© il Deutsch-Italia
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L'articolo della FAS

L’articolo della FAS

“È tempo di aggiustare alcune cose”, ha scritto, riferendosi alla situazione economica italiana ed in particolare al suo debito pubblico, nella prospettiva di ottenere il notevole aiuto finanziario europeo anti Coronavirus, la “Frankfurter Allgemeine Sonntagszeitung” (FAS), edizione domenicale dell’importante quotidiano di Francoforte. L’articolo, uscito il 31 maggio e a firma di Ralph Bollmann (vice capo redattore economia), ha già un titolo che la dice lunga su quelle che siano le cose da “aggiustare”: “Italia campione di pagamenti”.

Un titolo che suona decisamente (e piacevolmente, aggiungiamo) nuovo, nel recente panorama di quelli prodotti dalla stampa tedesca riguardo alla situazione del nostro Paese, soprattutto alla luce dell’enorme esborso pubblico che, causa Covid-19, aggraverà ancora di più i conti in eterno rosso, ormai profondissimo, di Roma.

Il cuore del pezzo intende a spiegare ai tedeschi che l’Italia non va semplicemente bollata come dissipatore di soldi degli altri contribuenti europei, ma che a sua volta è – come ha ricordato anche il nostro direttore Alessandro Brogani nel suo articolo su “il Deutsch-Italia” dal titolo “La caduta del velo di Maya” dell’8 maggio scorso – tra i principali contribuenti al bilancio finanziario europeo. Invece, scrive il commentatore tedesco, in questo Paese quasi nessuno sa in che l’Italia è contributore al netto della UE. Ovvero trasferisce, da sempre, a Bruxelles più soldi di quanti ne incassi. “Campione di pagamenti”, insomma. “Dopotutto – sottolinea la F.A.S. – l’Italia non è soltanto la terza maggior economia della UE, ma è pur sempre l’ottava più grande del pianeta”.

Per essere più preciso l’autore aggiunge: «Nel 2018, il Paese ha trasferito ben cinque miliardi di euro in più a Bruxelles di quanto non gliene fossero tornati indietro». E per meglio esemplificare la dimensione di tale contributo, Bollman sottolinea che è «quasi esattamente lo stesso importo che altri due destinatari al netto, Spagna e Portogallo, hanno ricevuto insieme». Quasi la metà della della Polonia, un Paese «la cui fulminante ripresa economica degli ultimi tre decenni è stata felicemente sostenuta dall’Italia, che sta invece vivendo una crescita lenta». Come dire, è il paradossale ed un po’ ironico assunto del commentatore tedesco, che «il nuovo splendore della metropoli di Varsavia è stato anche finanziato con il gettito fiscale di Milano».

L’articolo, dunque, è un apprezzabile contributo al tentativo di spazzare via – o comunque di arginare – la diffusa convinzione nell’opinione pubblica tedesca, riacutizzatasi in questi tempi, che «il Nord del continente paga per il Sud. Più precisamente: i tedeschi devono tirar fuori soldi per gli italiani».

Invece non è e non è stato così, neppure nella crisi dell’Euro dal 2010 al 2012. Perché anche allora «i mutevoli governi romani non hanno mai ricevuto un solo centesimo di aiuto. Al contrario: hanno contribuito con 125miliardi di euro alle garanzie per i Paesi più voraci della comunità valutaria. Una cifra non molto inferiore al volume delle garanzie tedesche di 190miliardi di euro, e corrisponde alla quota italiana della popolazione e al potere economico dell’Unione Europea».

Per quanto poi riguarda il cofinanziamento del piano di stimolo economico pianificato di aiuti finanziari europeo per fronteggiare gli effetti della pandemia, la “Frankfurter Allgemeine Sonntagszeitung” sottolinea ancora che «con la sua quota nel bilancio della UE di poco inferiore al 12 per cento, l’Italia sta partecipando al successivo rimborso delle obbligazioni che Bruxelles sta emettendo. In un certo senso, il Paese si concede un prestito. Poiché l’Italia è stata particolarmente colpita dalla crisi del Corona, questa volta la sua quota di finanziamenti sarà molto più elevata, cosicché Roma diventerà temporaneamente un ricevitore al netto. Tuttavia, ciò funzionerà solo se l’amministrazione italiana alla fine potrà presentare abbastanza progetti ammissibili, che soddisfino i criteri del programma».

Quanto al nostro debito pubblico, è pur vero che il nostro Paese ne ha accumulato «una montagna pari a un buon 130 per cento del suo Pil annuale, non solo di recente, ma per molti decenni. Però anche prima del Corona, soltanto pochi Paesi della zona Euro hanno rispettato il limite ufficiale del debito del 60 per cento concordato nel Trattato di Maastricht: Lussemburgo, Paesi Bassi, Stati scandinavi tra gli europei occidentali e la Germania per il rotto della cuffia. L’Austria, che ora guida il club a dei Paesi auto-proclamatisi “frugali”, non era tra gli standard di rispetto delle regole con un rapporto debito / Pil del 70 per cento».

