© il Deutsch-Italia
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di Marco Degl’Innocenti

Avevo poco più di vent’anni quando, nel 1971, varcai la porta della redazione italiana del “Deutschlandfunk” di Colonia, l’emittente nazionale che mandava in onda un programma radiofonico dal nome “La Germania vi parla”. Fu il mio primo approccio con un ambiente professionale nuovo, internazionale, con redazioni formate da giornalisti di molti Paesi. Luciano Barile, scomparso all’età di 91 anni, era la firma di punta di quella redazione, caratterizzata da un efficace rigoroso professionismo germanico ed ispirata dalla fantasia italica, altrettanto professionale. Luciano era anche tra le voci più apprezzate dagli ascoltatori, con la sua perfetta, calda pronuncia, che non tradiva le origini friulane. Un’origine, però, che in privato riemergeva sempre. Con amore ed orgoglio. Non aveva un carattere facile. Anche il nostro rapporto all’inizio non fu semplice. Ma quando qualche anno più tardi decise di provare l’avventura professionale italiana, chiamato alla redazione di Milano del prestigioso “Sole 24 Ore”, mi lasciò in eredità la sua rubrica, quella della posta con gli ascoltatori, il fiore all’occhiello del programma.

La Germania, però, continuava ad essere per lui un magnetico richiamo, come accade a molti di noi, me compreso, che arrivati in questo Paese magari per caso, per avventura, magari come Gastarbeiter, come i tedeschi chiamavano allora i lavoratori stranieri – e Luciano aveva cominciato proprio così, in fabbrica – tra perenne odio ed amore per la Germania ed i sui abitanti, tra rimpatri e ritorni, alla fine ci restano per sempre.

In breve, Barile diventò uno dei giornalisti italiani più importanti ed autorevoli in Germania. Erano ancora i tempi di Bonn capitale federale. L’agenzia “ANSA” prima, ed il “Sole 24 Ore” poi, fino alla pensione hanno avuto per lustri Luciano come autorevole e prestigioso corrispondente. Ma in pensione lui non c’è andato mai. Né gli anni che passavano, né un serio problema di salute, avevano placato la sua sete di ricercare, di spiegare, raccontare, scrivere. Anche in campi molto diversi tra loro, come i motori e l’enogastronomia. Anche per la nostra testata, della quale è stato sin dalla fondazione una delle firme più autorevoli e apprezzate. Ora riposerà nel suo Friuli, la terra che aveva comunque sempre amato più di ogni altra. Ci mancherai, caro Luciano.

 


di Roberto Giardina

Luciano Barile aveva un talento, affrontava le cose leggere con grande serietà, e gli argomenti seri con allegra leggerezza, Era amico di Günter Grass, e collaborò a un’edizione preziosa di una serie di incisioni dell’autore di “Tamburo di latta”. Lo scrittore era orgoglioso delle sue prove grafiche quanto dei suoi romanzi. Ed era amico di Josef Beuys, negli Anni Sessanta, quando l’artista era il terrore del mondo artistico e politico con le sue installazioni e perfomance troppo avanti per il tempo. E non se ne vantava, Luciano. Per lui era normale essere amico di tutti, anche se alcuni non lo avrebbero meritato.

Avrebbe potuto fare un’altra carriera, ottenere un posto di comando, ma non gli interessava. «Chi comanda perde il suo tempo», mi disse all’inizio della nostra amicizia. E lui non aveva mai abbastanza tempo per tutte le sue passioni. Preferì collaborare, come dire, tenere le distanze, un margine di libertà, all’“Ansa” e al “Sole 24Ore” e a “Radio Colonia”, la prima emittente in italiano. Forniva notizie esclusive d’economia e di finanza, quando le tempeste monetarie erano continue in Europa e nel mondo, il Deutsche Mark contro il Dollaro, e la nostra Lira in mezzo.

Lo incontrai per la prima volta nel 1969, in un’altra Germania. Io ero alle prime armi, come corrispondente, e lui era a Colonia, credo da una decina d’anni, che per chi è giovane è un tempo lungo. Da collega anziano mi diede consigli giusti, in modo semplice, senza atteggiarsi a maestro. Conosceva il Paese in cui ci eravamo trovati a vivere, e me ne svelava i segreti.

Anche i ristoranti italiani dove andare, che erano rari oltre mezzo secolo fa. E mi guidava negli spacci dei Gastarbeiter, gli immigrati italiani, a comprare le specialità introvabili. Dall’arte alla cucina, che per Luciano era anche arte, e storia e storie da raccontare. La nostra cucina contribuì a cambiare i tedeschi, una rivoluzione sociologica straordinaria. Appunto, una storia leggera da raccontare con serietà.

E la raccontò nel saggio, un piccolo gioiello, “Viva la pasta!”, uscito in edizione bilingue (Quos-Köln), il titolo non è stato tradotto. Lo capiscono tutti. Luciano giunse in riva al Reno negli Anni Sessanta e, giovane del Nord, fu costretto a farsi raccomandare per entrare nel locale del meridionale Salvatore Sorriento, più spaccio segreto che ristorante, come gli Speakeasy al tempo del proibizionismo americano, per ottenere un piatto di spaghetti. Conto: 2 marchi e 50, neanche trecento lire dell’epoca.

