Grecia Euro MES
Aquisgrana Merkel-Macron © Youtube Rt Deutsch

Aquisgrana Merkel-Macron © Youtube Rt Deutsch

Il Consiglio europeo del 23 aprile si è rivelato esattamente quello che molti avevano previsto, un vertice in cui non dovevano esserci vincitori né vinti per evitare tracolli. Un incontro virtuale e interlocutorio dove si doveva far capire che la via da seguire era quella del compromesso: e questo compromesso, come sempre, porta la firma di Angela Merkel e la controfirma di Emmanuel Macron. Sono loro i due grandi registi di questa lunga ed estenuante trattativa europea.

L’Europa ha saputo semplicemente dire quello che tutti si aspettavano che dicesse: ok al MES, ok all’intervento della BEI e semaforo verde al piano SURE contro la disoccupazione. È questo il vero pacchetto approvato dall’Unione europea e su cui lo stesso Giuseppe Conte ha capitolato. Per il resto il “Recovery Fund”, è risultato essere solo un impegno “a impegnarsi”. Perché di questo si tratta. Il Consiglio europeo, nei fatti, ha semplicemente detto di impegnare la Commissione von der Leyen a stilare un piano per l’attuazione di questo fantomatico fondo che già adesso vede divisi i due fronti dell’Europa. E sul suo finanziamento è arrivata anche la pietra tombale della Merkel che ha sentenziato laconicamente con un “c’è disaccordo”.

Conte - Merkel © il Deutsch-Italia

Conte – Merkel © il Deutsch-Italia

Il problema però è che, al netto di macchinazioni politiche e geopolitiche, di conti interni e di rapporti di forza interni alla UE, il vertice rischia di mettere in ginocchio la già fragile tenuta sociale ed economica del continente. Tuttavia, il “Recovery Fund” è ciò che serviva ai vari capi di governo e ministri europei per presentarsi vincitori. Fa davvero strano vedere i due leader apparentemente più agli antipodi delle ultime settimane, il premier olandese Mark Rutte da un lato, e quello italiano dall’altro, esultare entrambi. Il primo ha potuto dichiarare di aver visto passare la propria linea, mentre Giuseppe Conte si è ritenuto contento del fatto che si parli di “bond” e dunque può andar bene così. Fine della storia e, nella miglior tradizione italica (forse l’unico vero elemento che oggi abbiamo portato in Europa), tarallucci e vino per tutti.

Da noi il testo del MES non è stato abrogato dalla Camera con 229 sì, 123 no e 2 astenuti, dopo che era passato in Senato col voto di fiducia. Giulio Tremonti, l’ex ministro dell’Economia durante il governo Berlusconi e presidente dell’“Aspen Institute Italia”, così ha chiarito al quotidiano “Milano Finanza”: «Nel corso della prima parte dei 2011, il nostro programma era mirato all’obiettivo finale degli Eurobond. Nella prima fase ci siamo concentrati sulla costituzione del fondo europeo (che poi sarebbe stato chiamato MES). Nella seconda fase era invece previsto il lancio dei titoli di Stato europei. È in questa logica sequenziale che nel luglio 2011 si arrivò alla prima firma su questo meccanismo. In Europa dall’Eurogruppo-Ecofin al Parlamento Europeo, da Junker a Gualtieri, tutti sapevano che il nostro piano partiva dal MES, ma per arrivare agli Eurobond. Per noi – ricorda Tremonti, il MES senza gli Eurobond non avrebbe avuto senso. Per contro, per gli Eurobond il MES era necessario».

Mario Monti © CC BY-SA 2.0 danacreilly

Mario Monti © CC BY-SA 2.0 danacreilly

In quel periodo non erano infatti ancora note le manovre, da ultimo rivelate dallo stesso Mario Monti, che a partire dal 5 agosto 2011, da quella che lo stesso Monti chiama la lettera Trichet-Draghi, avrebbero portato alla chiamata dello straniero venuto in Italia in novembre, naturalmente “nel nostro interesse”. Di conseguenza il “salva-Stati”, che era ancora privo di efficacia, diventò efficace e definitivo con la firma del Presidente Monti nel febbraio 2012. Ma tutto ciò avvenne solo dopo che era stata affossata la funzione di lancio degli Eurobond.

