Tricolore
IL TRICOLORE

Alla TV italiana, dopo la fine dei programmi, il tricolore svolazza per lo schermo, strizzato, shakerato, ribaltato dal computer, e finisce stilizzato a strisce orizzontali, tramutato se non sbaglio nella bandiera del Libano (hanno un significato anche i lapsus elettronici?). Sembra che solo grazie a barocchismi grafici si riesca a vincere l’imbarazzo di lasciar sventolare la nostra bandiera.

Il rosso e il nero e l’oro della Germania invece dopo l’ultimo telegiornale garriscono con nobiltà sui luoghi storici. Sulla Wartburg, la rocca di Lutero, o sulle scogliere rossastre dell’isola di Helgoland, l’ultimo frammento di patria nel Mare del Nord, puntato verso la Gran Bretagna (gli inglesi infatti dopo la guerra volevano letteralmente farla saltare in aria cancellandola dalla carta geografica). Oppure sul castello di Hambach, là dove sventolò per i moti del 1831, a poca distanza dal paese natale di Helmut Kohl.

Un italiano che balzi in piedi al passaggio della bandiera rischia (o rischiava?) di farsi dare del fascista. Un problema che francesi o inglesi non si pongono, per tacere degli americani. La mia infanzia al cinema è stata accompagnata da sventolii frenetici a stelle e strisce su portaerei in navigazione sul Pacifico, in avamposti assediati da indiani, ad Alamo sommersa da messicani cattivissimi. Avevano ragione Sioux e messicani, come scoprii da grande, già prima che la bandiera americana venisse data alle fiamme insieme con i reggiseni negli anni Sessanta.

E i tedeschi? Il 67 per cento si commuove al passaggio del tricolore, tornato alle origini dopo la parentesi del II e III Reich. E se vogliamo tornare lontano, i colori base sono addirittura quelli del Sacro Romano Impero, il giallo e il rosso della Roma di Hässler e di Völler, per chi si diletta con le coincidenze storiche. L’antico vessillo era giallo, o meglio oro, con l’aquila imperiale nera con il rostro rivolto verso l’asta, che in un secondo tempo venne dipinta di rosso. Ed il rossa e nero erano i colori della corporazione studentesca protagonista dei moti di Jena, e vennero aggiunti alla bandiera simbolo di democrazia, di libertà e di unità.

Il nero è il colore della notte, ovviamente; rosso è il cuore sanguigno dell’aurora, che annuncia la nuova era, così rovente da fondere l’oro delle corone imperiali. Guastafeste come sempre, Heinrich Heine dà un’altra spiegazione:

«C’era un gran piumino
e tendine di rosso damasco,
il cielo d’oro
con una nappa sporca. »

Per prudenza, Bismarck al posto dell’oro mise il bianco, più rassicurante e meno rivoluzionario. Ma i due vessilli continuarono a sventolare insieme. «Quando ero bambino a Berlino all’inizio degli anni Settanta», racconta lo storico Friedrich Meinecke, «vedevo nei giorni di festa nazionale le case drappeggiate con bandiere nere bianche e rosse, ed accanto sventolare altre nere rosse e oro. Quelli sono i democratici, mi avvertivano i miei genitori conservatori.»

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Roberto Giardina, dal 1986 in Germania, è corrispondente per il QN (Giorno-Resto del Carlino- La Nazione) e Italia Oggi. Autore di diversi romanzi e saggi, tradotti in francese, spagnolo, tedesco. In Germania è uscito "Guida per amare i tedeschi", "Anleitung die Deutschen zu lieben" (Argon e Goldmann), "Complotto Reale" (Bertelsmann), "In difesa delle donne rosse" (Argon), "Hundert Zeilen", "Berlin liegt am Mittelmeer" (Avinus Verlag), "Pfiff", romanzo sulla Torino degli Anni Sessanta e la rivolta operaia di Piazza Statuto; "Attraverso la Francia, per non dimenticare il Belgio"; "Lebst du bei den Bösen?", "vivi tra i cattivi, la Germania spiegata a mia nipote"; e recentemente "Il Muro di Berlino. 1961-1989".

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