Luca Giordano © Francesco Scipioni
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Chitarrista, band leader, cantante, e compositore, Luca Giordano è considerato uno dei più grandi talenti sulla scena Blues europea, esibendosi sia con la propria band, sia accompagnando alcuni dei più grandi artisti di livello internazionale.

Nato in Italia nel 1980, Luca si trasferisce a Chicago alla giovane età di 25 anni collezionando numerose esperienze al fianco di affermati performer dell’area dell’Illinois come Sharon Lewis, Willie “Big Eye” Smith, Les Getrex, JW Williams, James Wheeler & the Rosa’s Lounge All-Stars (inclusa la loro esibizione al prestigioso Chicago Blues Festival nel 2008), e collaborando frequentemente con Eric “Guitar” Davis e la sua band “The Troublemakers” per diversi tour in Illinois, Ohio, Missouri, Wisconsin, ed al “Chicago Blues Festival” 2011 e “Virginia Beach Blues Fest” (con Willie Big Eyes Smith, former Muddy Waters drummer)

Al suo rientro in Europa Luca pubblica due album da solista (“My Kind Of Blues” con ospiti Chris Cain, Bob Stroger, and Sax Gordon per Audacia Records & Off, “The Grid” per GG Records) e collabora con il cantante/armonicista/show-man spagnolo Quique Gomez per “GG Records Dead Mama Blues” e “Chicago 3011 Sessions” (registrato a Chicago nel 2011) con ospiti leggende del Blues americano come Bob Stroger, Billy Branch, Jimmy Burns, and Eddie C. Campbell.

Negli anni seguenti la “Luca Giordano Band” ha guadagnato reputazione come una delle migliori band europee scelte dagli artisti americani per i propri tour internazionali. Diversi quelli di successo e l’aumento di popolarità hanno attestato la qualità del loro lavoro, con rispettati artisti come Sugaray Rayford, John Primer, Bob Stroger, Nora Jean Bruso, Kenny “Blues Boss” Wayne, Willie “Big Eye” Smith, Jimmy Burns, Toni Lynn Washington, Chris Cain, Carlos Johnson, Billy Branch, Eric “Guitar” Davis, and Sax Gordon, per nominarne alcuni.

Accompagnando questi grandi artisti o esibendosi da solista con la propria band, Luca ha portato il suo sound unico, ed allo stesso tempo energico e raffinato, in club e festival in Italia, Svizzera, Germania, Francia, Belgio, Lussemburgo, Olanda, Spagna, Portogallo, Austria, Ungheria, Romania, Repubblica Ceca, Lituania, e di recente, ha collezionato diversi fan nelle sue performance in Brasile, Cile, Argentina, Patagonia, Russia e Georgia.

Negli ultimi anni Luca è inoltre diventato parte integrante della band del profeta del Blues Mighty Mo Rodgers, con il quale ha registrato il disco Griot Blues (2017 – One Root Music), progetto in collaborazione con il musicista griot africano Baba Sissoko, mentre, nel frattempo, continua ad esibirsi a livello mondiale con la propria band ed accompagnando i migliori performer della scena blues attuale.

Lei è nato a Teramo, in Abruzzo, terra di molti musicisti Jazz e Blues. Cos’è stato che l’ha avvicinata alla musica e a che età ha iniziato a suonare?
Mia madre strimpellava un po’ la chitarra, mio nonno suonava quella classica e mio padre ascoltava BB King, ma in realtà nessuno ascoltava molta musica Jazz o Blues. Io ho iniziato da solo a strimpellare la chitarra, ma il colpo di fulmine è stato in età adolescenziale quando ho visto dei ragazzi abruzzesi suonare e sono rimasto colpito dal loro modo di stare sul palco, in quanto non si trattava di una semplice esecuzione, ma si stavano proprio divertendo insieme, e questo mi ha lasciato il segno. Mi ricordo in particolare del chitarrista che a un certo punto si ferma, mette la mano in tasca prende l’armonica e si mette a suonarla. Si vedeva che si divertiva proprio e non che stesse lavorando. Da quel momento ho cominciato ad interessarmi al Blues. Io sono autodidatta, però ho fatto dei seminari, tra cui uno a Chicago dove ho conosciuto Chris Cain, con cui ancora ho un ottimo rapporto di amicizia, e personalmente lo considero uno dei migliori chitarristi al mondo; sono rimasto affascinato non tanto e non solo dalla musica Blues, ma dalla cultura che c’è dietro, dalla componente culturale anche perché era una musica di protesta.

