Non è vero che i tedeschi non abbiano senso dell’umorismo come sostiene Mark Twain, che li prende in giro per le parole troppo lunghe nella lingua di Goethe. È solo un po’ diverso. Quando mi chiedono da dove vengo, e dico Palermo, leggo nei loro occhi la parola mafia. A volte mi chiedono sorridendo se io sia mafioso. Rispondevo “non mi hanno accettato nel club”. Ho smesso perché qualcuno mi prendeva sul serio: non ero neanche un valido mafioso. Ora, potrei premere un tasto sul mio telefonino e denunciarlo per discriminazione razziale, anzi etnica, perché la parola “Rasse” è vietata.
Nella Capitale, ossessionati dal politically correct, hanno sviluppato una “Antidiskriminierungs-App”, lunga parola che penso sia superfluo tradurre tanto per smentire Twain. È un’iniziativa dell’ufficio per la Gleichbehandlung, come dire la parità del trattamento, del Senato di Berlino, Città Stato. È costata centomila euro e dovrebbe funzionare perché limitata alla metropoli. La App “Immuni” anti-Covid alla tedesca è costata una ventina di milioni, e non funziona. Forse perché è troppo perfetta, segnala il minimo contatto, basta trovarsi fermi in auto al semaforo fianco a fianco con un guidatore portatore sano, e segnala il pericolo. Di contatto in contatto è un’impresa immane rintracciare tutti i cittadini da avvertire.
Il manifesto che annuncia l’iniziativa presenta una ragazza e sotto l’avvertimento: per il proprietario dell’appartamento è importante che gli inquilini siano una comunità tradizionale. Si riferisce alle comuni, di solito formate da giovani che si spartiscono l’affitto. Come dire, vuole tutti tedeschi, o tutti uomini, o donne, non gli piacciono inquilini di colore, stranieri, con preferenze sessuali fuori dalla norma. Ma, a quanto mi dicono, sono i membri della comunità a selezionare un nuovo possibile ospite: fuma, o no, è vegetariano o carnivoro, oppure vegano, ateo o religioso, crede in Allah o è buddista, e così via.
Mancano gli alloggi, anche a causa dell’equo canone, e su un giornale di Berlino leggo che è più facile per un professore conquistare un appartamento che per uno studente. Mi chiedo dove sia la notizia. Basta non dirlo. Nella Torino dove giunsi da giovane cronista, si leggevano annunci “si affitta solo a piemontesi”. Poi fu proibito, ma tutto rimase come prima: a chi telefonava con accento siculo, rispondevano “troppo tardi, già occupato”.
A me no, benché palermitano non ho accento. Quando confessavo la mia origine, mi assicuravano: “ma per lei non vale, dottore”. Peccato non fossi ancora laureato. Il senatore alla Giustizia, il verde Dirk Behrendt, è orgoglioso della sua idea: ad esempio, spiega, chiunque scopra su un muro una parola antisemita può fotografarla e inviarla per WhatsApp al suo ufficio. Il suo portavoce Sebastian Brux smentisce che sia una App di denuncia che possa essere manipolata, come l’App che permette a qualsiasi probo berlinese di denunciare anonimamente alla polizia chi parcheggia in divieto di sosta.
Io potrei fotografare i menu dei ristoranti, quando riapriranno dopo il lockdown, che offrono la pizza alla mafiosa, o la pizza del padrino? Se non altro per discriminazione culinaria: queste pizze sulla mia isola non esistono. Forse no: la App funziona in sette lingue: tedesco, inglese, arabo, farsi, francese, russo e turco. Manca l’italiano. Gli italiani di Berlino, 30mila secondo le autorità, probabilmente il doppio, non sono discriminati? O ci hanno dimenticato? Potrei denunciare al senatore la sua App per razzismo.
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