Illumination © Giovanni di Paolo London, British Library.
Illumination © Giovanni di Paolo London, British Library.
Claudia Rogge, EverAfter, Paradise I, 2010 © Galleria Paola Verrengia Salerno

Claudia Rogge, EverAfter, Paradise I, 2010 © Galleria Paola Verrengia Salerno

Le porte di palazzo rhinoceros, progettato per Alda Fendi da Jean Nouvel, si aprono su una realtà alienante, facendo ben presto dimenticare il caratteristico e storico quartiere romano di Trastevere nel quale è ubicato. L’artista tedesca Claudia Rogge (Düsseldorf, 1968) apre la strada al visitatore con la serie “EverAfter” (2011), la quale si compone di grandi formati, digitalmente manipolati, che riproducono l’individuo all’interno di una massa anonima, inquietante e, tuttavia, capace di suscitare meraviglia per la qualità estetica. L’ispirazione è quella della Divina Commedia di Dante, cui quest’anno ricorre il VII centenario dalla morte. I tre regni vengono così riproposti in una chiave contemporanea che unisce l’estetica da copertina glossata di un magazine di moda, alla statuaria corporeità rinascimentale tipica di artisti come Michelangelo.

Per Claudia Rogge, il percorso di ricerca artistica si articola sulla riflessione del binomio individuo – massa, prendendo poi forma attraverso la teatrale manipolazione digitale di scatti fotografici sovrapposti più volte fino a comporre architetture sofisticate e drammatiche, come si nota anche nella serie Rapport (2005). Perfette ragazzine, senza un capello fuori posto e vestite di candidi abitini e uniformi, risultano inafferrabili a causa dell’impossibilità di cogliere pienamente il volto. E proprio all’interno della massa si perde lo sguardo che, scivolando su dettagli di perversione e sconforto, ma anche profondo coinvolgimento, riportano ad una dimensione di fragilità perfettamente umana. D’altronde, l’interesse verso l’estetica della massa è quasi inevitabile per un’artista che ha perfezionato i suoi studi in comunicazione e video, sia a Essen che a Berlino, prima di tornare nella sua città natale.

Raffaele Curi, DANTE in a private dream of Raffaele Curi, Installation view - Raffaele Curi, DANTE in a private dream of Raffaele Curi, Installation view © Simone Liberanome

Raffaele Curi, DANTE in a private dream of Raffaele Curi, Installation view – Raffaele Curi, DANTE in a private dream of Raffaele Curi, Installation view © Simone Liberanome

Gli artefatti di Claudia Rogge sono atemporali perché riflettono sulla condizione umana, tuttavia oggi, dopo aver visto il volto di una pandemia che ci ha forzatamente staccato dalla dimensione della massa fisica per proiettarci in quella virtuale, ci spingono a porci delle domande circa la nostra capacità di conservazione dell’individualità, in netta distinzione con l’individualismo.

Il percorso espositivo prosegue poi con gli ambienti elettronici e immaginifici di Raffaele Curi, direttore artistico della Fondazione “Alda Fendi”, il quale propone una rilettura dantesca in chiave post-nucleare. Per farlo si avvale di più medium: video-art citazionistici, installazioni ambientali dai richiami industrial e il brano in

Raffaele Curi, DANTE in a private dream of Raffaele Curi, © Simone Liberanome

Raffaele Curi, DANTE in a private dream of Raffaele Curi, © Simone Liberanome

sottofondo dei Kraftwerk “Radioactivity”, che ci riporta ancora una volta alla Düsseldorf del 1970. Precursori, infatti, della musica elettronica e ambient, i Kraftwerk (“centrale elettrica” in italiano) accompagnano il visitatore in una dimensione oscura e onirica mentre, negli schermi, scorrono tra una Primavera di Botticelli e le immagini segnaletiche di pericolo, i nomi di Nagasaki, Fukushima, Taranto e Onkalo. L’inferno di Dante è, per l’artista, Chernobyl, Hiroshima, Sellafield e Harrisburg mentre il verso pronunciato “Uomini fummo, e or siam fatti sterpi” (36, canto XIII, Inferno) sulla parete, prende la forma di un’oscura profezia compiuta.

© Elisabetta Scavuzzo per il Deutsch-Italia

© Elisabetta Scavuzzo per il Deutsch-Italia

La fisionomia del palazzo, che si sviluppa in altezza, incoraggia il visitatore a salire. Alleggerendo il tono, si ritrova la speranza verso una possibile espiazione e redenzione, in concomitanza con il ritorno alla luce. Quella abbacinante emanata dalla miniatura del Sommo Poeta in compagnia di Beatrice, tratta dal Manoscritto Yates Thompson 36 (1450, conservato alla British Library di Londra), riproposta attraverso numerosi schermi luminosi, e secondariamente quella naturale che entra dalle grandi finestrate. Proiettori che ogni giorno mostrano e spiegano la ricchezza linguistica dell’opera dantesca, a cura dell’Accademia della Crusca, ci accompagnano verso un Purgatorio dal sapore più delicato e pop grazie al brano “Enjoy the silence”, interpretato dalla cantante tedesca Oonagh. Qui la pavimentazione luminosa e specchiante riverbera i colori dello spazio celestiale catapultandoci in una dimensione vibrante che lascia spazio ad un lieve ottimismo.

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Comunicatrice e curatrice d’arte contemporanea. Dopo aver conseguito la laurea con una tesi in Antropologia di Genere presso l’Università degli studi di Firenze, si iscrive all’Accademia di Belle Arti di Roma. Nella Capitale svolge parallelamente ricerche etnografiche, in particolare dedicandosi all'organizzazione di eventi filantropici, promuovendo la condivisione e lo scambio di idee, valori, lingue e pratiche artistiche.

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