Moschea © il Deutsch-Italia
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Si chiede di controllare le moschee in Germania, ma non si sa neanche quante siano. Si trovano in uffici sfitti da anni, in garage sotterranei, in negozi chiusi in attesa di ristrutturazione, scrive il settimanale “Der Spiegel”. Adesso le autorità, per ragioni di sicurezza, vogliono effettuare una sorta di censimento, rendere obbligatoria un’insegna, o una qualsiasi forma di riconoscimento all’ingresso. La moschea di Colonia è la più grande del Paese, forse in Europa, in stile moderno simile a una nave spaziale. Aperta nel 2017, è costata trenta milioni di euro, e può accogliere 1.200 fedeli.  Molte altre sono quasi clandestine.

Se si cerca su “Google map”, nel centro di Amburgo nel raggio di duecento metri se ne scopre una dozzina, un paio riconoscibili per il minareto, le altre si trovano solo grazie ad informazioni che passano da fedele a fedele. Poche hanno un sito internet, o comunicano l’indirizzo o il numero di telefono, gli orari della preghiera, e il nome dell’imam.

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In Germania il numero delle moschee è approssimativo, tra 2.350 e 2.750. Ovviamente ricevono le Kirchensteuer, le tasse ecclesiastiche da parte dei fedeli, intorno al sei per cento in più sul reddito, come tutte le confessioni. Ma l’amministrazione di molte moschee è oscura, si sospetta che ricevano aiuti non dichiarati, anche dall’estero. Si chiede che le prediche siano in tedesco in modo da controllare gli imam, ma in queste condizioni di semiclandestinità non è possibile. Si desidera un maggior rigore, altri denunciano che il controllo metta in pericolo la libertà di culto.

Jens Spahn © CC BY-SA 3.0 Stephan Baumann

Da tempo, il ministro della Sanità Jens Spahn e la ministra per l’Agricoltura Julia Klöckner, entrambi cristiano democratici e cattolici, chiedono che venga creato un registro delle moschee, con il nome dei responsabili e un bilancio comprensibile. Al Bundestag, il Parlamento federale, una commissione sta controllando se un simile albo sia ammesso dalla Costituzione. Al riguardo molti deputati hanno dei dubbi.

Non esiste un simile registro per le chiese protestanti o cattoliche, né per le sinagoghe denuncia Aiman Mazyek, presidente del consiglio centrale dei musulmani in Germania, che controlla circa 300 moschee. Tutto in regola, sostiene, si registrano i nomi degli imam e da quale fonti giungano gli aiuti, ma Mazyek può garantire solo per poco più di un decimo dei luoghi di culto.

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Anis Amri, il tunisino responsabile dell’attentato al mercato di Natale a Berlino, il 19 dicembre del 2016 (i morti furono dodici, tra cui una ragazza italiana), frequentava la Fussilet-Moschee nella Capitale. «Non era una autentica moschea», ribatte Mazyek, «era il modo di mascherare un centro di indottrinamento, questi centri vengono chiusi di continuo, una prova del buon funzionamento del nostro sistema di controllo». Non sarebbe dunque necessario un registro. In realtà, si ribatte, anche il Consiglio centrale dei musulmani non è in grado di fornire un quadro completo, e non ha neanche un elenco degli iscritti.

Secondo Mouhanad Khorchide, studioso dell’Islam all’Università di Müntser e la sociologa Christel Gärtner, in diverse mosche turche, bosniache e arabe la funzione del venerdì viene usata per indottrinare e radicalizzare i giovani fedeli.

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© per gentile concessione di ItaliaOggi

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Roberto Giardina, dal 1986 in Germania, è corrispondente per il QN (Giorno-Resto del Carlino- La Nazione) e Italia Oggi. Autore di diversi romanzi e saggi, tradotti in francese, spagnolo, tedesco. In Germania è uscito "Guida per amare i tedeschi", "Anleitung die Deutschen zu lieben" (Argon e Goldmann), "Complotto Reale" (Bertelsmann), "In difesa delle donne rosse" (Argon), "Hundert Zeilen", "Berlin liegt am Mittelmeer" (Avinus Verlag), "Pfiff", romanzo sulla Torino degli Anni Sessanta e la rivolta operaia di Piazza Statuto; "Attraverso la Francia, per non dimenticare il Belgio"; "Lebst du bei den Bösen?", "vivi tra i cattivi, la Germania spiegata a mia nipote"; e recentemente "Il Muro di Berlino. 1961-1989".

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