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I grandi eventi cominciano con particolari trascurabili. Già qualche giorno dopo il crollo del «muro» le carte delle previsioni meteorologiche alla TV apparvero senza più confini, e comunicavano temperatura e pressione atmosferica di Lipsia e di Francoforte, quella sull’Oder, anche se per raggiungerle occorreva sempre il visto.

Alla fine dell’estate, quando le fughe dalla DDR stavano mettendo in ginocchio il regime di Honecker, intervistai il professor Jens Reich, biologo di fama internazionale, che era fra i fondatori di Neues Forum, il primo movimento di contestazione ufficiale.

«Lei pensa che si possa giungere a una riunificazione?», gli domandai, ma la domanda era ipotetica.

«E perché mai? La Germania è stata unita solo per settant’anni, e non sono stati i più felici della sua storia. Esiste un’identità per gli abitanti della Sassonia o del Brandeburgo all’Est, o della Renania o dell’Assia all’Ovest, che forse è più forte dell’identità nazionale di una Grande Germania.»

I primi dimostranti di Lipsia, all’inizio poche centinaia, che uscendo dalla Nikolaikirche sfilavano per il centro della citta, vennero caricati dagli agenti della Stasi, la polizia segreta, perché innalzavano cartelli con la scritta: «Noi vogliamo rimanere qui».

Ma il professor Reich, e molti con lui, si sbagliavano. Di ritorno da Dresda, Kohl incontrò Mitterrand che era in visita a Berlino, proprio il giorno in cui si sarebbe riaperta la Porta di Brandeburgo, simbolo della potenza militare teutonica, «Andrà alla cerimonia?», domandammo al presidente francese, che aveva appena conquistato gli studenti dell’Università di Lipsia sostenendo di amare il popolo tedesco che l’aveva aiutato quando era fuggito da un campo di prigionia in Turingia, tornando in patria a piedi.

«No», rispose secco. «E se mi domandate: “Perché no?”, vi dirò che non mi hanno invitato. E se mi avessero invitato, avrei detto sempre di no.»

In quell’istante, un funzionario dell’ambasciata francese gli porse un biglietto, e Mitterrand non riuscì a celare un sorriso di maligna soddisfazione: «D’altra parte, mi informano che la cerimonia non ci sarà». Ma i diplomatici avevano commesso un errore di traduzione per Feier, festa o cerimonia. Non ci sarebbe stato giubilo per via dei morti di Timisoara, in gran parte inventati dalla TV, ma la cerimonia avrebbe avuto luogo. Bisogna scomodare Freud per spiegare questa gaffe? Da non dimenticare che il luogo dove sorge la Brandenburger Tor si chiama Pariserplatz.

La cerimonia, senza festa ma festosa, si svolse sotto la pioggia, e la cosa che più sembrò impressionare i miei amici della DDR fu che i loro connazionali «osavano parcheggiare le auto sui marciapiedi della Unter den Linden». Il loro mondo stava per tramontare.

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Roberto Giardina, dal 1986 in Germania, è corrispondente per il QN (Giorno-Resto del Carlino- La Nazione) e Italia Oggi. Autore di diversi romanzi e saggi, tradotti in francese, spagnolo, tedesco. In Germania è uscito "Guida per amare i tedeschi", "Anleitung die Deutschen zu lieben" (Argon e Goldmann), "Complotto Reale" (Bertelsmann), "In difesa delle donne rosse" (Argon), "Hundert Zeilen", "Berlin liegt am Mittelmeer" (Avinus Verlag), "Pfiff", romanzo sulla Torino degli Anni Sessanta e la rivolta operaia di Piazza Statuto; "Attraverso la Francia, per non dimenticare il Belgio"; "Lebst du bei den Bösen?", "vivi tra i cattivi, la Germania spiegata a mia nipote"; e recentemente "Il Muro di Berlino. 1961-1989".

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