Beethoven Rossini Mozart © il Deutsch-Italia
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Wolfgang Amadeus Mozart (Barbara Kraft)

Wolfgang Amadeus Mozart (Barbara Kraft)

La storia della musica è costellata di fatti reali e leggende che aumentano ancor più il fascino dell’arte per eccellenza. Pertanto molte sono le domande, fondate o meno, che ne hanno fatto la storia. Rossini incontrò Beethoven? Mozart ascoltò mai il genio di Bonn? Da dove viene la leggenda secondo cui Rossini altro non era che un sottile utilizzatore di carte sottratte al vecchio Mozart? Già l’ultima domanda ha la sua risposta: il genio austriaco nell’ultimo periodo di vita a Vienna, era immerso in un vortice pericoloso, fra mariti gelosi e creditori non pagati, senza contare che da tempo era lontano dalla buona tavola cui era assiduo per qualche malore (soprattutto nelle sue tasche, visto che aveva le mani bucate) che cominciava ad affliggerlo. Un’idea fulminante l’avrebbe avuta la moglie Costanza: approfittare dell’epidemia di peste e delle relative fosse comuni senza lapidi e fingere una morte rapida del marito, gettato anonimamente con gli altri viennesi senza complimenti. Invece, durante la notte Wolfgang sarebbe partito e arrivato presto a Trieste, poi imbarcato sotto falso nome per Pesaro. Qui una famiglia benestante lo avrebbe, sotto falso nome, assunto come precettore di un bambino grassoccio, poco interessato agli studi di latino e greco, ma pieno di inventive e con un certo orecchio musicale. Non solo: appena il giovane Gioacchino – perché di Rossini si parla! – divenne maggiorenne e un buon partito, il padre volle che il vecchio precettore ne divenisse tutore.

L’overture del “Guglielmo Tell”

Ben presto il vecchio precettore, ossia Mozart, convinse il giovane Rossini a pubblicare la musica che invece aveva scritto lui.. E la storia continuò per quasi 20 anni – dal 1810 (“Le cambiali di matrimonio”) al 1820 (“Guglielmo Tell”) – quando bruscamente terminò di comporre, con un improvviso ritiro delle scene all’età di 37 anni e nel fulgore della carriera. Perché? Gli storici con in mano riga, compasso e carte millimetrata, ritengono che le sue già numerose opere – circa 40 scritte in meno di 20 anni – fossero frutto di una serie di compromessi fra il classico e il romantico, che non ressero più quando Gioacchino decise di abbandonare l’opera comica per passare al tragico. E ciò avvenne proprio quando Beethoven lo avrebbe definito un semplice scenografo, dopo aver letto lo spartito del Mosè nel 1827 (altro incontro che tra poco esamineremo).

Ezio Bosso © Sonia Ponzo

Ma  Ezio Bosso, che purtroppo ci ha lasciato pochissimi giorni fa, affascinato dalla leggenda di un vecchio Mozart ghost writer del giovane Rossini, cominciò nel 2005 a studiare e a comparare la vita dei due geni, scoprendo una serie di indizi che favorirebbero quel curioso e sensazionale mito. Simili nel comporre, analoga la forma e la strumentazione nei suoi riferimenti identici al comune maestro Haydn. Peraltro non esistono testimonianze in merito, anche perché Rossini non ebbe allievi e di contatti con intellettuali contemporanei ce ne furono solo dopo il 1830, nel suo notorio ritiro a Parigi. Prova regina della oscura presenza di un collaudato musicista nascosto, ma che nel giovane e poi maturo discepolo avrebbe trovato quel buongustaio che era, tanto più che di un maggiordomo convivente Gioacchino ne parlava, ma mai ebbe a presentarlo. Concludeva Bosso – fra il serio e il faceto – la morte del fantomatico autore fantasma avrebbe interrotto ogni verve creativa del pesarese, poi sublimata e sostituita dalla pari fama di gastronomo fino alla morte nel 1868 alla veneranda età di 76 anni. Quindi la tesi di Bosso era che effettivamente Mozart fu il ghostwriter di Rossini.

