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Caduta del Muro © il Deutsch-Italia

Il Muro di Berlino © il Deutsch-Italia

Si è da pochi giorni celebrato il 31esimo anniversario della caduta del Muro di Berlino (9 novembre 1989), comunemente riconosciuta come uno degli eventi più importanti della recente storia dell’umanità. Molte le speranze che quell’avvenimento aveva suscitato in tutto il pianeta per quella che si pensava fosse una riconciliazione di due mondi contrapposti e, ovviamente, è stato motivo di gioia per il popolo tedesco, rimasto diviso per lunghi 29 anni. Questa almeno la versione della storia che, praticamente all’unisono, abitualmente viene ricordata ogni anno dai media di ogni Paese. E questa è la versione che è stata propagandata dalle istituzioni tedesche per descrivere un processo a dire il vero per niente semplice, tanto nel suo sviluppo che nelle sue reali implicazioni politiche, economiche e sociali.

© Diarkos edizioni

Anschluss © Diarkos edizioni

In tedesco il termine comunemente utilizzato per ricordare quegli eventi è Wiedervereinigung, appunto “riunificazione”, almeno dai tedeschi della ex Repubblica federale, e Einheit, cioè “unità”, da quelli della ex DDR. Tuttavia non tutti sono concordi nel parlare di un processo così pacifico e da tutti fortemente voluto in Germania, almeno nelle modalità in cui in realtà avvenne, al di là della comune vulgata. Ad esempio di vera e propria “annessione” parla un libro, alla sua seconda edizione, scritto da Vladimiro Giacché e pubblicato dalla Diarkos edizioni: “Anschluss, l’annessione. L’unificazione della Germania e il futuro dell’Europa” (pp. 336, 18 euro). Secondo l’autore, infatti, non di un processo pacifico e senza conseguenze pesanti a carico della ex DDR si sarebbe trattato, bensì la riunificazione sarebbe avvenuta con un metodo ben pianificato, attraverso l’utilizzo della moneta unica, per colonizzare la Germania dell’Est. Stesso metodo oggigiorno analogamente usato all’interno dell’Unione Europea nei confronti di alcuni Stati membri. Ho incontrato a Roma l’autore per approfondire l’argomento di sicuro interesse.

Dottor Giacché, quando e perché ha pensato di scrivere questo libro, fortemente in controtendenza rispetto alla vulgata che abitualmente si dà degli avvenimenti che portarono alla riunificazione tedesca?

© Katrin Rohnstock Verlag

Il libro è nato dalla lettura delle memorie di Edgar Most (1940-2015), vicepresidente della Staatsbank della DDR, le cui filiali traghettò all’interno della Deutsche Bank. Most scrisse un libro, “Fünfzig Jahre im Auftrag des Kapitals” (Cinquant’anni al servizio del Capitale) in cui racconta la sua storia dal dopoguerra in poi. È il testo di una persona che ha avuto responsabilità in entrambe le Germanie. Ho deciso di scrivere il libro quando ho scoperto che una cosa che diceva era vera: che nel 1989 il rapporto di scambio commerciale tra le due Germanie era regolato con un tasso di cambio di “1 a 4,44” (attraverso un meccanismo abbastanza cervellotico, ottenuto con delle tabelle di conversione), ovvero ci volevano più o meno 4 marchi e mezzo circa dell’Est per un marco dell’Ovest, e le transazioni avvenivano con questo rapporto.  Dapprima ho pensato che Most dicesse il falso: “impossibile” – mi sono detto – “che avessero adottato un tasso di “1 a 1” partendo da questa base”. Infatti, chiunque si occupi di economia sa benissimo che se il tasso di cambio che in realtà vigeva all’epoca fra i due Paesi fosse veramente stato di 1 a 4,44, effettuare l’unione monetaria a un tasso di conversione di 1 a 1 avrebbe significato un aumento dei prezzi delle merci della Germania dell’Est del 350 per cento – e tutto questo in una sola notte, quella tra il 30 giugno del ’90 e il primo luglio del ’90, quando entrò in vigore l’unione monetaria. Ho approfondito la cosa, e ho dovuto riconoscere che Most aveva ragione. Questa cosa era troppo enorme per non essere approfondita. Ho cominciato a studiare sulle fonti originali la storia economica dell’unificazione tedesca.