A 25 anni, nel 2005, lei è andato a Elgin Chicago Illinois, in America, come mai questa scelta?
Io veramente mi sono laureato in informatica nel 2003 e già suonavo con la mia prima band che si chiamava “Jumpin’ Eye Blues Quintet” con cui sognavo di lavorare professionalmente anche in Europa; dopo la laurea ho lavorato per un paio di anni come amministratore di rete e nel frattempo continuavo a suonare con la mia band. Abbiamo vinto anche un paio di concorsi nazionali dove come premio abbiamo avuto la possibilità di registrare due dischi. Poi i ragazzi della band hanno preso altre strade, perché giustamente ognuno di noi aveva le proprie priorità; io ero un po’ in crisi, non sapevo che fare, il lavoro che facevo non mi soddisfaceva e così decisi, con i soldi che avevo da parte, di andare a fare questo seminario negli States, e male che va, ho pensato, potrò conoscere Chicago. Appena arrivato lì mi si è aperto un mondo e ho deciso che sarei tornato in Italia, ma per licenziarmi dal mio vecchio lavoro e poi tornare a Chicago. E così ho fatto restando in America per tre anni. Avevo 25 anni, parlavo un inglese scolastico e per sei mesi non ho fatto niente altro che cercare di suonare nelle varie jam notturne con la mia chitarra che portavo in spalla sempre con me. Leggevo il giornale, il “Chicago Reader”, e cercavo tutti gli eventi della settimana, segnandomi tutte le Jam Session di tutte le sere; e poi andavo lì, a suonare e farmi conoscere; praticamente era un investimento sul lavoro. Dopo cinque o sei mesi di questa vita è arrivato il mio primo ingaggio di lavoro 80 dollari per suonare con una cantante di Chicago Sharon Lewis, come sostituzione al suo chitarrista in una festa privata al celebre Andy’s Jazz Club. Dopo aver fatto due o tre concerti con lei la mia visibilità era aumentata e quindi iniziarono a chiamarmi anche altri professionisti e band leader. E da lì in poi è iniziata la mia carriera professionistica.

Luca Giordano © Francesco Scipioni

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Questa scelta l’è servita per il suo mestiere di musicista? E se si, in che modo l’ha aiutata a crescere? Ci vuol parlare di questo periodo in America?
Dopo aver suonato con Sharon Lewis, sono stato ingaggiato dalla band di Les Getrex, per più di 10 anni chitarrista di Fats Domino, di New Orleans, ma in quel momento trasferitosi a Chicago. Questa è stata un’altra esperienza fondamentale, perché mi ha dato una versatilità musicale fuori dal comune. Difatti per suonare con lui ho dovuto imparare all’incirca un repertorio di 300 brani. Non avevamo setlist, e mi diceva così: “Io ho 300 brani in repertorio e suonerò quello che sento sul momento”. Ho poi suonato per due mesi con J.W. Williams, perché quando doveva iniziare il tour il suo chitarrista (Shun Kikuta) era impegnato con Koko Taylor, la regina del Blues, e quindi chiamò me sotto consiglio di uno dei miei più grandi amici, e tra i migliori musicisti al mondo, Mr Guy King. Dopo tre anni in America sono tornato a casa, perché già avevo iniziato a suonare in Italia e in Europa, in certi periodi dell’anno, portandomi dietro dei musicisti blues americani e così mi sono fatto conoscere anche in Italia ed in giro per l’Europa, iniziando a cavalcare questo filone. Poi, con il tempo, anche i musicisti americani con cui non avevo mai collaborato, hanno iniziato a conoscermi ed apprezzarmi, così che quando venivano in Europa per fare tour, senza portarsi dietro la loro band, si appoggiavano a me e ai miei musicisti, sapendo di trovarsi, diciamo, in una botte di ferro. Da quel periodo ho iniziato a vivere in America solo per quattro mesi all’anno, da marzo a luglio per il “Chicago Blues Festival” perché suonavo con Eric “Guitar” Davis, un chitarrista straordinario con cui ho lavorato per ben due volte al “Chicago Blues Festival”. Ho poi fatto tante altre cose, fra cui numerosi tour in Europa, Francia, Lithuania, Ungheria etc.

