© Mimma Fragulli
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Profughi in Grecia © Flickr Unione Europea CC BY-SA 4.0

Profughi in Grecia © Flickr Unione Europea CC BY-SA 4.0

«La Grecia ha portato al livello massimo la sicurezza del confine: non cercate di attraversare. La frontiera è chiusa». È questo il messaggio automatico che arriva su tutti i cellulari di chi si avvicina al confine tra Turchia e Grecia, nella zona di Evros. È qui che da venerdì si ammassano più di 13mila rifugiati siriani e afghani, defluiti in massa dai campi profughi turchi dopo che il il Presidente turco Recep Tayyip Erdoğan aveva annunciato che avrebbe permesso il transito dei migranti verso i Paesi della UE a seguito dell’intensificarsi del conflitto armato a Idlib, in Siria, dove combattono anche militari della Mezzaluna a fianco dei miliziani islamisti, oppositori del regime di Assad. L’allarme in Grecia è massimo e non solo al confine: ieri sull’isola di Lesbo sono sbarcate circa 350 persone, più 150 su altre isole dell’Egeo, mentre gli abitanti del posto cercavano di impedire ai gommoni di attraccare.

Una scelta, quella di Erdoğan, motivata dalla richiesta all’Unione Europea di mantenere gli accordi stipulati nel 2016, quando i Paesi membri promisero 6miliardi di euro di aiuti ad Ankara (inizialmente erano tre e il presidente turco ne pretese altrettanti) per finanziare l’accoglienza non solo dei siriani, e non solo, in fuga dalla fame e dalle guerre. Anzi, ad essere precisi fu la Cancelliera Angela Merkel, forse colta di sorpresa dal forte afflusso di persone verso la Germania che aveva improvvisamente aperto i suoi confini, a fare tale promessa per conto dell’Unione, senza peraltro consultare preventivamente gli altri membri.

La Grecia sta ormai andando a rotoli, presa fra il martello turco e l’incudine di un’Europa vigliacca che ha abbandonato il debole Governo popolare, e soprattutto il popolo ellenico, al proprio destino. Atene sta prendendo misure durissime per frenare l’immigrazione illegale: ha lanciato un bando per alzare un muro fatto di reti alte 50 cm da sistemare sulle acque di fronte a Lesbo e ha dato via libera a una nuova legge sulle richieste d’asilo che renderebbe quasi impossibile il diritto di appello per chi vede respinta la proposta. Inoltre prevede il carcere dopo il primo “no” in tribunale. Il Governo ha anche assicurato che deporterà con la forza immediatamente tutte le persone che entreranno in questi giorni illegalmente dal confine turco.

L’isola di Lesbo è al collasso: nel campo profughi di Moria pensato per ospitare 3.000 persone al massimo, dove furti e stupri ormai non si contano, ce ne sono ammassate già 19.800. Nelle altre isole ce ne sono 25mila e la situazione è insostenibile sia per i migranti che per la popolazione. A Lesbo gli abitanti hanno aggredito il personale di alcune Ong che si occupano di accoglienza: sei persone sono finite in ospedale. La gente è infuriata perché dal 2015, quando passarono dalla Grecia un milione di persone, l’economia è crollata: il turismo sull’isola è calato del 50 per cento nel 2016, e se nel 2011 oltre 90 navi attraccavano a Lesbo, il numero è crollato a 8 nel 2019.

Jens Stoltenberg © CC BY-SA 2.0 Flickr Arbeiderpartiet

Jens Stoltenberg © CC BY-SA 2.0 Flickr Arbeiderpartiet

Quest’ultima crisi si genera dalle tensioni fra Siria, Russia e Turchia per Idlib. La Turchia, sconfitta praticamente sul campo dall’alleanza fra Assad e Putin, cerca di reagire coinvolgendo la NATO, ma molti Paesi europei non vogliono essere coinvolti in una guerra che si tiene in un territorio fuori dall’Alleanza. Ed è stata proprio la piccola Grecia a porre il veto ad una risoluzione NATO a supporto della Turchia, opponendosi all’articolo 4 che prevede, appunto l’intervento dell’Alleanza a fianco di un alleato aggredito. Erdoğan è l’aggressore in questo caso e non l’aggredito. Tuttavia Jens Stoltenberg, segretario generale della NATO, ha comunicato che l’Alleanza continuerà a sostenere la Turchia con una serie di misure, fra cui il rafforzamento delle sue difese aeree, per aiutarla contro la minaccia di attacchi missilistici dalla Siria. A dire il vero a favore dell’intervento oltre agli USA e alla Gran Bretagna (come prevedibile) c’è stata anche la Spagna, governata dal socialista Pedro Sánchez.