Vladimiro Giacché © il Deutsch-Italia

Vladimiro Giacché © il Deutsch-Italia

La mia conclusione: in questi anni ci hanno raccontato che la “generosa” Germania Ovest era andata in soccorso della Germania Est, trovando un’economia totalmente rovinata, perfino più di quello che si pensasse (perché la propaganda della Germania Est era efficacissima), cosicché nonostante il fiume di denaro versato negli anni successivi non si riuscì a far ripartire del tutto questi territori. Questa è una narrazione che merita di essere contestata in radice. E non perché la situazione economica della DDR fosse “rose e fiori”, ma perché il tasso di conversione adottato non avrebbe fatto altro che peggiorare drammaticamente, qualsiasi fosse stata, la sua situazione economica di partenza.

Ho poi appreso che c’è tutta una letteratura che conferma questo punto di vista, non ultima la testimonianza del ’93, rilasciata durante un’audizione in Parlamento, dell’ex Governatore della Bundesbank Karl Otto Pöhl, il quale disse che con quel tasso di conversione la Germania Est fu sottoposta ad una “cura da cavallo” a cui nessun Paese sarebbe stato in grado di resistere. Ma la vulgata ufficiale ha continuato a essere un’altra.

Nella seconda edizione del libro lei pone l’accento sul fatto che fosse sbagliato arrivare ad un’unione monetaria. Perché?
Per un motivo molto semplice: a Paesi con livelli molto diversi di produttività mal si adatta un’unità monetaria. Del resto, prima di questo passo quasi tutto il mondo economico occidentale la pensava così. Gli economisti dell’epoca, infatti, ricordavano come il marco dell’Ovest fosse stato inconvertibile per una decina di anni dopo la Guerra.

Perché dunque fu imboccata questa strada?

Thilo Sarrazin © CC BY-SA 3.0 Nina Gerlach Nina WC

Thilo Sarrazin © CC BY-SA 3.0 Nina Gerlach Nina WC

La risposta è prettamente politica. Kohl (CDU), genialmente da un punto di vista politico, capì che doveva cogliere la “finestra” Gorbaciov, che non si sapeva se sarebbe rimasto al potere ancora a lungo, facendo un’unificazione politica il prima possibile. Questo venne elaborato dal sottosegretario alle Finanze e da alcuni collaboratori fra cui in particolare Thilo Sarrazin (all’epoca socialdemocratico, solo di recente espulso dal partito). Non si voleva lasciare alcuna traccia di economia pianificata. Visto come furono preparate e poi svolte le cose ne possiamo trarre due conclusioni valide anche ai nostri giorni: la prima è che non è opportuno che Paesi con una diversa produttività del lavoro entrino in una unione monetaria; la seconda è che una moneta non è soltanto una moneta, bensì esprime un insieme di rapporti giuridici ed economici, e quindi rafforza determinate situazioni giuridiche e un modello di società e di economia. Nell’unione monetaria europea per fortuna mancò il tasso di conversione irragionevole, ma vi fu senz’altro l’imposizione di un modello di società, quello espresso nel Trattato di Mastricht. Il problema della moneta è il vero problema su cui ci troviamo a confrontarci. Tutto quello che noi abbiamo visto dal 2008 in poi è accaduto anche nell’unificazione tedesca.

Dopo l’unione monetaria repentina l’ex DDR subì un vero e proprio spopolamento. Da che fu causato?

Markus Wolf

Markus Wolf

L’esodo dalla Germania Est inizia nell’estate dell’89, quando un certo numero di tedeschi dell’Est passarono dall’Ungheria, dove si erano recati “in vacanza”, all’Austria e da lì in Germania dell’Ovest. La pressione aumentò nei mesi successivi fino all’apertura del Muro. Da quel momento la posizione negoziale della Germania dell’Est nei confronti di quella dell’Ovest si indebolì in misura decisiva. Leggendo i testi dell’epoca, la cosa interessante è che quasi nessuno si accorse dell’importanza dell’apertura del Muro. Se leggiamo ad esempio il taccuino dell’89-‘90 di Markus Wolf (agente segreto ed ex-vicedirettore del Ministero per la Sicurezza di Stato della DDR) non troviamo praticamente nulla di quel giorno. Certo, la DDR non collassa: a fine novembre un sondaggio dello “Spiegel”, fatto fra i cittadini dell’Est, rivelava che circa il 72 per cento degli intervistati non era favorevole all’unificazione, bensì voleva un Paese socialista, ma democratico; ma l’esodo verso Ovest si accentua. Questo aspetto è politicamente importante perché una delle ragioni per cui fu venduta all’Ovest l’unione monetaria era quello di bloccare quella che veniva detta essere una vera e propria emorragia di persone dall’Est all’Ovest. Al contrario, questa emorragia da luglio si accentuò per la disoccupazione conseguente l’unione monetaria e la svendita delle aziende dell’Est. Kohl prima delle elezioni del marzo 1990, poi vinte dalla coalizione che si raccoglieva intorno alla CDU dell’Est, aveva detto che con l’unione monetaria “a molti andrà meglio, a nessuno andrà peggio”, ma in realtà già a fine del ’90 c’era una disoccupazione di milioni di persone. Su 16milioni di abitanti dell’Est negli anni successivi ne emigreranno oltre 4milioni; il percorso inverso fu molto meno significativo: lo fecero per lo più persone che andavano a ricoprire incarichi dirigenziali nelle aziende e nella