Successivamente, ricorda l’ex ministro Tremonti, con la Grecia il MES ha rivelato una funzione autonoma, totalmente diversa da quella per cui era stato costituito: non come base per lanciare gli Eurobond, ma strumento europeo per la riscossione-estorsione ad Atene dei crediti vantati dalle banche tedesche e francesi. E in questi termini che, con la complicità italiana del governo Monti e con la furia finanziaria dei “creditori” franco-tedeschi, il Meccanismo Europeo di Stabilità si trasformò nello strumento che ha straziato la piccola Repubblica ellenica. «Non per caso, colpito da questo “stigma”, da questa maledizione greca, il MES è rimasto nell’ombra per cinque anni, per essere infine, nell’autunno scorso, riproposto in Europa di nuovo, tanto per cambiare, come salva-banche». Tutto questo orrore è ben diverso dal progetto degli Eurobond. «Questa – scandisce Tremonti – è la verità sul passato. Quella degli Eurobond è ancora oggi la speranza per il futuro».

Il MES e la Grecia

Ma vediamo cosa era successo cinque anni fa alla Grecia, che ha dovuto chiedere l’intervento del MES per non fallire, come è avvenuta in poche parole la sua caduta, come vi si è arrivati e il perché.

2009

George Papandreou © CC BY-SA 2.0 Πρωθυπουργός της Ελλάδας, Αντώνης Σαμαράς Flickr

Il Primo ministro George Papandreou, esponente del Pasok (movimento socialista panellenico) rivelò che i governi precedenti avevano falsificato i dati di bilancio dei conti pubblici per far sì che la Grecia entrasse nell’Euro. L’economia greca rischiò di crollare e nonostante le dure misure economiche adottate il deficit schizzò fino al 15 per cento e le agenzie di rating declassarono il debito greco arrivato a 350miliardi di euro.

2010
Pertanto Atene chiese un piano di aiuti internazionali e a maggio l’Unione Europea e il Fondo Monetario Internazionale le accordarono aiuti per 110miliardi di euro in tre anni. Tale piano fu però subordinato ad un pesantissimo piano di austerità, che prevedeva tagli alle pensioni, ai salari, oltre all’aumento delle tasse e “riforme strutturali”. In tutto il Paese infuriano le proteste e gli scioperi, con episodi violenti e tragici. Uno di questi accadde quando tre persone morirono intrappolate in una banca data alle fiamme.

2011-2012 -Il secondo piano di salvataggio
La Grecia non accennava a risollevarsi. e l’economia reale del Paese era in ginocchio. A febbraio 2011, ad esempio, la disoccupazione raggiunse il 15,9 per cento, arrivando a un clamoroso 40,4 per cento per i giovani tra i 15 e i 24 anni. Il Governo aumentò a più riprese le tasse sulla casa e tagliò le pensioni, oltre a mettere in mobilità 30mila dipendenti statali.

Si iniziò per la prima volta a parlare di Troika, un ente di controllo informale costituito da Fondo Monetario Internazionale, Unione Europea e Banca Centrale Europea.
I leader dell’Eurozona a ottobre 2011 elaborarono un secondo piano di salvataggio, con una dotazione di 130miliardi di euro, che serviva a ridurre il debito dal 198 per cento al 120,5 per cento del Pil entro il 2020. Parte di questi fondi servì per ricapitalizzare le banche private del Paese, che detenevano nelle loro casse quasi 29miliardi di debito sovrano. Le condizioni per il prestito furono sempre le stesse: pesantissime misure di contenimento della spesa pubblica. Quando a febbraio il Parlamento votò per l’ennesimo piano di austerity, in piazza Syntagma, ad Atene, si scatenò una vera e propria guerriglia.

2015 – Il nuovo governo e il referendum
Dopo anni di recessione ininterrotta, nel terzo trimestre 2014 l’economia greca tornò per la prima volta a mostrare una crescita, pari allo 0,7 per cento sul Pil. Le condizioni di vita della popolazione restavano durissime. Tre milioni e mezzo gli occupati, tre milioni la somma tra disoccupati e popolazione inattiva. I fondi per gli ospedali pubblici erano stati dimezzati in quattro anni.

