© Elisabetta Scavuzzo per il Deutsch-Italia
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Sorrento è un luogo particolarmente vivace: la natura è generosa, gli abitanti accoglienti, la sua storia ancora palpabile. In alcuni angoli può capitare di perdere il senso del tempo facendoci sentire più vicini ai grandi viaggiatori che, su questo territorio, hanno transitato e con tutta probabilità anche amato. Molti di loro arrivavano dal Nord Europa, dalla Germania i più famosi furono: Nietzsche, Wagner, Goethe (che soggiornò a Massa Lubrense, fra Sorrento e Capri). Altri nomi sono meno conosciuti, ma qui si sono fermati, hanno cercato qualcosa e non se ne sono andati via delusi. Parliamo dei paesaggisti romantici come Reinhold Heinrich, Florian Grospietsch, Johann Hermann Carmiencke, Carl Wilhelm Götzloff, Teodoro Witting, Wilhelm Friedrich Schlotterbeck, Carl Ludwig Frommel e molti altri. Cosa cercavano in questa terra recante le antichissime cicatrici causate dalle attività vulcaniche dei Campi Flegrei e dalle acque ruscellari del Casarlano e del Sant’Antonino? Qual era il clima culturale che si respirava nell’Europa dei diari di viaggio, dello Sturm und Drang, dell’alta educazione impartita a suon di Grand Tour proprio negli ultimi anni gloriosi di questa mitica istituzione, prima che la storia facesse il suo corso portando modernità e devastazione?

Come poteva conciliarsi una corrente artistica come quella romantica, nata e sviluppata nei rigidi climi del Nord Europa, bagnata dai mari freddi, dalle nebbie e dalle tempeste, con la bellezza morbida e luminosa del “Sentiero degli dei”? In realtà la risposta è meno misteriosa di quanto si possa immaginare: Sorrento, Positano, Amalfi, Capri, seppur immerse nella luce del sole, conservano una natura selvatica e primordiale incredibilmente affascinante, che ha permesso loro di non essere intaccate dall’uomo. Pochi infatti sono stati gli interventi antropici, e laddove gli uomini si sono installati, si è creato un rapporto di simbiosi. Nella libreria del centro storico di Sorrento si possono trovare testi sulla storia e le specialità locali. Tra questi fa parte un libro che è senz’altro uno strumento prezioso per inquadrare il fenomeno dei paesaggisti romantici a Sorrento, è di Benito Iezzi, “Viaggiatori stranieri a Sorrento” edito da Franco di Mauro Editore, (1989, 150 p., € 14,25). Raccoglie una ricca bibliografia straniera sulla città campana, oltre a numerose immagini che ci proiettano indietro, e non in senso negativo.

© Elisabetta Scavuzzo per il Deutsch-Italia

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Tra il Settecento e l’Ottocento l’arte occidentale ha sviluppato la propria estetica attorno al concetto di sublime, legato a sua volta principalmente a due sensazioni rispetto la natura: la prima è quella della condizione umana di piccolezza paragonata alla potenza distruttrice, la seconda è quella della contemplazione che porta con sé un “distaccamento temporale”. I pittori e incisori degli Imperi centrali, per completare la loro formazione, partivano alla volta dell’Italia. Qui gli studi classici si amalgamavano alla ricerca di questa esperienza estetica e il territorio, smosso dall’attività vulcanica e bagnato dal mar Tirreno, con le sue origini che affondano nel mito delle Sirene, era diventato meta prediletta.

Il mito vuole che le tre sirene Ligeia, Leucosia e Partenope, furono trasformate parzialmente in bestie da Demetra come punizione per non aver tentato di salvare la figlia Persefone, loro compagna di giochi, durante il rapimento di Ade e si rifugiarono sulle coste tirreniche dove, con il loro canto melodioso, attiravano per poi affogare in mare i marinai che passavano in quelle acque. A Sorrento le tracce delle sirene sono discrete, ma presenti: le si trovano nel meraviglioso Hotel Bellevue Syrene, attivo dal 1820, affacciato sul golfo e sorto sui resti dell’antica villa di Agrippa Postumo, figlio adottivo di Augusto. Nelle forme eleganti di siluette, per i gioielli di raffinato artigianato. Nel logo impresso sulle suole di squisite e lussuose calzature estive – anch’esse artigianali – che è possibile scovare inoltrandosi nelle viuzze del centro, ma anche in quello di un marchio locale di profumi il quale ricorda, vagamente, la sirena a due code di Starbucks.

