eleganza della speranza che si pone al di sopra dello spazio e del tempo.

© Giuliana Caporali

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La poliedrica pittura dell’artista invita ad un interiorizzato viaggio nel tempo ed è nell’azzurro e nel rosso del Mediterraneo rinascimentale che l’osservatore si ritrova osservando “I Pastelli di Giuliana Caporali”, ai quali Carlo Fabrizio Carli ha dedicato un’interessante monografia che raccoglie alcune delle sue più interessanti opere prodotte tra il 1994 e il 1999. Caporali attraverso i pastelli recupera le tracce della presenza fisica e materiale di quegli apparati di difesa eretti dalle autorità statali per proteggere i loro cittadini. In questa fase artistica la pittrice passa dalla realtà massificante della modernità capitalistica alla solidità del paesaggio dei fortilizi moderni e medievali. Le torri ricordano la struttura dei castelli, sui quali solo talvolta, raramente, si impianta una torre angioina o arabeggiante, e dove predomina la solida struttura normanno-sveva prima, e aragonese poi. Castelli e fortezze che in una dimensione atemporale si manifestano con delicatezza e al contempo con la solidità che rimarca la loro reale funzione, inespugnabili e saldi baluardi di pietra su promontori rossi e verdi o a margine dell’azzurro ‘mare nostrum’. I pastelli rimarcano un rigore sempre elegante che si tinge talvolta di luce lunare e acquista tratti romantici. In questo caso la ‘Sehnsucht’ è incombente, ma non prevale mai sul senso di sicurezza, perché le fortezze sono solide, nella loro elegante sobrietà e le loro mura e le torri sono pronte a reggere e lo scontro. Mario d’Onofrio scriverà nel 1998 ammirato della salda compattezza dei suoi fortilizi che sono «contrassegnati tutti da spazi chiusi, impenetrabili con torrioni massicci che scandiscono mura serrate, i vari castelli sembrano alludere significativamente alla forza interiore dell’animo che nella piena fiducia di sé stesso si contrappone alle avversità».

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In una digressione temporale: l’artista porta l’osservatore nel mondo classico. Il suo “Teatro romano”, completato nel 1993 dove il gioco di contrasti è tra l’azzurro del cielo e del mare e il roseo colore della pietra antica. Forma e stile che rimandano subitaneamente al suo “Terra di Magna Grecia” del 1992, dove è il verde a fare da contorno alla perfezione geometrica del tracciato di un teatro ellenico. Infine Giuliana Caporali produce una corposa rappresentazione della “Gigantomachia” nella quale i soggetti mitologici ellenici e romani prendono forma in una plasticità che genera su tela musei immaginari di una civiltà latente; e nella lotta tra lapiti e centauri (olio su tela del 2005) il mito rivive e sembra quasi in movimento.

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