Detlev Rohwedder © Bundesarkiv B 183-1990-0821-025 Thomas Lehmann © CC BY-SA 3.0

Detlev Rohwedder © Bundesarkiv B 183-1990-0821-025 Thomas Lehmann © CC BY-SA 3.0

pubblica amministrazione. Crollò il tasso di natalità, perché molti di coloro che erano emigrati erano donne in età da lavoro, giovani ed istruite. Il tasso di natalità ha un crollo che non ha riscontri nella storia recente (eccezion fatta nel 1915, quando tutti gli uomini erano al fronte). Si spopolarono le città industriali e i paesi. La “scommessa” su cui l’establishment della Germania Ovest giocò le sue carte, ossia “smontiamo le grandi imprese della Germania Est e cresceranno tante piccole imprese dinamiche che daranno vita ad un mercato rigoglioso” si rivelerà insensata. La deindustrializzazione degli anni Novanta pesa tutt’ora. Le imprese dell’Est sono più piccole di quelle dell’Ovest e spesso sono filiali di quelle dell’Est. Uno dei presidenti della “Treuhandanstalt”, Detlev Karsten Rohwedder, ucciso in circostanze tutt’ora poco chiare, ad un certo momento ebbe a dire che “chiudere un’impresa è facile, però costruirla non è la stessa cosa”.

Ecco, parliamo della Treuhandanstalt, ossia l’Istituto di amministrazione fiduciaria che operò dal 1990 al 1994, e che recentemente è stato riproposto come modello da seguire in Europa. Che compito ebbe e come agì?

Hans Modrow © CC BY-SA 3.0 Sandro Halank WC

Hans Modrow © CC BY-SA 3.0 Sandro Halank WC

La Treuhandanstalt ha una storia che vide diverse fasi. Fu originariamente creata dall’ultimo Governo prima delle elezioni del marzo del ’90, ossia quello di Hans Modrow (SED). Quello che era l’Istituto fiduciario che avrebbe dovuto traghettare le società dell’Est in “S.p.a.” o in “S.r.l.” distribuendone le quote a tutti i cittadini dell’Est fu tramutato in realtà, cambiando la legge originaria, in un ente dedito alla privatizzazione delle imprese. Vennero estromessi tutti gli esponenti dell’Est che avevano ancora un ruolo di rilievo e al loro posto furono posti tutti personaggi, di più o meno specchiata moralità, dell’Ovest. Il motto della sig.ra Birgit Breuel, che succedette a Rohwedder, era “la privatizzazione è il migliore risanamento”. Su questa base le imprese vennero vendute, o meglio svendute a pochi marchi. Spesso gli imprenditori comprarono le imprese per “smontarle” e fare speculazione edilizia sull’area di pertinenza dell’impresa stessa. Questo grazie ad una legge approvata in extremis nel giugno del ’90, che permetteva di considerare di proprietà dell’impresa stessa il suolo su cui si ergeva. Prima era di proprietà dello Stato, cioè proprietà pubblica. A questo proposito ci sono numerosi casi di truffa documentati nel mio libro. Il risultato di questa gigantesca privatizzazione fu pesantemente negativo.

Birgit Breuel

Birgit Breuel, Berlin 27.5.1991

Quando la Treuhandanstalt a fine 1994 chiuse i battenti, aveva prodotto un rosso di 300miliardi di marchi per lo Stato tedesco; siccome il patrimonio delle imprese pubbliche della DDR era stato valutato in circa 600miliardi, possiamo parlare di un saldo negativo per circa 900miliardi di marchi. Circa l’87 per cento patrimonio industriale andò a cittadini ed imprese dell’Ovest, solo il 7 per cento andrò ad imprese straniere (dando luogo a proteste e cause che in qualche caso giunsero sino alla Commissione Europea) e appena il 6 per cento a cittadini della ex DDR.