L. van Beethoven

Ludwig van Beethoven

Se la sensazione di fiction rimane tutta per questa accattivante ricostruzione, degna di lettori ancora legati ai miti della giovinezza; un evento più verosimile vede coinvolti altri due geni della musica, lo stesso Rossini e il “gelido” Ludwig van Beethoven, che a dire di Wagner (lo scrisse nel 1860) avrebbe incontrato brevemente il compositore italiano nel 1822. Dunque, nel quinto quaderno di conversazioni di Beethoven – scritto su incontri con altri intellettuali dell’epoca – si ritrovano 211 annotazioni al riguardo, che poi vennero consegnate al pesarese che ne riferì appunto al giovane Wagner. Pare che la visita al Maestro tedesco, malato e sordo, fosse stata preparata da un poeta italiano, il Carpani, che accompagnò Gioacchino nella misera dimora di Vienna di Beethoven. Ormai vecchio e con occhi di brace, lo salutò in modo brusco, ma in italiano corretto e lodò il “Barbiere di Siviglia”, cioè un opera buffa che gli era piaciuta fra tutte quelle del genere. E il giudizio non poté dispiacere a Gioacchino, quasi in ginocchio dinanzi al “vate”. Ma quando questi scrisse in tedesco sulla sua

“Largo al factotum” da “Il barbiere di Siviglia”

lavagnetta il giudizio sul “Mosè”, Carpani storse il muso e lo guardò imbarazzato. Beethoven aveva scritto: “Non cerchi di fare altro che opere buffe; scegliere un altro genere significherebbe forzare il suo destino… le sue opere serie “Otello” e “Mosè” non vanno. Gli italiani possono fare soltanto opere buffe… In quel Paese l’Opera seria non può andare …. Rossini insista sul modello del “Barbiere”…” Poi con un cenno chiamò il servitore e con un sorriso un po’ forzato li mise alla porta. Il resoconto del Carpani però a parecchi critici apparve presto un po’ retorico, tanto più che il testo era passato di mano in mano, e per di più narrato da un Rossini un po’ malinconico e che faceva riferimento alla sordità di Beethoven. Chiudeva un dialogo denso di luoghi comuni, sicuramente ingigantiti da Wagner, già geloso di Verdi. Non si ebbero ulteriori testimoni, e rimane ancora intriso di un’aura di dubbio che fa pensare ad un falso d’autore.

La sinfonia n° 38 “Praga”

Nondimeno, di un altro incontro particolare occorre ancora dire, quello fra Beethoven e Mozart. Correva l’anno 1787: la notoria ambivalenza della musica di Wolfgang – dilaniata da un sentimento di dolore e di malinconia, cui faceva da contraltare un diffuso senso di gioia ed una certa ironia comica che lo accomunerà a Rossini – è al massimo livello. Vive a Praga, rappresenta le “Nozze di Figaro”, elaborata col libertino Da Ponte, scrittore veneto che aveva scandalizzato la nobiltà austriaca. Nello stesso anno dirige in pubblico la sinfonia “K504” n° 38, detta “Sinfonia di Praga”, e sta già mettendo mano al capolavoro che è il “Don Giovanni”. C’era il senso di nostalgia per la morte del padre Leopold che andava stemperandosi per la nuova amicizia col re dei libertini dell’epoca, Giacomo Casanova. La maturità musicale gli fa scrivere drammi giocosi, in una ormai riconosciuta presenza di gioco e tragedia. E le variazioni della sinfonia “K504”, che esprimevano musicalmente lo stare in mezzo fra due stati d’animo, la classicità giocosa e il tragico romantico, attirava sempre più pubblico, specie se femminile. A Vienna, Johann Hummel aveva una piccola scuola di allievi e già Wolfgang appunto, primeggiava fra i nuovi compositori. A quella scuola bussò nell’aprile di quell’anno un giovanotto di 16 anni, Ludwig van Beethoven. Tra Mozart trentenne e il ragazzotto alla prime armi incominciò il duello: Wolfgang dettava il tema, Ludwig eseguiva e variava da par suo; Wolfgang ascoltava curioso e poi criticava. E così per varie volte. Infine, il Maestro di Bonn, stanco e nervoso, si congedò, mentre il salisburghese, con fare un po’ presuntuoso, ma quasi con timore, disse: “Badate a questo giovanotto, fra non molto vi farà pensare…”. Forse aveva rivisto se stesso quando alla stessa età aveva fatto tremare il classico Salieri. Se il primo episodio è chiaramente un racconto forse senza pretese e il secondo alquanto gonfiato, questo terzo è più veritiero, anche perché coincide con testimonianze di ambedue le parti in causa. Di certo, nessun episodio è supportato da prove inconfutabili, perché la relazione, fra uomini, specie se costoro sono dei giganti della cultura, mai possono rappresentare quello che è avvenuto veramente tra loro. A noi resta la grandezza di quei protagonisti. E ci basta.

La Germania aveva gli occhi verdi

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