Die Wittelsbacher-Geisel Adolf Hitlers © ARD Mediathek
Die Wittelsbacher-Geisel Adolf Hitlers © ARD Mediathek
Guglielmo II nel 1902 © CC BY-SA 1.2 WC

Guglielmo II nel 1902 © CC BY-SA 1.2 WC

A Hitler piaceva il sangue blu. I nazisti fecero la corte a Sissi, non proprio alla romantica principessa, mitizzata al cinema e perfino nei cartoni animati che divenne imperatrice a Vienna, uccisa da un anarchico italiano nel 1898, ma ai suoi parenti bavaresi. Il duello tra Armin Laschet della CDU e Markus Söder della CSU per la candidatura alla Cancelleria, ha acuito la rivalità e la reciproca antipatia tra la Baviera e il resto della Germania, diciamo tra Nord e Sud. Ogni occasione è buona per sottolineare le differenze storiche.

Il Führer cercò di sedurre l’ultimo Kaiser, Guglielmo II, che dopo la sconfitta nel 1918, abdicò e chiese asilo in Olanda, per sfuggire ai vincitori che volevano processarlo come criminale di guerra. A Guglielmo piaceva essere corteggiato, ma resisté. I suoi parenti, gli Hohenzollern, divennero nazisti, e nel ‘45 vennero espropriati. Invece, in Baviera, i parenti della duchessa Elisabeth Amelie Eugenie von Wittelsbach, cioè Sissi, preferirono finire deportati piuttosto che cedere ai nazisti, come ricorda il documentario di Frau Andrea Mocellin e Thomas Muggenthaler, andato in onda alla tv, “Die Wittelsbacher-Geisel Adolf Hitlers”, cioè ostaggi del Führer.

Secondo un malinteso storico, dato che la carriera di Hitler cominciò a Monaco, si crede che tutta la Baviera fosse nazista. Il giovane Adolf fu aiutato dalle ricche famiglie e dagli industriali di Monaco, ma la regione era ed è profondamente cattolica, e a lungo molti bavaresi cercarono di resistere ai nazisti.

Rupprecht von Bayern © CC BY-SA 3.0 LC-DIG-ggbain-31339 WC

Rupprecht von Bayern © CC BY-SA 3.0 LC-DIG-ggbain-31339 WC

La Baviera aveva un re, Ludwig III, fino al 1918. Il principe ereditario Rupprecht fu sempre antinazista, senza timore di esporsi, ricorda oggi suo nipote Franz, l’attuale capofamiglia della dinastia, che sarebbe duca, se in Germania non fossero stati aboliti i titoli nobiliari. “I cadaveri erano accatastati fino a oscurare le finestre della nostra baracca, che si trovava vicino al crematorio,” ricorda Franz, 88 anni a luglio, bambino undicenne quando fu rinchiuso nel Lager di Flossenburg, dove morì Eugenio Pertini, i negli ultimi giorni di guerra, il fratello del presidente Sandro Pertini.

Dopo l’attentato a Hitler, il 20 luglio del ‘44, dodici Wittelsbacher vennero imprigionati come nemici del III Reich, e internati per nove mesi a Flossemburg, Sachsenhausen e Dachau. Il principe ereditario Rupprecht fece appena in tempo a fuggire in Italia, ma la sua famiglia, moglie, figli e nipoti rimase in Baviera. Godevano di uno status particolare, trattati appena un poco meglio dei normali deportati. Per evitare che venissero liberati dagli alleati, nell’aprile del ‘45, furono trasferiti in Tirolo, a Reutte, un paesino vicino al confine con la Germania, dove furono trovati dalle truppe francesi. “Ero un bambino, ricorda Franz, ma quell’esperienza ha segnato tutta la mia vita, anche oggi non riesco a lasciare un pezzo di pane a tavola. Soffrivamo la fame come tutti.”

Eugenio Pertini © CC BY-SA 1.2 WC

Eugenio Pertini © CC BY-SA 1.2 WC

Seguii Pertini nel suo primo viaggio all’estero nel settembre del 1979, in Germania. La sua prima tappa fu a Monaco, e volle visitare il vicino Lager di Flossenburg, per rendere omaggio al fratello. Lo accompagnò Franz Josef Strauss, che seppe conquistare l’ospite. I giornalisti si stupirono di vedere il partigiano Sandro abbracciato all’imponente padrone di casa. Il leone della Baviera, spesso nelle corrispondenze italiane veniva giudicato quasi un nazista. Era un conservatore alla tedesca, e raccontò a Pertini un suo ricordo di bambino.

Il padre aveva una macelleria nella Schellingstrasse, a Monaco, di fronte alla sala da biliardo frequentata dal giovane Hitler (pessimo giocatore, fu buttato fuori perché non pagava il conto). Nel 1915, Franz Josef nacque nell’abitazione al piano di sopra del negozio. Quando aveva cinque anni, il padre lo mandò a prendere una birra nella sala di fronte, e un avventore gli mise in mano una mazzetta di volantini del primo gruppo di nazisti e una monetina come mancetta. “Mio padre mi diede un paio di schiaffoni”, ricordava Strauss. Il macellaio era cattolico, odiò sempre i nazisti, era monarchico, fedele al re di Baviera e non al Kaiser, che volle la guerra. Un aneddoto che serve a capire forse la Germania di oggi.

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© per gentile concessione di ItaliaOggi

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Roberto Giardina, dal 1986 in Germania, è corrispondente per il QN (Giorno-Resto del Carlino- La Nazione) e Italia Oggi. Autore di diversi romanzi e saggi, tradotti in francese, spagnolo, tedesco. In Germania è uscito "Guida per amare i tedeschi", "Anleitung die Deutschen zu lieben" (Argon e Goldmann), "Complotto Reale" (Bertelsmann), "In difesa delle donne rosse" (Argon), "Hundert Zeilen", "Berlin liegt am Mittelmeer" (Avinus Verlag), "Pfiff", romanzo sulla Torino degli Anni Sessanta e la rivolta operaia di Piazza Statuto; "Attraverso la Francia, per non dimenticare il Belgio"; "Lebst du bei den Bösen?", "vivi tra i cattivi, la Germania spiegata a mia nipote"; e recentemente "Il Muro di Berlino. 1961-1989".

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