© J Girotto
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Javier Edgardo Girotto, argentino di Cordoba, classe 1965 si accosta alla musica da bambino grazie al nonno, di origini italiane, che era direttore di una banda musicale. Inizia con il clarinetto per passare più tardi, influenzato dal jazz, al sax. A 19 anni vince una borsa di studio che gli permette di entrare nel prestigioso “Berklee College of Music” di Boston, negli Stati Uniti. Ci rimarrà quattro anni, diplomandosi in Professional Music “Cum Magna Laude”, questa esperienza gli servirà per approfondire gli studi di composizione, arrangiamento, improvvisazione e sax con i più grandi maestri del momento. Da lì partirà la sua straordinaria carriera, che l’ha portato a suonare in qualsiasi parte del mondo. A 25 anni arriva in Italia, la sua famiglia ha origini pugliesi, dove chiede e ottiene la cittadinanza, prende la residenza a Roma e farà del Belpaese la sua patria. Sterminate le sue collaborazioni, praticamente con tutti i più grandi nomi dal Jazz italiano e del mondo. Oggi viene considerato tra i più grandi sassofonisti e jazzisti a livello mondiale.

Vorrei cominciare dal momento attuale. Iniziano a riaprire i locali e ripartono gli eventi, com’è la sua ripresa, in che modo e da dove riparte?
Praticamente riparto da dove ho lasciato, perché questo periodo di fermo mi ha dato la possibilità di studiare e di mettere in piedi nuove cose. In un periodo normale difficilmente avrei fatto tutto questo, perché sarei stato sempre impegnato a suonare e fare concerti. Invece avendo tempo a disposizione ho potuto studiare, sperimentare ed aprire nuove strade musicali.

Come è iniziata la sua avventura musicale, a che età ha iniziato a suonare? E soprattutto come ha scoperto la passione per la musica?
È stato grazie a mio nonno, che era direttore di una banda musicale. All’inizio naturalmente era solo un gioco. Crescendo, cresceva anche la passione per la musica, e ho capito che poteva essere anche una cosa seria, così ho fatto degli studi per approfondire degli argomenti musicali, anche se fondamentalmente sono un autodidatta. Poi è diventato un lavoro, che mi appassiona molto.

A 19 anni vince una borsa di studio e va a Boston alla Berkley, ci racconta qualcosa di questa esperienza americana.
Questa è stata la prima cosa seria che ho fatto in ambito musicale. Anche se devo dire che all’inizio è stato soprattutto un buon motivo per uscire dall’Argentina, andare negli States e più che altro ottenere un visto, cosa non facile a quei tempi, considerando che eravamo a metà degli Anni Ottanta. Naturalmente poi stando là ho potuto studiare la musica in tanti dei suoi aspetti e colmare le molte lacune musicali che avevo, essendo come le ho già detto, un autodidatta. Sicuramente è stata una svolta per la mia carriera. Arrivai in America, a Boston, che avevo 21 anni. Gli appartamenti erano quasi tutti di legno, almeno nel quartiere dove vivevo io. Dividevo l’appartamento con un mio amico argentino, un giorno avevamo fame e decidemmo di mangiare degli hamburge: mentre li cucinavamo, si sprigionò una tale quantità di fumo nell’appartamento, che fummo costretti ad aprire la porta principale per cambiare aria. Noi non sapevamo che i corridoi del condominio erano pieni di sensori antifumo, si scatenò un inferno di allarmi e poco dopo arrivarono delle squadre di pompieri, che appena si resero conto di ciò che avevamo combinato, ci volevano massacrare di botte per il procurato allarme.