Questo modello, che tutto si può definire tranne che un modello di successo, è stato riproposto dalle autorità europee per privatizzare gli “asset” della Grecia dopo la crisi iniziata nel 2009. Il meccanismo è lo stesso. Sono assegnati “asset” ad una nazione estranea al Paese che li conferisce, e poi vengono privatizzati. In un convegno molto interessante che si tenne nell’ottobre del 2016 a Berlino, e a cui partecipai, dal titolo “Von Bischofferode nach Athen – Die deutsche Vereinigungspolitik und die Zukunft der EU” (Da Bischofferode ad Atene – La politica di unificazione tedesca e il futuro dell’UE) venivano messe bene in relazione diretta le privatizzazioni della Treuhandenstalt alle modalità di privatizzazioni più recenti in Grecia. I risultati sono stati abbastanza simili, anche se nel secondo caso non si può parlare spesso di vere e proprie privatizzazioni, perché ad esempio gli aeroporti greci sono stati venduti ad imprese pubbliche tedesche. Pertanto anche il paravento ideologico dell’operazione, “dallo Stato al Mercato”, viene meno.

Per venire ai nostri giorni, che ne pensa del caso del porto di Trieste lasciato in mani tedesche?
Trovo un po’ bizzarro che il nostro maggiore porto coinvolto nella cosiddetta “nuova via della seta”, che consente di risparmiare 4 giorni nel trasporto delle merci rispetto a Rotterdam, venga lasciato comprare da un concorrente come il porto di Amburgo. Poi, per carità, le società che gestiscono i porti hanno sicuramente il compito di fare profitti, per cui sicuramente sarà nel loro interesse che il porto di Trieste guadagni. Trovo solo curioso il fatto che non sia rimasto in mani italiane, magari della “Cassa depositi e prestiti”, perché immagino che in caso di crisi, in cui si dovesse scegliere se sviluppare il porto di Trieste o quello di Amburgo, ben difficilmente verrebbe favorito il primo a discapito del secondo. Avrebbe avuto maggior senso un partenariato con i cinesi, che molti porti al mondo hanno sviluppato, ma un partenariato in cui avremmo dovuto mantenere la maggioranza. Ho spesso la sensazione che il nostro establishment ragioni in maniera un po’ diversa rispetto a quello di altri Paesi europei.

A proposito di “Cassa depositi e prestiti”: perché non viene utilizzata in Italia così come viene fatto in Germania con il “Kreditanstalt für Wiederaufbau” (KfW, banca pubblica tedesca, nata nel 1948) o in Francia con la “Banque publique d’investissement”?

La sede berlinese del KfW © il Deutsch-Italia

La sede berlinese del KfW © il Deutsch-Italia

In realtà si sta cercando di adoperarla in modo molto ampio, però ci sono due ordini di motivi per i quali si procede con cautela, uno tecnico e l’altro ideologico. Il primo è molto semplice: l’unica banca di sviluppo europea che è stata privatizzata (nel 1999) è il nostro “Medio credito centrale”, che svolgeva lo stesso ruolo del KfW. In questo modo l’Italia si è privata di alcune leve, perché tecnicamente “Cassa depositi e prestiti” non è una banca e alcune cose non le può fare, se non per vie traverse.

Il balzo del debito pubblico tedesco nel 2010

Il balzo del debito pubblico tedesco nel 2010

Il secondo, come dicevo, è ideologico. Eurostat, qualche anno dopo la crisi del 2008, costrinse la Germania a rivedere il proprio debito pubblico che fece un balzo avanti a dir poco sorprendente. Questo perché gli aiuti di Stato che erano stati dati (260miliardi) a gran parte delle banche tedesche erano stati erogati da società controllate dallo Stato, che i tedeschi avevano provato a non considerare come debito pubblico. Noi, invece, siamo più realisti del re, e interpretiamo le regole europee nella maniera più restrittiva possibile per noi. Francamente non se ne comprende la ragione. Le banche tedesche, salvo le più grandi, hanno il divieto di adottare principi contabili internazionali. La Banca d’Italia ha invece imposto a tutte le banche italiane dal 2005 di adottarli. Il mio sogno è quello di mettere 20 persone in un gruppo al ministero delle Finanze che faccia un lavoro di diritto comparato, e vedere le legislazioni dei vari Paesi europei, prendendone la prassi migliore di ciascuno di essi. A volte si imita quello che gli altri dicono di se stessi invece di ciò che realmente fanno. Se noi avessimo imitato i tedeschi in ambito bancario non avremmo mai privatizzato le banche italiane: erano per il 73 per cento pubbliche agli inizi degli anni Novanta, mentre ora non è rimasta che la “Cassa depositi e prestiti”, che non è una banca peraltro. In Germania il 70 per cento è pubblico, le Sparkassen sono pubbliche, le Volksbanken sono sostanzialmente pubbliche, il Kreditanstalt è pubblico e pubblico è anche l’azionariato delle Landesbanken (che sono possedute dalle Sparkassen e dai Länder della Germania). Solo la HSH ha avuto 2 salvataggi pubblici per i quali sono state impegnate all’incirca le garanzie che lo Stato italiano ha impegnato per tutte le sue banche dal 2008 in poi. Per fare le regole europee dell’Unione bancaria si è seguito quello che voleva la Germania e non quello che conveniva a noi. Dopo che loro (e tutti gli altri in Europa, ma non noi) avevano salvato con soldi pubblici le banche, abbiamo lasciato che fosse introdotto il divieto di salvataggi pubblici. E a causa di questo abbiamo subito la crisi bancaria a cavallo del 2015-2016, sentendoci dire che la colpa era la