Quand’è stato che d’accompagnatore di bluesman americani, lei è passato a fare dei concerti tutti suoi con la propria band?
Tutto è iniziato quando accompagnavo, con la mia band, i musicisti statunitensi in tour in Italia ed in Europa. Ad un certo punto molti di loro hanno cominciare ad incoraggiarmi chiedendomi di aprire il concerto cantando un paio di brani per scaldare il pubblico; mi dicevano: devi cantare, farti sentire e farti conoscere. E così ho iniziato ad aprire i concerti, i video hanno cominciato a girare nella rete e mi sono arrivate le prime richieste di spettacoli a nome mio, insieme alla mia band, ad eventi e festival o come ospite insieme ad altri gruppi esteri. A mio nome, ossia con il mio show, ho avuto dei tour in Brasile, in Argentina, Patagonia, Lituania, Germania, e recentemente in Russia con 15 date in 17 giorni a gennaio, appena prima che si fermasse tutto. Quindi adesso gran parte dei concerti che faccio in Italia e nel mondo sono miei, come “Luca Giordano”, e per il resto, continuo le collaborazioni accompagnando musicisti americani, soprattutto con Mighty Mo Rodgers, detto anche il profeta del Blues. Considerato uno dei fondatori della Blues Music, Mo è di East Chicago, ma vive a Los Angeles e con lui ho registrato vari dischi come “Griot Blues” e “Sci-Fi Movie” (che uscirà a breve).

Ha appena detto di aver fatto tour in tante parti nel mondo, tra cui la Germania. Ci racconta dei concerti fatti in questo Paese?
Intanto posso dire di essere stato fortunato per essermi esibito più volte in Germania. È stato sempre un gran divertimento, ho avuto sempre un ottima ospitalità ed un pubblico che trasmetteva un’energia entusiasmante. Il mio primo tour tedesco è stato nel 2013 con il chitarrista Rockin’ Johnny Burgin e l’armonicista spagnolo Quique Gomez. Era gennaio inoltrato ed abbiamo girato la Germania per 2 settimane, suonando e viaggiando per ore praticamente ogni giorno. Ho un bellissimo ricordo del concerto all’auditorium di Fürstenfeldbruck, un bellissimo palazzo in una cittadina non distante da Monaco. Lo show riscosse talmente tanto successo, che l’organizzatore ci confermò per l’anno successivo. Ed infatti siamo poi tornati in Germania anche nel 2014! Ci sono tornato poi nel 2018 e mi viene in mente un concerto straordinario nella stupenda piazza di Norimberga. Ero con i Griot Blues, un progetto di WorldMusic, in collaborazione tra il profeta del Blues Mighty Mo Rodgers dagli Stati Uniti (con cui lavoro regolarmente) ed il grande artista Africano (Mali) Baba Sissoko. Era in occasione del Bardentreffen festival 2018, in una splendida giornata di sole ed una grande folla che ballava nella piazza. Il giorno dopo abbiamo suonato non distante da lì, per il “Bad Windsheim Weinturm Open Air”. Nello stesso anno ci siamo esibiti in diversi club e sale concerto in Germania con il famoso chitarrista californiano Chris Cain (accompagnato dalla mia band). Tra i concerti ricordo un bellissimo show in una sala di Stoccarda. Nel Novembre 2018 sono stato chiamato ad esibirmi con la mia band al Saarbrücken Blues Fest.