Ha suonato varie volte anche in Germania!
In Germania ho suonato praticamente dappertutto, soprattutto quando ero in tournèe con Luciano Biondini, un fisarmonicista con cui suonavo in duo. Sono sempre rimasto impressionato dal pubblico tedesco, sempre molto attento, preparato culturalmente per certi linguaggi musicali, un pubblico meraviglioso sotto questo punto di vista. Mi ricordo, in modo particolare, una delle ultime volte che ho suonato in trio a maggio 2019, un album “Tango Nuevo revisited”, per un’etichetta tedesca che si chiama ACT, l’abbiamo presentato alla Filarmonica di Berlino, un posto stupendo con un pubblico meraviglioso.

A 25 anni ha deciso di fermarsi in Italia e vivere e lavorare qui. Come è maturata questa decisione?
Principalmente per il discorso del passaporto. I miei nonni erano italiani e questo mi permetteva di richiederlo e il fatto di avere un documento che mi permettesse di girare liberamente in Europa, per me che facevo il musicista, era fondamentale. Dopodiché una volta arrivato qui, nel 1991, mi sono trovato subito bene. È stato un amore a prima vista e quindi mi sono fermato.

Il clarinetto è stato lo strumento con cui ha iniziato a suonare. Per quale motivo poi è passato al sax?
Ma il clarinetto è stato una scelta fatta quando ero piccolo, seguendo anche la moda di quei tempi, quando ho iniziato a suonare nella banda che dirigeva mio nonno. Poi crescendo mi sono reso conto che la banda era composta quasi tutta da gente di una certa età, allora ho pensato di passare al sax perché lo ritenevo più uno strumento da musica Pop, che mi avrebbe dato molte più possibilità di spaziare in altri generi musicali. O quantomeno allora pensai così.

Ha suonato con un numero impressionante di artisti, in tutto il mondo, com’è il rapporto tra di voi colleghi? È diventato amico di qualcuno o le personalità sono talmente forti che vi limitate ai rapporti formali?
Quando suoni insieme di solito i rapporti umani sono sempre buoni, poi ovviamente l’amicizia è un’altra cosa. Di solito io preferisco suonare con colleghi con cui ho un buon rapporto umano, posso dirle che lo preferisco alla bravura. Ma alla fine gli amici veri sono un’altra cosa, sono quelli dell’infanzia, infatti io li ho quasi tutti in Argentina, fuori dall’ambito musicale, perché altrimenti alla fine stando sempre insieme si parla quasi esclusivamente di musica, che sì è bello, ma nella vita ci sono anche altre cose.

Quanto hanno inciso, e contano tutt’ora, nella sua musica le origini argentine? Quanta contaminazione c’è nei suoi lavori?
Io sono nato e vissuto, almeno fino ad una certa età, con la musica argentina da mio nonno, che suonava il bandoneon, a mio padre che erano dei veri e propri cultori. Sono stato immerso nella musica del mio Paese fino quasi ai vent’anni, fino quasi alla nausea. Ed è anche per questo che ad un certo punto sono voluto uscire dall’Argentina, e andare in America dove ho conosciuto il Jazz, che mi aveva preso totalmente. Poi da quando sono arrivato in Europa e in Italia, ho iniziato a sentire la nostalgia della musica argentina ed è qui che ho iniziato a mescolare il jazz con la musica tradizionale del mio Paese, la musica classica e l’improvvisazione.

Quali sono i suoi progetti attuali e futuri, e il classico sogno nel cassetto?
In questo momento sto preparando un disco in solo, e sarebbe il secondo, poi studiare scrivere e farmi venire nuove idee. Poi abbiamo in uscita un disco, con un trio storico Peppe Servillo, Natalio Mangalavite ed io, su tutto il repertorio di Lucio Dalla rivisitato alla nostra maniera nel nostro mondo latino. Continuo con Ariel tango che è un classico, soprattutto quest’anno che è il centenario della nascita di Astor Piazzolla. Per quanto riguarda il sogno nel cassetto è un sogno molto semplice: chiedo a nostro Signore di darmi tanta salute, per poter suonare il più possibile, perché in fondo è quello che desidero più al mondo, suonare, suonare e suonare fino alla fine.

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