La prospettiva delineata da Bollmann per il nostro Paese non è negativa. Perché prima dello tsunami Covid «in Italia, il debito totale è stato abbastanza costante dal 2013, il primo anno dopo il superamento della crisi dell’Euro. Da allora, il Paese non ha mai superato il limite per il nuovo deficit annuale, il 3 percento del Pil. Il bilancio dello Stato si è chiuso lo scorso anno con un deficit dell’1,6 per cento. E quanto potenziale economico l’Italia ha ancora da offrire è stato dolorosamente dimostrato negli ultimi mesi. Il fatto che le fabbriche automobilistiche in Germania, a volte, si sono fermate non era solo dovuto alla protezione della salute dei dipendenti o alla mancanza di clienti. Ciò è dipeso anche dai componenti mancanti a causa del blocco alle attività produttive molto più duro in Italia: la sola Volkswagen acquista fino a 20.000 singoli prodotti da fornitori italiani».

Il ministero delle Finanze a Roma © il Deutsch-Italia

Il ministero delle Finanze a Roma © il Deutsch-Italia

Bollmann diffonde luci, ma anche molte ombre, sullo scenario che si prospetta per l’Italia: «nel ricco Nord del Paese esiste ancora una fitta rete di aziende di medie dimensioni di successo, parecchie delle quali sono i leader del mercato mondiale nella loro specialità. Ma dopo il declino di Fiat e Olivetti, ciò che manca al Paese sono i grandi gruppi internazionali e, dall’altra parte, un panorama di start-up innovativo. Per lungo tempo è stata preservata in Italia una cultura economica relativamente conservatrice, con molti piccoli commercianti, ad esempio, riluttanti a pagare le tasse e che per questo hanno scelto il loro compagno di fede Silvio Berlusconi. Ostacoli burocratici, strutture clientelari e, nel Sud, anche l’influenza mafiosa hanno costretto molte compagnie internazionali a evitare l’impegno in Italia. Il livello inferiore di integrazione internazionale ha reso il Paese relativamente immune alle crisi. Tuttavia, nell’era della globalizzazione accelerata dagli anni ‘90, ciò ha ostacolato la crescita».

Il problema più grande dell’Italia, conclude il commentatore tedesco, in questo non distinguendosi certo per originalità, rimane «la difficile situazione politica, che rende quasi impossibili le riforme radicali di qualsiasi orientamento politico».

Sebastian Kurz

Sebastian Kurz © CC BY-SA 2.0 Flickr Franz Johann Morgenbesser

Non soltanto in Germania, però, si sono alzate voci discordanti con la diffusa opinione pubblica negativa sulle condizioni economico finanziaria italiana. Persino in Austria, capofila con l’Olanda degli stati cosiddetti “frugali” di cui si parlava prima, particolarmente severa con noi – e non soltanto a causa del Covid-19 – si registrano importanti attestazioni positive verso l’Italia. Veicolate dall’edizione online del magazine “Kontrast”, con questa premessa: «Economisti, politici e media hanno trasmesso un’immagine sbagliata dell’Italia e della sua economia: cliché che alimenta ancora oggi Sebastian Kurz (il cancelliere austriaco n.d.r.)». Cliché che su kontrast.at due economisti Austriaci, Nikolaus Kowall e Philipp Heimberger, letteralmente demoliscono con una precisa analisi riassunta, come suona il titolo del pezzo, in “Sette punti che tu non conoscevi sull’economia italiana”. Eccoli in sintesi:

  • Non è vero che l’Italia viva al di sopra delle sue possibilità: perché esporta più di quanto importi, ovvero consuma meno di quanto produce. Quindi vive al di sotto delle sue possibilità.
  • Lo Stato è indebitato, non gli italiani. Tra i Paesi dell’OCSE nel 2018 il debito privato italiano rispetto al PIL era del 165 per cento, al 22° posto, di poco superiore a quelli di Austria e Germania.
  • L’indebitamento pubblico italiano è colpa di una disastrosa politica finanziaria che dura da 40 anni.
  • L’economia italiana è vittima dell’Euro
  • La rigorosa politica di risparmio italiana ha portato ad una drastica riduzione degli investimenti e della crescita.
  • L’Italia è la seconda “potenza” industriale della UE, dopo la Germania: dall’Italia proviene il 16 per cento di tutta la produzione industriale dell’Unione.
  • Non è vero che gli italiani siano, per quanto riguarda i patrimoni privati, più ricchi dei tedeschi e degli austriaci. Ma il patrimonio privato italiano è distribuito più uniformemente tra la popolazione, mentre in Germania e in Austria la ricchezza è concentrata tra meno soggetti.
mm
Nato a Perugia ha la Germania come sua seconda Patria. Oltre a quella italiana, possiede anche la cittadinanza tedesca. Dopo aver lavorato, tra gli anni ‘80 e ‘90, come capo ufficio stampa del Gruppo Fiat a Francoforte ed a Londra e successivamente dell’Italdesign-Giugiaro di Torino, dal 1999 è tornato a vivere stabilmente in Germania. Ė stato a lungo corrispondente della Gazzetta dello Sport, per la quale, oltre ad occuparsi di calcio, ha seguito regolarmente la F.1 su tutti i circuiti del mondo. Continua a lavorare come giornalista nel settore dei motori, collaborando con il quotidiano La Stampa di Torino ed il mensile Quattroruote.

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