Una Sparkasse © il Deutsch-Italia

Una Sparkasse © il Deutsch-Italia

nostra. Su tutto questo, secondo me converrebbe un ripensamento veramente molto forte. Questa modalità d’integrazione è molto ideologica. Noi andiamo in Europa dicendo “ogni passo d’integrazione è utile in quanto tale”, mentre gli altri dicono “questo lo facciamo se ci conviene”. Allora le posizioni iniziali sono molto diverse. Io sono fermamente convinto che la nostra posizione negoziale sia fortissima, perché noi siamo quelli che potrebbero far venire giù tutto. Non perché lo vogliamo, ma perché per una serie di condizioni potrebbe succedere. Ma questa posizione oggettiva di forza non viene usata. A Bruxelles ad esempio si starebbe ragionando circa la possibilità di cancellare una parte del debito, quello detenuto dalla BCE, in particolare quello fatto per il Covid. Ora, noi siamo quelli che ne hanno fatto il meno possibile: questa è una sciocchezza in termini tattici e strategici. C’è un problema secondo me ideologico. Questo integrazionismo a tutti i costi, qualunque sia il contenuto concreto dell’integrazione è pericolosissimo. Noi stiamo svuotando gli Stati nazionali, che sono comunque il luogo della legittimità democratica fino a che non si inventa un luogo migliore; e non mi si venga a dire che il Parlamento europeo è luogo di legittimazione democratica. Finché facciamo dunque questa operazione e spostiamo le decisioni in questa dimensione opaca, che nessuno capisce -io sfido chiunque che non sia del mestiere ad entrare nei meandri della legislazione bancaria dell’Unione europea o a capire qualcosa del Recovery Fund- la cosa è molto pericolosa. Se tu ti affidi a questo tipo di meccanismi e non hai come bussola l’interesse prioritario dei tuoi cittadini e delle tue imprese, il rischio è quello di firmare accordi lesivi del proprio interesse. Solitamente dicendo ciò si è considerati “sovranisti”, ma francamente se l’obiettivo è quello di non essere calpestati dal proprio vicino non è questione di essere aggressivi, bensì di cercare di capire come interagire in maniera da rispettare i diritti di entrambi. Secondo me è dimostrabile che l’Unione bancaria per noi è stata una remissione assoluta. Non abbiamo avuto alcun guadagno dalla partecipazione all’Unione bancaria europea, ma solo problemi. Se succedono cose così, c’è un po’ da riflettere su come approcciamo alcuni tavoli di trattativa.

La ringrazio per l’intervista

Dunque “Anschluss” è un libro più attuale che mai. Per capire ciò che è realmente avvenuto nel recente passato dell’Europa, ma anche per cercare di non commettere gli stessi errori le cui conseguenze sono ancora tangibili nel cuore pulsante del Vecchio continente.

 

Vladimiro Giacché
È nato a La Spezia nel 1963. Ha studiato a Pisa e Bochum (Germania) e si è laureato e perfezionato in filosofia alla Scuola Normale di Pisa. Da venticinque anni nel settore finanziario, è il responsabile comunicazione, studi e marketing strategico presso la Banca del Fucino. Negli ultimi anni ha pubblicato Titanic Europa (2012), Costituzione italiana contro trattati europei. (2015), La fabbrica del falso (2016), Hegel. La dialettica (2020).

© Vladimiro Giacché

© Vladimiro Giacché

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Nato a Roma, laureato in Filosofia all'università "la Sapienza", è giornalista professionista. Ha collaborato con ilSole24Ore, con le agenzie stampa Orao News e Nova e in Germania con il magazine online ilMitte.

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