Alexis Tsipras © Kremlin.ru

Alexis Tsipras © Kremlin.ru

In questo clima, alle elezioni del 25 gennaio 2015 trionfò la coalizione di sinistra radicale Syriza, guidata da Alexīs Tsipras. Il suo programma economico trova il suo fulcro nella rinegoziazione del debito pubblico. “Non accetteremo condizioni umilianti in questi negoziati”, fu la promessa del neo-Primo ministro di Atene. Il 30 giugno la Grecia, non avendo i fondi necessari, non rimborsò una rata da 1,6miliardi di euro al Fondo Monetario Internazionale, e, per evitare una crisi di liquidità, chiuse le banche, vietò i trasferimenti di capitale all’estero e impose grossi limiti ai prelievi. Tsipras, con una decisione unilaterale, indisse un referendum per il 5 luglio. Chiamati ad accettare o rifiutare le proposte di ristrutturazione del debito da parte dei creditori, il 62 per cento dei greci votò per il “no”.

Estate 2015 – Il terzo “bail-out”
Nella notte tra il 12 e il 13 luglio 2015, dopo 17 ore ininterrotte di negoziati, l’Eurozona dà il via libera al terzo piano di aiuti alla Grecia, approvato ad agosto. Un’iniezione di altri 86miliardi di euro, che fa lievitare il totale fino a 326miliardi: la più grande operazione di salvataggio di sempre. Particolarmente dure, anche in questo caso, le richieste: aumento dell’Iva, riforma delle pensioni, nuove leggi sul lavoro e incremento delle imposte indirette. Ciò comportò una scissione interna al partito di Governo, Syriza, che portò alla convocazione di nuove elezioni politiche per il 30 settembre 2015. La tornata elettorale si concluse con una nuova vittoria del presidente uscente Tsipras.

2016-2018 – La difficile ripresa
Dopo il picco di tensione legato al referendum, sulla crisi greca sembrarono spegnersi i riflettori dei media. Nel mese di luglio 2017 Atene tornò sui mercati finanziari, con 3miliardi di euro di bond a scadenza quinquennale. Due mesi dopo i ministri delle Finanze dell’Unione sancirono l’uscita del Paese dalla procedura per deficit eccessivo, avviata nel 2009. In questi anni, stando alle parole del commissario europeo per gli Affari economici e finanziari Pierre Moscovici, la Grecia ha messo in atto 95 delle 110 riforme che le erano state imposte dalla Troika. Dal punto di vista finanziario un successo, ma da quello sociale un vero e proprio massacro.
Il tasso di disoccupazione, secondo l’Ocse, alla fine del 2017 era ancora pari al 21 per cento. Mezzo milione di persone era emigrato all’estero, un terzo del Pil era andato in fumo, gli stipendi calati e duecentomila negozi sono stati chiusi. Negli ospedali tuttora mancano i vaccini e i fili per le suture, un’infermiera segue in media 40 pazienti e i chirurghi si accontentano di 600 euro al mese. Circa 27mila case finirono all’asta.

22 giugno 2018 – Lo storico accordo
Nella notte del 22 giugno 2018l’Eurogruppo “promosse” la Grecia e l’ultima tranche di prestiti, pari a 15miliardi di euro. Al tempo stesso, nonostante la contrarietà della Germania, la Troika alleggerì il debito di Atene (pari al 180 per cento del Pil), permettendole di rimborsarlo a partire dal 2032 e non più dal 2022. Il 20 agosto finì il commissariamento, pur rimanendo la Repubblica ellenica in “libertà vigilata”, con sommo gaudio del commissario agli Affari economici Pierre Moscovici che dichiarò: “la crisi greca finisce stasera in Lussemburgo”.

Massimo-DAlema © CC-BY-SA-2.0 Massimo Oi Flickr

Massimo-DAlema © CC-BY-SA-2.0 Massimo Oi Flickr

A lapidario commento di quanto accadde in Grecia durante il periodo della Troika basta il commento che rilasciò un uomo non sospettabile di euroscetticismo come Massimo D’Alema, in un’intervista a Sky Tg24 del 2015 divenuta molto celebre. Spiegava D’Alema: «In Germania il costo del denaro è bassissimo, quindi le banche tedesche raccolgono denaro a un costo quasi nullo. Con quei soldi comprano i titoli della Grecia, che essendo un Paese a rischio paga tassi altissimi, il 15 per cento. In questo modo guadagnano una montagna di soldi. In altri termini, attraverso la differenza dei tassi d’interesse, enormi somme si trasferiscono da un Paese povero, la Grecia, a un paese ricco, la Germania. Il Paese povero si impoverisce sempre più, il paese ricco si avvantaggia sempre di più. Come se non bastasse, quando la Grecia non ce la fa più, arrivano gli aiuti europei. Così abbiamo dato 250miliardi alla Grecia, ma non per le pensioni, ma per pagare le banche tedesche»

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