Carne da macello
Carne da macello
Gerhard Schröder © Nord Stream

Gerhard Schröder © Nord Stream

L’impiego di manodopera straniera nel settore della elaborazione della carne ha avuto inizio negli anni Duemila, anche grazie agli interventi attuati dal Cancelliere Schröder sulle politiche nel mercato del lavoro (liberalizzazione, deregulation, ecc.), all’allargamento dell’Unione europea ai Paesi dell’Est e alla possibilità di offrirsi come lavoratore autonomo o piccola ditta per prestazioni lavorative all’interno dell’Unione. Da allora si sono succeduti continui ricambi di manodopera fissa, con operai provenienti prevalentemente dalla Romania e dalla Bulgaria che hanno preso il posto della manodopera locale. I nuovi operai vengono assunti attraverso catene di subappalto in aziende che nella maggior parte dei casi hanno la propria sede nei Paesi d’origine degli operai stessi con contratti d’opera. Normalmente lavorano a cottimo e, dal momento che sono impiegati come lavoratori autonomi, non richiedono il versamento dei contributi.

Dal 2014 nel settore è stato introdotto un salario minimo, attualmente pari a euro 9,35 lordi l’ora, secondo i dati del sindacato di categoria NGG (Gewerkschaft Nahrung-Genuss-Gaststätten). Ma assai di rado questa soglia minima viene rispettata davvero, perché attraverso una serie di “trucchi” la si può aggirare: ad esempio, quando le persone sono costrette a lavorare ben oltre la soglia prevista di 8 ore, sino anche a 12, 14 o 16 ore al giorno, arrivano nei fatti a guadagnare a volte anche la metà della paga minima prevista per legge. In molti casi, poi, i lavoratori stessi sono costretti a pagarsi gli attrezzi e gli indumenti necessari allo svolgimento del loro lavoro. Oltre a ciò, per i lavoratori sono previste sanzioni, che non di rado vengono applicate: fino a 30 euro, ad esempio, se un pezzo di carne cade sul pavimento durante il taglio. Gli operai alloggiano in dormitori o in appartamenti sovraffollati con cinque o più persone in una stanza: si tratta di sistemazioni che vengono procurate loro dal subappaltatore, il quale detrae direttamente dal salario “l’affitto” per il posto letto (con prezzi che, in base alle testimonianze raccolte, si aggirano sui 250 euro e più al mese). In questo modo, il lavoratore è due volte dipendente. Un sistema di questo tipo, come ha sostenuto il sindacalista Mohamed Boudih, sembra costruito apposta per sfruttare persone dell’Europa dell’Est. Un sistema contrassegnato da rapporti di lavoro precari e da condizioni di lavoro che sembrano richiamare alla mente quelli del XIX secolo, ma che invece rappresentano gli standard attuali nella produzione della carne nei mattatoi della Germania. Attraverso vere e propri meccanismi “di stampo mafioso”, e grazie a un sistema di caporalato, «donne e uomini vengono presi in prestito, logorati e infine smistati come fossero macchinari, persone usa e getta anziché cittadini». Così il sacerdote della diocesi di Munster Peter Kossen.

Ed infatti i tre euro per un chilo di cotolette di maiale, quattro euro per mezzo chilo di carne di manzo macinata non sono i prezzi al dettaglio dei negozi alimentari in Romania o in Bulgaria, ma di quelli con cui la carne viene messa in vendita in Germania, e non solo nei discount, ed è quello che rimane del “salario minimo” nelle tasche dei tanti cittadini romeni o bulgari impiegati in massa come operai nei mattatoi tedeschi.

Questo sistema, ben noto ai responsabili del settore, è diventato argomento di dominio pubblico con l’arrivo della pandemia, quando in alcuni mattatoi sono stati riscontrati diversi operai positivi con un tasso elevato di operai positivi al Covid-19. All’improvviso si sono cominciati a mettere in discussione i rapporti di lavoro e lo stesso sistema organizzativo del settore. È più che evidente che simili promiscuità e condizioni igieniche, così come la tipologia degli alloggi e di lavoro (che tra l’altro non consentono un minimo di distanza) sono un focolaio per il contagio. Inoltre, il duro lavoro fisico nella macellazione e nel taglio degli animali rende le persone più sensibili alle malattie e li indebolisce, minandone la capacità di produrre anticorpi. Un aspetto da non sottovalutare nelle infezioni da Covid-19, anche perché con questi tipi di contratto d’opera in caso di malattia gli “operai” non vengono pagati, costringendoli di fatto a non assentarsi mai e a continuare il lavoro.

Alla critica al sistema di produzione si è affiancata quella alla tipologia di consumo, che parte da un prezzo di vendita della carne incomparabilmente basso e, indirettamente, riguarda un determinato tipo di consumatore, che si ciba di carne tutti i giorni della settimana e non più, come avveniva un tempo, solo la domenica. Questo tipo di comportamento di consumo, però, non è solo un fatto di “stili di vita” e ambiti sociali di provenienza, ma è dettato spesso dalla necessità e va ricondotto in parte alla politica dei salari, vista sopra, degli ultimi decenni.

Baerbock-Habeck © Dominik Butzmann

Baerbock-Habeck © Dominik Butzmann (Grüne)

Per affrontare il problema, dalle diverse parti politiche si stanno avanzando varie proposte, che vanno dalla regolarizzazione e dal controllo del sistema di produzione, a uno stop ai contratti d’opera, con un aumento del salario minimo sino ad almeno 14,50 euro, al fine di ridurre l’ampiezza della fascia reddituale più bassa, creando in tal modo anche un maggior potere d’acquisto. Da parte del leader dei Verdi, Robert Habeck, è arrivata anche la proposta di aumentare i prezzi della carne, cui si oppone però la Linke, che invece sostiene la necessità di mettere più soldi in tasca alle persone per concedere loro maggiori alternative. I vertici della Linke si sono detti contrari alla (letteralmente) “divisione sociale sulla cotoletta”.

Se nel milieu intellettuale e urbano da anni si seguono uno stile di vita e una “dieta mediterranea”, o in certi casi l’ancora più esclusiva alimentazione vegana, il ceto più debole, con un salario minimo, si sazia più facilmente con un chilo di cotolette a 4 euro che con due carciofi biologici a 5. Un vero e proprio circolo vizioso: la politica dei bassi salari porta verso un certo tipo di consumo alimentare, perpetuando cosi un sistema di produzione della carne che si è manifestato anche al grande pubblico in tutta la sua evidenza solo con l’arrivo del Coronavirus.

Edith Pichler
Docente presso la Facoltà di Economia e Scienze Socialidell'Università di Potsdam. Ha studiato Scienze Politiche presso la Libera Università di Berlino, dove ha conseguito un dottorato di ricerca e nel 2014 ha ricevuto un'abilitazione come professore associato dal Ministero Italiano dell'Università e della Ricerca nel 2014. È membro in seno al Consiglio per le Migrazioni (Rat für Migration www.rat-fuer-migration.de),organo che raccoglie in Germania i maggiori studiosi sulla tematiche della migrazione

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