Luca Giordano © Francesco Scipioni

Luca Giordano © Francesco Scipioni

È uscito pochissimi giorni fa il suo nuovo album, “Let’s Talk About It”, ce ne vuol parlare?
È uscito per l’etichetta Brasiliana “Blue Crawfish Records”, ed è il mio terzo album come solista. Let’s Talk About It è una raccolta di emozioni e storie, prodotto e mixato dal noto batterista e producer Fabio Colella presso lo SASHA STUDIOS a Trasacco (AQ); l’album include 11 brani di cui 8 sono miei originali e 3 cover a firma Mighty Mo Rodgers, Eric Davis, Sean Costello. Inoltre il disco vanta la presenza di due featuring d’oltreoceano che hanno contribuito negli anni alla mia formazione artistica, Mighty Mo Rodgers (produttore di Sonny Terry and Brownie McGhee) e l’esplosivo sassofonista Sax Gordon , a cui è stata affidata la sezione fiati su 4 brani. Altri eccezionali ospiti italiani portano al disco il loro grande contributo artistico, come Alessandro Di Bonaventura alla tromba, i bassisti Walter Monini e Nicola Di Camillo, il batterista Eric Cisbani, Chiara Giordano ai cori e Francesco Cerasoli con un solo sul brano “Cold Winter”.

Perché il Blues riscuote qui da noi ancora un così grande successo?
Io credo perché il Blues è una musica molto vera, molto scarna e ha pochi fronzoli e quindi è un linguaggio molto diretto, che arriva subito alla pancia; per “capirlo” non serve una grande cultura musicale, è alla portata di tantissime persone, certo anche il Pop è alla portata di tutti, ma il Blues si differenzia perché ha una certa genuinità, non è molto costruito al fine di poter piacere, bensì è così di natura.

Domanda finale: progetti attuali, progetti futuri e il sogno nel cassetto.
Intanto voglio promuovere al meglio il mio album che è appena uscito: “Let’s Talk About it” che, come ho detto, è il primo dove canto quasi tutti pezzi che ho scritto io e quindi potrei considerarlo come l’album della maturità, anche se non mi va di dirlo. Progetti futuri è una bella domanda, perché con la pandemia purtroppo sono saltate tante cose. Un progetto, ma anche un auspicio, è quello di tornare prima possibile in Brasile, perché lì ho dei contatti di lavoro molto buoni, con vari festival e varie realtà, e poi lì sto bene, studio, mi esercito tanto, faccio molto sport. È un posto che mi dà molto anche a livello culturale, di ispirazione e di stimoli per scrivere nuove musiche e testi. Un altro progetto è continuare a lavorare con Mighty Mo Rodgers e nel 2021 recuperare tutti i tour del 2020. Inoltre abbiamo molti lavori e tournée in cantiere con il grandissimo Chris Cain, che ha appena firmato un contratto con l’Alligator Record, l’etichetta di Blues per eccellenza a livello mondiale, e con cui abbiamo in programma diversi concerti in Europa. Il sogno nel cassetto è quello di riavere la mia casetta in Abruzzo, che è stata rovinata dal terremoto del 2016, e, in futuro, riuscire ad avere una casetta in Brasile per poi continuare a fare concerti e a girare il mondo suonando la mia musica e quella di coloro che hanno fatto grande il Blues.

 

Luca Giordano Band – Let’s Talk About  It

© Youtube Luca Giordano

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