Marx Bloch Cantimori © il Deutsch-Italia

Ogni fede, sia di natura spirituale, che di natura materiale, definisce eresia la negazione formale operata per effetto di una precisa scelta o di fronte a una verità rivelata dai vertici della Chiesa, oppure giudicata irrinunciabile dai vari Comitati Centrali che hanno occupato lo Stato in senso totalitario. Proprio in questo percorso, vanno inseriti due eretici della tradizione marxista, contemporanei nella loro visione non solo materialista della storia: Ernst Bloch e Delio Cantimori.

Ernst Bloch © Bundesarkiv-B-183-35545-0009-© CC-BY-SA-3.0

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Ernst Bloch ne rappresenta la punta di diamante nell’arcipelago della critica al pensiero unico marxista – leninista. Di famiglia ebraica e borghese, studiò filosofia a Würzburg nel 1908, dove si laureò con una tesi sul filosofo kantiano Heinrich Rickert e sarà critico del materialista Freud. Negli anni anteriori alla prima Guerra Mondiale, conobbe ad Heidelberg Max Weber e Georg Simmel, fautori della reazione al rigido positivismo e allo scientismo nella morale e nella politica. Pacifista, si rifugiò in Svizzera per evitare il servizio militare come Hermann Hesse e Otto Gross. Aderì al marxismo espressionista dei dadaisti del “Café Rousseau” di Zurigo per poi ritornare all’ortodossia socialista di György Lukács, da quel momento suo amico e poi nemico acerrimo negli anni ‘50.

Lukács György-© Bundesarkiv-B-183-15304-0097-CC-BY-SA-3.0

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Nel 1918 esce il suo primo scritto ancora valido, “Spirito dell’utopia”. Tre elementi mise in luce nel panorama innovativo dell’epoca: la mediazione fra l’espressionismo artistico e il marxismo libertario; il linguaggio innovativo e quasi sgrammaticato; soprattutto, una fortissima speranza di formulare una utopia del possibile, al di fuori del calcolo razionale. Operò poco dopo un blitz nella storia della Germania riformata, quando pubblicò nel 1921 una sempre attuale biografia sul teologo protestante Thomas Münzer, tradendo fin da quel momento la sua posizione eretica del marxismo, privilegiando gli elementi hegeliani di quel pensiero. In quelle prime opere, infatti risalì al Marx più giovane, individuando come l’ortodossia illuminista aveva sopravalutato il dato economico sull’elemento spirituale. Di Hegel, secondo Bloch, era stata fortemente ampliata la mera razionalità, dimenticando di Kant la filosofia del “dover essere”, quella necessità che nel pensiero trova le fondamenta per cambiare il reale. Se dunque la storia poteva produrre un futuro positivo era lo Spirito che doveva essere per primo pronto a dettare le fondamenta. A metà degli anni ‘30, dovette emigrare negli Stati Uniti come molti intellettuali tedeschi di fronte al nazismo, per poi ritornare a Lipsia nel 1946, dove divenne professore di filosofia teoretica, insistendo su riletture marxiane che oscuravano il materialismo ortodosso, il cui sviluppo rese la DDR una dittatura. La rottura con l’amico Lukács fu il prodromo del suo dissenso, scoppiato violentemente nel 1959, quando pubblicò la sua opera principale, “Il Principio Speranza” che potremmo sintetizzare come una rassegna del pensiero utopico della coscienza, dove nasce la necessità del non ancora, cioè dove la speranza di una realtà più umana funge da guida per orientare l’azione storica. Dove il progettare precede il mondo. Dove il filosofo, se deve cambiare il mondo, deve pur osservarlo e deve pur dare spazio ai desideri dei singoli. Tale metodo conoscitivo lo portò in forte dissenso con l’ortodossia intellettuale sovietica, che riuscì ad estrometterlo dalla cattedra a Lipsia. Infine, nel 1961, dopo l’edificazione del Muro di Berlino, Bloch emigrò nella Germania Ovest, dove a Tubinga rimase ad insegnare fino al 1977, anno in cui morì.

Ernst Bloch © Bundesarkiv-B-183-27348-0008-©-CC-BY-SA-3.0

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In questo lungo periodo, pubblicò un’opera che lo avvicinò al Cristianesimo, “L’ateismo del Cristianesimo” (1968), dove accentuò la dimensione utopica del suo pensiero, affermando ormai che la religione contemporanea non poteva più essere considerata l’oppio dei popoli. In sostanza, la revisione della filosofia marxista in chiave spirituale, derivava dal fatto che la speranza è l’essenza genetica dell’uomo, il principio virale che permea in modo inconscio il mondo della natura umana contro l’opacità del presente, in cui l’uomo resterebbe prigioniero del finito. In fondo, la carica utopica di tutti i più grandi rivoluzionari è quella dei profeti religiosi che erano in dissidenza con la Chiesa universale. Tema che lo rese dialogante con larghe correnti della teologia cristiana, primo fra tutti il teologo protestante J. Moltmann.

