Sigfrido che forgia la spada imperiale © CC BY-SA 3.0 James Steakley WC
Sigfrido che forgia la spada imperiale © CC BY-SA 3.0 James Steakley WC

Nel triste momento del Coronavirus, mentre stavamo celebrando la memoria di Raffaello e Beethoven, uno scrittore e pensatore quasi minore, per non dire dimenticato, merita pure di essere ricordato a quaranta anni dalla morte prematura, il trentanovenne Furio Jesi (morì il 17 giugno 1980).

Stefan George nel 1910

Stefan George nel 1910

Uno dei suoi padri spirituali fu il poeta Stefan George che visse nel corpo e nello spirito le paure e le speranze del nostro secolo. Il poeta renano – nacque a Bingen am Rhein nel 1868 – esprimeva nel più classico dei versi l’amore omo-erotico e platonico per il giovane amico Maximilian Kronberger, piangendo sulla salma di vittima della sifilide: “La fedeltà mi obbliga a vegliarti\mi soffermo sul tuo dolce soffrire\Mi é sacro desiderio essere triste\ per godere con te la tua tristezza.\Un benvenuto mai mi accoglierà\per quanto durerà la nostra umana vita\Umile e ansioso devo riconoscere l’eredità d’un destino d’inverni” (trad. di Andrea De Candio).

Rudolf Eucken

Rudolf Eucken

George, viaggiatore solitario in Europa – la Francia di Mallarmé, la Londra di Wilde e Rossetti, l’Italia di Pascoli – ascoltava le prediche filosofiche spiritualiste di Rudolf Eucken e meditava risposte significative ai nuovi miti materialisti del positivismo anglosassone. Le raccolte di poesie – “Leggende”, 1889; gli “Inni e pellegrinaggi”, 1891 – lo contrassegnarono subito per la squisita ricerca delle forme espressive e per il rilancio della lingua tedesca che si era imbarbarita di neologismi, lontani dalle formule linguistiche raccolte dai Grimm nel loro famoso vocabolario di metà Ottocento. Negli anni di primo ‘900, la sua straordinaria purezza linguistica e la ricerca di una punteggiatura diversa, derivava dalla storia di una cultura classica che lo aveva già visto uno dei massimi cultori di Nietzsche e Wilamowitz. Ritrovava nel mito classico la presenza della violenza, dell’oscurità, del demonico, ma anche dell’orrore e del caos, di cui praticamente cantò nel 1914 nelle “Stelle dell’alleanza”, la sua profonda paura per il proprio popolo alle soglie della guerra. Qui George prese a modello il conterraneo Hölderlin e fu ispirato da quei sentimenti critici della cultura materialista, imperante nella società Guglielmina. Profetizzò un buio speculare alla luce delle scienze positive e storiciste, rinverdendo il mito greco-romano, all’epoca riscoperto dagli studi di Mommsen, non per nulla premio Nobel della letteratura.

Soldati irlandesi nel luglio 1916

Soldati irlandesi nel luglio 1916

Ebbene, George dipinge i fuochi dell’infernale futuro fronte di guerra: il suo popolo senza ideali, dominatore e avido di benessere, verso la strage perfetta, senza alcun limite spirituale, quasi una visione di fine del mondo dove non si vede altro che pianto e stridore di denti: “diecimila dovrà abbattere la sacra follia\diecimila la peste sacra spazzarne\diecimila la sacra guerra”. Ma al fondo del dolore e della follia, una gioventù di uomini e donne forti, biondi, alti e dagli occhi azzurri, sorgerà a salvare la Patria, con alla guida un Vate spezzerà le catene, ristabilirà l’ordine, fisserà i valori dell’essere insieme e che fonderà il nuovo regno. Profezia che il redivivo Nietzsche – ripreso non a caso da George – aveva già preconizzato e che sembrerà preludere già nel 1928 – anno di pubblicazione di quella tremenda, quanto affascinante riproposizione del mito degli argonauti alla ricerca del Vello d’oro, cioè il Nazionalsocialismo e il Terzo Reich del nuovo millennio. Un affabulatore eccezionale che già riempiva le piazze di Norimberga mentre un altro vate, dalle nostre parti, era addirittura salito nel più alto scranno del potere. Purtroppo, dopo 5 anni dalle sue profezie, avvennero realmente, anche se George e la sua cerchia – il seguito del suo pensiero aveva affascinato non pochi intellettuali e artisti, da Hofmannsthal a Rilke, dal pittore Carl Burckhardt, al poeta Schröder, allo storico Kantorowicz, fino al critico d’arte Stein che lo aveva addirittura paragonato a Raffaello – pagheranno caro il loro iniziale appoggio all’ideologia mitologica e nazionalista per la grande Germania, affidandosi alla banda criminale di Hitler e Goebbels.