Salvatore divenne un mito a Colonia: cacciò fuori dal locale il Borgomastro, un successore di Konrad Adenauer, perché pretendeva di mettere il formaggio sugli spaghetti alle vongole. Mise alla porta anche un Mike Bongiorno di passaggio, che da yankee voleva spargere il parmigiano sugli spaghetti alla napoletana. Sacrilegio. Per la cronaca, il sindaco denunciò Salvatore: il cliente ha sempre ragione. E il giudice condannò l’oste. Barile racconta delle storie piccole, ma non troppo, che sono storie della nostra Europa unita, pur nelle differenze.

Luciano, infine, amava le donne, e le donne lo amavano, perché sentivano d’istinto che Luciano era autentico. Ma le confidenze di un amico non vanno tradite, anche se – ne sono sicuro – lui ne avrebbe sorriso. Non esistono storie d’amore che siano storie semplici. Se lo fossero, sarebbero banali.

Non ricordo di aver mai visto Luciano adirato, o di averlo sentito giudicare male qualcuno, uomo o donna. Ma a volte l’ho sorpreso con un’espressione triste. Una vita trascorsa in esilio, sia pure scelto e non imposto, conosce momenti di nostalgia, di melanconia. Credo che a volte lo sorprendesse una tristezza felice, perché Luciano non aveva rimpianti. Una vita lunga, 91 anni, e un tempo sempre troppo breve, che non sprecò mai.

 


di Alessandro Brogani

Ho conosciuto Luciano solo otto anni fa. Poco o nulla sapevo del suo passato di giornalista in Germania se non quello che mi era stato raccontato dai colleghi più anziani, che con lui avevano condiviso storie personali e professionali fin dagli albori. Ricordo nitidamente il giorno in cui c’incontrammo nella sua Colonia per conoscerci, quasi per annusarci: lui come grande professionista navigato, ed io come pivellino curioso di sapere con chi avrebbe collaborato in futuro sul proprio giornale. Già, il giornale! Fu il primo motivo di discussione a causa del nome. A lui “il Deutsch-Italia” non suonava bene. Avrebbe preferito qualcosa come “Prima” in tedesco (“grande”, “fantastico”, “ottimo” in italiano) perché, mi disse, «per i tedeschi il nome è importante. Deve suonare bene alle loro orecchie». Purtroppo per lui il nome era già stato registrato e quello fu un cruccio che si portò dietro a lungo, durante tutti gli anni di collaborazione.

Era un uomo cordiale Luciano. Un friulano serio e concreto, come solo i friulani, da gente di confine, sanno essere. Questa sua serietà me la comunicava di continuo quando ci sentivamo per i suoi pezzi sul mondo dell’automobile o quelli sul settore della gastronomia in Germania. Spesso mi diceva: «Il pezzo è pronto, ma te lo mando fra due o tre giorni. Ora deve “riposare”». E questo perché in quel “riposare” trovava la strada più giusta per essere limato, controllato, e migliorato con ossessiva pignoleria. Quando parlava di un argomento, da giornalista della “vecchia scuola” qual era, voleva verificare di persona, per essere preciso, ma anche obiettivo.

Quando scrisse di una nota catena tedesca di ristoranti che, per così dire, approfitta del nome dal suono italiano per la sua popolarità, si recò di persona in più di un locale a mangiare prima di trarre giudizi e conclusioni. E il risultato fu sorprendente anche per me. «Sai», mi disse, «io sono friulano e per me il “pinot grigio” è il vino di casa. Devo dire che quello che mi hanno servito non era affatto male, e per il prezzo la quantità era piuttosto abbondante. Il risotto agli scampi che ho mangiato era sì scotto, ma gli ingredienti erano freschissimi. Questi tedeschi ci sanno proprio fare, non c’è che dire».

Come era preciso ed onesto nel giudizio anche nell’altro campo di suo interesse: le automobili. Seguiva il mercato dell’auto da tutta la vita ed era espertissimo di ogni vicenda che lo riguardasse. Quando ci sentivamo al telefono mi snocciolava nomi e fatti che non erano ancora usciti sulla grande stampa tedesca o italiana, ma che poi puntualmente si sarebbero letti di lì a qualche giorno un po’ ovunque. Perché aveva fiuto Luciano, sapeva, da grande professionista, leggere tra le righe di avvenimenti che per i profani del settore, me compreso, non avevano grande significato ad una lettura superficiale.

Ultimamente ci sentivamo per telefono, ma non per parlare di lavoro. Purtroppo era ammalato e l’amicizia era più importante del legame professionale. Mi confidava che, forse, aveva fatto un errore a non trasferirsi a Berlino dopo l’unificazione delle due Germanie, preferendo rimanere a Colonia, città a cui lo legavano troppi ricordi di vita e professionali.

Lo voglio ricordare con il proposito di venire a Berlino a trovarmi, cosicché avremmo potuto parlare finalmente di nuovo di persona di tanti progetti. Ciao Luciano, sono sicuro che li starai preparando con cura, ovunque tu sia. Un giorno ne discuteremo assieme certamente.

Per chi volesse partecipare alle esequie delle ceneri, o portare successivamente un fiore sulla tomba di Luciano Barile, la tumulazione avverrà il giorno 22 giugno alle ore 11:30 presso il cimitero di San Vito ad Udine (ossario 9 – 1218)

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