Nondimeno, la propensione alla consuetudine storica liberatoria di teorie dominanti in epoche di oscurantismo reazionario religioso, indusse analogamente uno storico italiano, Delio Cantimori, a subire le stesse persecuzioni ideologiche che lo ostracizzavano solo perché osò deviare dal solco segnato dalle teorie idealiste prima, fascista poi, finendo alla fine nel tritacarne comunista, pagando lo scotto della emarginazione dal consenso culturale per avere cantato fuori dal coro.

Delio Cantimori

Delio Cantimori

Come Ernst, Delio proveniva da una famiglia borghese, mazziniana, che gli istillò uno spirito critico tipico dell’area nativa di Ravenna, dove la prassi della sperimentazione si combinava con la speranza di una rivoluzione finale, in rottura prima con l’idealismo conservatore crociano e poi con il fascismo falsamente rivoluzionario, infine col comunismo ben presto molto centralista e ben poco democratico. Come fu singolare la scelta di Bloch nel riprendere il Marx hegeliano di sinistra, svalutando i profili reali di critica economica del Capitalismo; così il cammino intellettuale di Cantimori si caratterizzò nel sottoporre a verifica i dogmi illuministi di un marxismo da cui aveva soltanto assorbito la visione materialista della storia. Infatti Delio, dopo anni di formazione alla scuola normale superiore di Pisa, presso la facoltà di Lettere e Filosofia, poco più che ventenne, aderì alle teorie corporative, che gli apparvero, per la loro natura anticapitalista, la chiave di lettura dello Stato Fascista. Negli anni ‘30, tre furono le sue principali linee di azione: l’amicizia con Gentile come reazione alla staticità conservatrice di Croce; i primi studi sulla Riforma nel Rinascimento italiano; la laurea in letteratura tedesca, principalmente per leggere direttamente il suo maestro Carl Schmitt.

Il progressivo decadere della posizione gentiliana, la inevitabile trasformazione del Regime verso orizzonti conservatori, para-capitalisti e la tendenza subalterna del Fascismo al Nazismo, nonché un particolare rifiuto per l’imperialismo mussoliniano in Etiopia e la legislazione antiebraica: furono tutti episodi che lo allontanarono dalle precedenti scelte, senza contare l’amicizia con il filosofo dissenziente Ugo Spirito e la conoscenza della teologia di Karl Barth che lo aveva avvicinato al nuovo protestantesimo. Questo suo ondeggiamento ideologico, che lo vide accusato di nicodemismo – cioè di svariate simulazioni di aderenza al Regime – altro non fu che un moto di conversione democratica, come quello per esempio di Elio Vittorini, non a caso direttore della rivista il Politecnico, che fin dal 1945 lo ospitò con diversi articoli. In realtà, la profonda conoscenza della storia europea nel periodo della Riforma, gli creò una fama di ricerca quasi pedante sulle origini del protestantesimo, provocando nel mondo intellettuale antifascista, un moto di rigetto, isolandolo negli anni’50. Le sue ricerche storiche sugli eretici italiani del Cinquecento, pubblicate fin dal 1939, rappresentano la spia del suo ideale eretico. Furono gli anni in cui Cantimori corrispose con Roland Bainton e con lo stesso Bloch fino al 1966, a dimostrazione di come la profondità delle sue ricerche in un periodo dove in Italia dominava la Controriforma cattolica, preludevano e mascheravano critiche al totalitarismo intellettuale marxista.

Peter Handke © www.peters-bilderwelt.ch GFDL 1.2

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Adriano Prosperi, insigne discepolo di Cantimori, da un decennio si batte per la completa difesa del suo maestro, rivalutandone l’opera al di là dei tentennamenti personali rilevati malevolmente da non pochi avversari testardamente filostalinisti. Purtroppo, è lo stesso tema di chi rimprovera al premio Nobel Peter Handke le sue posizioni favorevoli alle stragi di Slobodan Milošević nella guerra civile jugoslava, fondate da un malcelato senso di ritorsione che giustificherebbe le stragi predette. Motivo che tende a separare l’uomo dall’artista, ma che difficilmente può fare accettare il pensiero di un uomo di cultura lontano dal mondo reale. La questione resta ancora aperta.

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