Viaggiatori stranieri a Sorrento

Viaggiatori stranieri a Sorrento

Tornando ai nostri romantici, se i panorami affacciati sul mare con i picchi che si gettano tra le onde (W. Friedrich Schlotterbeck “Ofelten beltate bei Sorrento”), le grotte, la macchia mediterranea che interrompe il penetrante azzurro del cielo e dell’acqua, il Vesuvio all’orizzonte che all’epoca mostrava qualche segno di innocua attività (Karl Lindemann Frommel “Villa Cocumella. Sorrent” e Carl Ludwig Frommel “Sorrento”), rapivano il cuore degli artisti, altrettanto destava in loro la sensazione di sublime il paesaggio racchiuso all’interno della penisola. Ci riferiamo precisamente al Vallone dei Mulini (Teodoro Witting “Sito detto i Ponti a Sorrento”).

Nel Cinquecento questo territorio era di proprietà della famiglia Tasso: la stessa di quel Torquato che ci ha lasciato la “Gerusalemme liberata”, opera che gli ronzava in mente da quando aveva, probabilmente, quindici anni. Genio e sregolatezza. Le sponde del vallone erano unite da un paio di stretti ponti che divennero soggetti cari agli artisti, insieme alle rocce della gola. Qui, nella voragine di pietra, i romantici scendevano per afferrare quella sensazione che, a chiamarla oggi, sembra un ossimoro: la bellezza dell’orrido.

© Elisabetta Scavuzzo per il Deutsch-Italia

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Liberato dalla compostezza e dal rigore neoclassicista, il romanticismo si nutriva di mistero, di abissi, di violenti moti interiori e lì, proprio in quella veduta l’orrido prendeva forma. Bisogna anche ammettere che l’estrema vicinanza geografica alla ridente costa, rende il tutto ancora più forte e d’impatto, soprattutto in un’epoca dove non si era ancora abituati alla vita vissuta con frenesia, alle immagini che si susseguono con la velocità di un clic. Le grotte, le ripide scalinate attraversate di tanto in tanto da giovinette che scendevano per lavare i panni, le croci poste a tentativo forse di ricacciarlo un po’ indietro, quell’orrido, emergono limpidamente nei dipinti e nelle incisioni di giovani artisti nel fiore dei loro anni. Intrisi di paesaggi, avventure, racconti mitologici, passioni che possiamo sfiorare, ogni tanto, dagli epistolari, questi ragazzi vivevano i loro borghesi privilegi con la grazia della giovinezza che, negli intervalli dalla noia, fa della scoperta del mondo e della ricerca di canali espressivi le sue bandiere.

Un’embrionale esperienza Erasmus. Possiamo definire così, gli anni di formazione di questi giovani intellettuali e artisti che lasciavano per qualche anno la – metaforicamente parlando – stretta casa familiare, andando incontro a quello che per l’epoca veniva considerato l’orizzonte del mondo. Così, le antiche consuetudini educative si sono ben radicate nel Nord Europa, dando oggi i loro frutti. In Germania infatti, l’idea di esperienza come formazione e lo spazio come terzo insegnante dopo famiglia e scuola, ha stimolato la ricerca pedagogica più raffinata e le soluzioni architettoniche scolastiche più sofisticate. Un esempio è la scuola-comunità di Wutöschingen che si sviluppa in tre diversi edifici colorati di blu, verde e bianco (la Blaues Haus, la Grünes Haus e la Weisses Haus). Al loro interno troviamo tre tipologie di spazi: marketplatz, spazi Input e Atelier. Un’attività didattica che fornisce spazi diversificati, dedicati a una ricca varietà di procedure di apprendimento, è una didattica non solo più inclusiva, ma anche lungimirante. Lo studente, fin da bambino, approccia e interiorizza l’idea che la propria formazione si costruisce in ambienti diversi, facendo esperienze più complesse e multiforme, attraversando anche momenti di necessario riposo e confronto. Questa tradizione pedagogica è da ricondursi, con tutta probabilità, anche a quel bagaglio culturale che i giovani romantici hanno portato e ci hanno lasciato in eredità.

Ci possiamo solo augurare che, a causa del Covid-19, tutta questa preziosa esperienza non venga dimenticata tra una norma anti-assembramento e un banco distanziato.

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Comunicatrice e curatrice d’arte contemporanea. Dopo aver conseguito la laurea con una tesi in Antropologia di Genere presso l’Università degli studi di Firenze, si iscrive all’Accademia di Belle Arti di Roma. Nella Capitale svolge parallelamente ricerche etnografiche, in particolare dedicandosi all'organizzazione di eventi filantropici, promuovendo la condivisione e lo scambio di idee, valori, lingue e pratiche artistiche.

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