Chemnitz © il Deutsch-Italia
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Sono incerto su quale sia la più brutta città tedesca, Chemnitz che fino a trent’anni fa si chiamava ancora Karl-Marx Stadt, o Francoforte sull’Oder, sul fiume che segna il confine con la Polonia. Sarebbero in gara per vincere il poco gratificante titolo anche a livello europeo. Eppure Chemnitz, in Sassonia, nella ex DDR, sarà la capitale della cultura per il 2025, battendo una dozzina di rivali in Germania, tra le quali Norimberga e Dresda, la Elbflorenz, la Firenze sull’Elba come la chiamano. Altra capitale della cultura sarà scelta dalla Slovenia entro dicembre.

Barbara Klepsch Portrait © Jürgen Lösel CC BY-SA 4.0

Barbara Klepsch Portrait © Jürgen Lösel CC BY-SA 4.0

La ministra della Cultura regionale Barbara Klepsch (CDU) non è riuscita a trattenere le lacrime di gioia, ma cinque anni non basteranno a trasformare la città, la più tedesca che si può nella scomparsa Germania Est, e la più rossa, non solo per il nome. Quasi rasa al suolo dai bombardamenti, il regime la ricostruì in stile socialista, efficienza e niente fronzoli, palazzi funzionali, e anche squallidi.

La visitai due volte, prima del Muro, e la Stasi mi perquisì la camera in albergo e mi sequestrò tutti i giornali occidentali (vietati nella DDR, ma io dovevo essere un ospite). Diedero la colpa alla povera cameriera che li avrebbe buttati per fare ordine sulla scrivania, caotica da tipico italiano. La seconda, appena dopo la caduta del Muro, per seguire Helmut Kohl nella tournée elettorale per le prime elezioni libere negli ultimi mesi di vita della Germania comunista. Parlò vicino al testone di Karl Marx, simbolo della città, in un turbinio di neve. Non ci sono più tornato. Dieci anni fa, Chemnitz è servita da sfondo a due film sugli zombie.

Karl Marx © il Deutsch-Italia

Karl Marx e Friedrich Engels © il Deutsch-Italia

La testa di Marx, proprio sotto il mio albergo, era l’unica cosa degna di essere vista, è alta sette metri, 13 con il piedistallo e pesa oltre 40 tonnellate. È il secondo busto più grosso al mondo, dopo la testa di Lenin a Ulan-Ude, in Siberia, che lo batte di 60 centimetri. Il primo gennaio del ‘53 la città cambiò nome per onorare Karl Marx. Il monumento fu eretto il 9 ottobre del ‘71. È rimasto al suo posto anche dopo la riunificazione, come la statua di Marx ed Engels a Berlino, perché il padre del marxismo era un filosofo tedesco.

Chemnitz © il Deutsch-Italia

Chemnitz © il Deutsch-Italia

Prima ancora della riunificazione, il 23 aprile del ‘90, la città tornò a essere Chemnitz, dopo un referendum vinto con il 76 per cento di sì. Ma trent’anni dopo nel cambiar rotta i cittadini hanno forse esagerato sterzando a destra: alle ultime elezioni l’AfD, il partito dei delusi e dei neonazi è arrivato alla pari, 24 per cento, con i cristianodemocratici di Frau Merkel. Nella regione, la Sassonia, il partito ha conquistato il primo posto con il 27, superando dello 0,1 la CDU. Sotto il testone di Karl si sono avute manifestazioni dei neonazi contro gli stranieri. Sospetto che Chemnitz abbia vinto anche per questo motivo, nella speranza che gli investimenti, e il timore di fare brutta figura innanzi al mondo, induca gli elettori di destra a cambiare idea.

Il motto del comitato culturale è “Unser Kontinent soll schöner werden”, il nostro Continente deve diventar più bello. Si dipingono le facciate del centro e le scalinate con colori vivaci, una Chemnitz con il costume di Arlecchino. Ma si presenta anche come una testimonianza della storia d’Europa, nel bene e nel male. Il make up non cancella il passato e i crimini degli architetti con la tessera del partito. Karl Marx Stadt aveva 300mila abitanti, oggi trent’anni dopo, 60mila di meno.

 

© per gentile concessione di ItaliaOggi

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Roberto Giardina, dal 1986 in Germania, è corrispondente per il QN (Giorno-Resto del Carlino- La Nazione) e Italia Oggi. Autore di diversi romanzi e saggi, tradotti in francese, spagnolo, tedesco. In Germania è uscito "Guida per amare i tedeschi", "Anleitung die Deutschen zu lieben" (Argon e Goldmann), "Complotto Reale" (Bertelsmann), "In difesa delle donne rosse" (Argon), "Hundert Zeilen", "Berlin liegt am Mittelmeer" (Avinus Verlag), "Pfiff", romanzo sulla Torino degli Anni Sessanta e la rivolta operaia di Piazza Statuto; "Attraverso la Francia, per non dimenticare il Belgio"; "Lebst du bei den Bösen?", "vivi tra i cattivi, la Germania spiegata a mia nipote"; e recentemente "Il Muro di Berlino. 1961-1989".

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