ARCADIA CONTROLUCE

II rapporto tra Italia e Germania e i rapporti tra italiani e tedeschi non sono 1a stessa cosa. Ė difficile non cadere luoghi comuni, anche perché non sempre sono falsi. Intanto la Germania non è Deutschland, come Italia non è Italien. La Germania e quella dei libri di scuola di Tacito, di Cesare e le sue legioni, i barbari oltre le montagne. Ita­lien e l’Arcadia di Goethe e dei suoi compagni di viaggio.

Nel quadro di Overbeck, Germania e Italia, due fanciulle, entrambe dai capelli chiari, si studiano e accennano una carezza, il preludio di un gioco d’amore, un dipinto erotico e ambiguo. Come i rapporti tra di noi, appunto. E non è che nella tela di Overbeck si distingua a prima vista quale sia l’Italia e quale la Germania. Benché vivesse a Roma, nella colonia di quei «Nazareni», artisti dalla barba lunga e capelloni, infatuati di rovine e sempre ebbri di vino dei Castelli, Overbeck ebbe il buon gusto di non scegliere come modella una pastora ciociara.

II suo quadro piacque a Ludwig I, nonno del secondo, quello folle dei castelli alla Disney, a suo modo il primo turista in Italia. Ci venne una ventina di volte, frequentava gli artisti di Roma, e prima di giungere alla città eterna non mancava di compiere una deviazione verso Perugia, dove l’attendeva fedele Marianna Florenzi, bella donna, nobile e intelligente (fu la prima a tradurre Schelling in italiano). II suo ritratto è nella «Galleria delle bellezze», quell’harem di donne ritratte dal pittore di carte per il sovrano, ma lei si offese quando seppe che il suo «Luigino» vi aveva appeso anche quello della «poco rispettabile» Lola Montez.

Luigino anno dopo anno si portò a casa quadri e statue, e trasformò la sua Monaco in una sorta di Roma, mista ad Atene e a Parigi. Lo aveva preceduto Goethe, e l’autore di Faust per la verità imitò il genitore Johann Caspar che scrisse un mezzo secolo prima di lui Un viaggio in Italia, oltre mille pagine direttamente in italiano. Ma è più facile identificarsi con Ludwig di Baviera che con i Goethe, padre e figlio. L’amico di Marianna sognava l’antica Roma ma si godeva il presente, e a casa non portò mai «patacche». Un’arte di viaggiare che non tutti i suoi odierni compatrioti riescono ancora a padroneggiare.

Girare per l’Italia con Goethe come Baedeker e vagare per la Germania seguendo Tacito, con testo a fronte, non è una romantica illusione. E un pericoloso equivoco. II sociologo Hans Peter Duerr sbeffeggia il toscano Poggio Bracciolini che giunto a Baden lodò la «naturalezza primitiva» dei bravi tedeschi che facevano il bagno tutti insieme, tutti nudi. Li scambiò per barbari innocenti, commenta Duerr, mentre probabilmente era finito in un bordello.

Forse ha ragione, ma la Germania d’oggi e disseminata di «impianti acquatici» dove le famiglie fanno il bagno e la sauna «senza tessili», e non c’è il minimo sospetto che si tratti di lupanari. Anzi, sono luoghi assolutamente asettici, e casti. Ma non sempre. E non vi fidate delle insegne. Sono volutamente ambigue.

I «Nazareni» dipingevano opere idilliache e a loro piacere «spostavano» ruderi, cascate e vallate per creare «paesaggi d’invenzione», popolati da pastorelli e pescatori impegnati in giocose tarantelle. Sui banconi del mercato fra le colonne dei Fori, si possono ammirare superbi salmoni. La domanda è: le acque del Tevere a quel tempo non erano così inquinate e i salmoni risalivano la corrente, o i pittori scesi dal Nord li vollero vedere insieme con triglie e saraghi? Pastorelle e contadinotti erano veramente così simili a fauni e ninfe? Gli artisti non si resero conto o vollero sublimare la loro povertà, la loro spietata arte della sopravvivenza? Joachim Fest, per anni uno dei condirettori della «Frankfurter Allgemeine» e autore della celebre biografia di Hitler, ha scritto un bel libro di viaggio «alla Goethe», ma al contrario: ha cominciato dalla mia Palermo per poi risalire la Penisola, e ha scelto il titolo allusivo Im Gegenlicht, «In controluce», quando i riflessi e le ombre ingannano.

Ad un tedesco criticone, della vecchia guardia, risposi che le strade e gli acquedotti della sua Colonia erano stati tracciati dai romani, e lui commentò: «Gli antichi romani non sono italiani». Non aveva del tutto torto. Ma in genere, soprattutto fra gli intellettuali, i tedeschi al contrario dei francesi tradiscono quasi un complesso d’inferiorità nei nostri confronti: loro non fanno distinzione tra i romani di Ovidio e Catullo e i contemporanei di Lucio Dalla e Gianna Nannini. In controluce, per gli italiani la Germania è il Paese dove venerano la stella a tre punte della Mercedes, che spicca sul cuore degli atleti della Nazionale, ruota sul palazzo più alto, a Bonn come a Berlino, e sulla stazione di Stoccarda dove i treni giungono puntuali, e negli aeroporti sono affisse le foto dei terroristi ricercati, come nel Far West l’effigie di Jesse James e di Billy the Kid. Ma i treni sempre più di frequente sono in ritardo, la Mercedes non e più uno status symbol, e la «190», che ancora fa spasimare il professionista rampante di Cinisello Balsamo, e considerata l’auto dei taxisti (che se ne lamentano) e dei turchi. In quanto ai terroristi, non li prendono mai. Ci sono riusciti una sola volta negli ultimi anni ed hanno scatenato a Bad Kleinen, pacifico paesotto del Nord, una folle sparatoria al cui confronto Mezzogiorno di fuoco è un bisticcio tra innamorati.

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Roberto Giardina, dal 1986 in Germania, è corrispondente per il QN (Giorno-Resto del Carlino- La Nazione) e Italia Oggi. Autore di diversi romanzi e saggi, tradotti in francese, spagnolo, tedesco. In Germania è uscito "Guida per amare i tedeschi", "Anleitung die Deutschen zu lieben" (Argon e Goldmann), "Complotto Reale" (Bertelsmann), "In difesa delle donne rosse" (Argon), "Hundert Zeilen", "Berlin liegt am Mittelmeer" (Avinus Verlag), "Pfiff", romanzo sulla Torino degli Anni Sessanta e la rivolta operaia di Piazza Statuto; "Attraverso la Francia, per non dimenticare il Belgio"; "Lebst du bei den Bösen?", "vivi tra i cattivi, la Germania spiegata a mia nipote"; e recentemente "Il Muro di Berlino. 1961-1989".

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