Infatti alcuni di questi validissimi intellettuali, schifati dall’opportunismo dei nazisti, dal loro metodo delinquenziale e violento di sopraffazione sociale e politica; inorriditi dal loro progressivo razzismo; fuggiranno all’estero, mentre altri si chiuderanno in silenzio e faranno finta di non vedere e non sapere. Il profeta George morirà solo, molto deluso, ormai povero, esule nella Svizzera democratica, a Locarno nel 1933, dopo aver visto quale male pianta aveva in buona fede contribuito a radicare.

Mussolini e Hitler

Mussolini e Hitler

Ma il seme da lui gettato non aveva prodotto soltanto dolore e distruzione, razzismo e tirannia. Il racconto mitico che il poeta aveva rielaborato per esempio nel poema “Eliogabal” (1892) – l’imperatore tiranno e decadente, superuomo e schiavo della decadenza dei costumi romani che il poeta mette in evidenza per ricordarne il valore assoluto, ma negativo – sarà presto ripreso da Jung per la sua teoria degli archetipi e troverà in Kerényi, storico delle religioni di lingua ungherese, un formidabile ricercatore delle fonti greche della nostra civiltà. In breve, essi vedevano nel mito classico la via per guarire dai demoni mortali che avevano inquinato la scuola tedesca da Wagner a Nietzsche, da Chamberlain a Rosenberg, fino alle degenerazioni di fede nazista. Del mito Kerényi  – altro maestro di Jesi – aveva sottolineato gli elementi necessari per la rilettura coerente della storia presente, sicuramente da loro influenzata e che Nietzsche aveva ben delimitato nel concetto di eterno ritorno, ancora oggi presente in ogni ramo della letteratura.

Furio Jesi, esaminando la cultura tedesca da Wagner a Brecht, notò come il mito, spesso e volentieri evocato, è allo stesso tempo un farmaco e una sostanza mortifera, fonte di ritorno all’uomo vero, oppure arma letale del genere umano. L’uno nato naturalmente dal cuore dell’uomo, l’altro dolosamente creato per acquisire vantaggi particolari non certamente consoni al vivere civile. L’uno sarebbe quello che i filosofi chiamavano il bene, l’altro era il male, frutto della tecnica che non solo danneggiava l’uomo stesso, ma anche il creato. Lo stesso Jesi si accorgeva di avere ripreso il mito di Prometeo che proprio il giovane Goethe, ammalato di titanismo, aveva rinnovato nel senso della genuinità e della malvagità presenti nello stesso tempo fra gli uomini. Discendeva così un’analisi originalissima degli artisti tedeschi lungo lo scorso secolo, dove il mito tecnicizzato veniva interpolato ed adattato alla bisogna, non sempre in modo negativo, ma presente in ogni creazione dell’artista.

Thomas Mann nel 1929

Thomas Mann nel 1929

Di conseguenza il mito come simbolo della Germania calvinista, illuminista, romantica e poi decadente, dove l’orrido distrugge e a volte è preferito al mito della bontà e della bellezza, dove la verità spesso è trasfigurata dalle menzogne. Lo rilevava Thomas Mann, per esempio, quando ritrovava la compresenza delle vecchie figure del classico e del moderno, come si poteva vedere nei “Buddenbrook” e nel “Doctor Faustus”, l’uno un romanzo della decadenza tedesca di primo ‘900, l’altro della fine della cultura tout court nel Secondo dopoguerra, pessimisticamente interpretata come la sede di un orrore antico che si incarna in un popolo malato portatore di germi distruttivi. In altre parole, la radice antisemita che chiede alla politica dei giusti e dei puri di sterminare il virus malefico che va per le case dei buoni: sentimento che gli artisti corifei del nazismo e di ogni altro regime, tende a mantenere e a istillare nei lettori. È il fenomeno della inversione maliziosa del mito, del capovolgimento dei valori, che influenza piano piano la storia delle civiltà europee e non solo. La manipolazione perversa dei materiali mitologici che Jesi ritrovò nella sua “Germania segreta”, pubblicata nel 1967 e che lo portò a rompere col maestro Kerényi che non aveva avuto il coraggio di estenderla ad ogni ideologia. La revisione del Mito, cioè la restituzione genuina al nostro mondo del Mito classico, apparve a Jesi il percorso più opportuno per capire perché la cultura tedesca aveva prodotto contestualmente un umanesimo, tanto alto, e un pensiero così criminogeno quale fu il Nazismo.

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