Per il Segretario dell’Onu António Guterres l’escalation ad Idlib è la più allarmante dell’intero conflitto siriano perché nella piccola cittadina siriana non c’è solo Al Qaida. Accanto al movimento islamista sunnita combattono, stando ad un recente rapporto del Dipartimento della Difesa statunitense, dai 22mila ai 50mila militanti del Fronte di Liberazione Nazionale (Nlf), una coalizione di una trentina di gruppi islamisti formata e finanziata dai servizi segreti turchi. Gli stessi gruppi utilizzati da Ankara per massacrare i curdi nel Nord-est lo scorso autunno o per combattere in Libia al fianco del governo di Fayez Al-Serraj. Il territorio siriano invaso e presidiato dall’esercito turco è, insomma, una sorta di grande calderone del terrorismo in cui operano gruppi jihadisti provenienti da oltre 100 zone del mondo. Non ultimo quello Xinjiang cinese dove infuria la rivolta della minoranza musulmana degli uighuri.

Luigi Di Maio © il Deutsch-Italia

Luigi Di Maio © il Deutsch-Italia

L’ambasciata italiana ad Ankara, evidentemente d’intesa con il ministro degli Esteri Luigi Di Maio, ha diffuso un tweet in cui esprime le proprie condoglianze per i soldati turchi uccisi sul suolo siriano. Il presidente francese Emmanuel Macron, dopo una conversazione telefonica con Vladimir Putin ed Erdoğan, si è limitato a chiedere una tregua negli scontri a Idlib. Un’equidistanza quantomeno generosa davanti ad una Turchia che non ha esitato a spedire in Libia le milizie jihadiste reclutate proprio a Idlib per fronteggiare un generale Khalifa Haftar fedele alleato di Parigi.

Con l’apertura delle frontiere turche l’Europa rischia di vedersela anche con i terroristi di Tahrir Al Sham. La succursale di Al Qaida, inserita nelle liste dei gruppi terroristi sia dagli Usa che dall’Onu, oltre a controllare Bab al Hawa, il valico da cui entrano in Siria i soldati turchi, è anche la forza egemone nei territori di Idlib. Da lì dunque i terroristi di Al Qaida possono facilmente arrivare in Europa seguendo le rotte dei migranti.

Angela Merkel © il Deutsch-Italia

Angela Merkel © il Deutsch-Italia

Ecco allora che Erdogan scatena l’arma finale: apre i cancelli ai rifugiati siriani, sia già presenti al confine con Grecia e Bulgaria, sia di nuova provenienza dalla Siria, e permette, anzi incentiva, l’invasione verso l’Europa. La Germania della Cancelliera Angela Merkel (CDU), per quanto minacciata direttamente dall’esodo, non trova di meglio che “condannare gli spietati attacchi alle truppe turche” ed esprimere le proprie condoglianze per i militari caduti. Il suo ministro degli esteri Heiko Maas (SPD) arriva a definire “crimini di guerra” le operazioni condotte a Idlib dalle forze siriane e turche. Il resto dei Paesi europei non fa di meglio.

Piegarsi a Erdogan, come fa l’Europa, significa non solo prolungare una guerra di Siria costata già 400mila morti, ma favorire l’arrivo dei terroristi che seguendo i migranti possono facilmente immettersi sulla rotta balcanica. Per quanto la UE si sforzi di negarlo, solo la cacciata dei gruppi jihadisti e dei loro alleati turchi può riportare la pace in Siria. garantire il rientro dei circa 3milioni di siriani esuli in Turchia e l’avvio di un processo di riconciliazione nazionale. Una prospettiva vista però come il fumo negli occhi da un Erdogan che perderebbe il controllo di una fetta di Siria e, con essa, l’opportunità di usare l’arma dei migranti per tenere in scacco il Vecchio continente i cui leader si vedranno per un vertice sul tema il 26 e il 27 marzo.

Von der Leyen Sassoli Michel © CC BY-SA 2.0 Flickr EU

Von der Leyen Sassoli Michel © CC BY-SA 2.0 Flickr EU

Ieri la Presidente della Commissione Europea Ursula von der Leyen, quello del Parlamento europeo David Sassoli e del Consiglio europeo Charles Michel si sono recati alla frontiera terrestre tra Turchia e Grecia assieme al premier greco Kyriakos Mitsotakis per constatare direttamente la situazione. Speriamo che serva a qualcosa di concreto di fronte alle tante parole profuse finora.

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