Il Bunker di Amburgo © CC BY-SA 3.0 KMJ Hamburg Medienbunker 01 KMJ WC
Il Bunker di Amburgo © CC BY-SA 3.0 KMJ Hamburg Medienbunker 01 KMJ WC
Il Bunker di Amburgo © CC BY-SA 3.0 KMJ Hamburg Medienbunker 01 KMJ WC

Il Bunker di Amburgo © CC BY-SA 3.0 KMJ Hamburg Medienbunker 01 KMJ WC

Quando andai a Amburgo, come corrispondente, portai mia figlia di quattro anni a Sankt Pauli. Non nei localini del quartiere a luci rosse, ma nel Luna Park nella spianata dominata da un enorme Bunker grigio. Da padre poco corretto, le comprai zucchero filato e patatine. La guerra era finita da circa un quarto di secolo, meno anni di quanti sono trascorsi dalla caduta del “Muro”, ma il III Reich mi sembrava lontano.

Il Bunker nella Feldstrasse è sempre là, impossibile eliminarlo, si rischierebbe di far saltare in aria mezza città. Si nota da lontano, è uno dei più grandi mai costruiti, un quadrato di 75 metri per lato, alto oltre 40 metri, le pareti di cemento armato sono spesse tre metri e mezzo. Nel 1942 lo edificarono oltre mille lavoratori forzati, gli schiavi del III Reich. In nessuna città come Amburgo, un milione e mezzo di abitanti, furono allestiti altrettanti Bunker, in tutto 1.051, la metà sono sempre in piedi, o sotterranei, ma sono di dimensioni modeste.

Il rifugio ora sarà trasformato e riutilizzato, un posto adatto per organizzare eventi. Verranno aggiunti tre piani, e all’ultimo si aprirà una sala per gli amanti di musica elettronica, al pianterreno un negozio di musica, negli altri piani sono previsti locali e appartamenti per artisti, attori, musicisti. Non si dimentica l’ecologia: un parco di oltre 8mila metri quadrati circonderà il Bunker, e gli ultimi piani saranno un giardino pensile, su imitazione del Bosco verticale di Milano.

Il Bunker di Reinhardtstrasse © il Deutsch-Italia

Il Bunker di Reinhardtstrasse © il Deutsch-Italia

Un po’ ovunque in Germania i Bunker sopravvissuti al conflitto sono stati utilizzati quasi sempre per installazioni artistiche. A Berlino, il Bunker nella Reinhardtstrasse, ospita dal 2008 un museo privato di arte contemporanea da visitare su prenotazione (quando era possibile). All’ultimo piano si trova l’appartamento del proprietario. Trasformare i Bunker in alloggi è logicamente molto caro.

Amburgo nel 1947 © Bundesarkiv B-183-V00294-3 © CC-BY-SA-3.0.

Amburgo nel 1947 © Bundesarkiv B-183-V00294-3 © CC-BY-SA-3.0.

Il 25 luglio del ‘43 cominciò l’Operazione Gomorrh, i bombardamenti a tappeto su Amburgo durati sei giorni. Furono sganciate centomila bombe al fosforo, e il bilancio non è mai stato precisato, di sicuro oltre 40mila vittime, in gran parte civili. Amburgo è un porto fluviale, ma furono colpiti anche i quartieri operai, quasi con precisione classista. Le bombe provocarono una tempesta di fuoco, venivano risucchiati nel suo centro gli abitanti anche da un chilometro di distanza. Una superficie di 250mila metri quadrati andò in fiamme.

Furono risparmiate le zone borghesi. Io abitavo sul lago nel cuore della città, in una villa inizio secolo divisa in appartamenti, come quelle vicine, tutte intatte, le mie prese della luce portavano ancora la scritta III Reich, e mi trovavo a meno di due km dal porto e dai cantieri. Il Bunker di Sankt Pauli poteva ospitare 17mila persone, ma vi trovarono rifugio fino a 25mila.

Bunker a Berlino © il Deutsch-Italia

Bunker a Berlino © il Deutsch-Italia

I rifugi furono tenuti in funzione durante la guerra fredda, con le razioni alimentari sufficienti per due settimane, che venivano puntualmente rinnovate alla scadenza. Quando mi trasferii a Berlino dopo la riunificazione si organizzavano gite turistiche nei rifugi allestiti anche nei Lager della metropolitana. Chi voleva poteva trascorrere una notte su una brandina nelle sale sotterranee per provare un brivido, colazione compresa. Non mi parve che valesse far pagare il conto al mio giornale per un articolo. Nessuno mi crede, ma io ricordo le bombe su Palermo di quando avevo meno di un anno. Non avevo paura perché mia madre fingeva di non aver paura, ma sentivo che era un pericolo.

Anche i privati sarebbero stati obbligati a tenere da parte le provviste per 15 giorni, calcolate in base al nucleo familiare. Non so negli anni ‘50, ma 20 anni dopo nessuno dei miei amici tedeschi osservava la norma, che rimase in vigore fino a poco dopo la caduta del Muro. Solo Joe Biden finge ancora di credere che Putin voglia bombardare l’Occidente ed ha inviato una squadriglia di bombardieri in Norvegia.

 

© per gentile concessione di ItaliaOggi

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Roberto Giardina, dal 1986 in Germania, è corrispondente per il QN (Giorno-Resto del Carlino- La Nazione) e Italia Oggi. Autore di diversi romanzi e saggi, tradotti in francese, spagnolo, tedesco. In Germania è uscito "Guida per amare i tedeschi", "Anleitung die Deutschen zu lieben" (Argon e Goldmann), "Complotto Reale" (Bertelsmann), "In difesa delle donne rosse" (Argon), "Hundert Zeilen", "Berlin liegt am Mittelmeer" (Avinus Verlag), "Pfiff", romanzo sulla Torino degli Anni Sessanta e la rivolta operaia di Piazza Statuto; "Attraverso la Francia, per non dimenticare il Belgio"; "Lebst du bei den Bösen?", "vivi tra i cattivi, la Germania spiegata a mia nipote"; e recentemente "Il Muro di Berlino. 1961-1989".

Benvenuti a Berlino, la web serie continua

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