«Al dottor Joseph Wilhelm von Schaden, Augusta

Bonn, 15 settembre 1787

(…) più mi avvicinavo alla mia città natale, più erano numerose le lettere di mio padre, che mi raggiungevano, spronandomi tutte ad accelerare il viaggio.

Trovai mia madre ancora viva ma in uno stadio disperato. Era malata di tisi ed è morta sette settimane fa.

L’avermi prestato tre carlini ad Augusta è stato un gesto di straordinaria bontà ed amicizia da parte Sua, ma devo pregarLa di avere con me ancora un po’ di pazienza; il viaggio mi è costato molto e qui non posso sperare in nessun compenso, neppure piccolissimo. La fortuna non mi assiste qui a Bonn».

Beethoven - Autobiografia di un genio

Beethoven – Autobiografia di un genio © Piano B

Con queste accorate parole il diciassettenne Ludwig van Beethoven, colpito dalla perdita dell’amata mamma, scrisse ad un avvocato di Augusta che gli fu amico nel periodo in cui il compositore tedesco sostò in questa città, durante il viaggio di ritorno da Vienna a Bonn, dove era nato nel 1770. È proprio questa lettera, la prima personale di Beethoven di cui si ha notizia, a dare il la all’antologia “Ludwig van Beethoven – Autobiografia di un genio”, pubblicata dalla casa editrice pratese Piano B edizioni, a cura di Michele Porzio, musicologo e docente presso il Conservatorio “Giuseppe Verdi” di Torino.

Il volume raccoglie epistole personali, pagine da “I Quaderni di conversazione” e pensieri del compositore tedesco, scelti ed accuratamente commentati da Porzio nelle numerose note che il lettore non potrà fare a meno di leggere poiché si riveleranno una lanterna necessaria per illuminare il percorso nella complicata dimensione umana di Beethoven, con le sue debolezze, le sue angosce, la sua quotidianità. Comunemente Beethoven viene descritto come un rude misantropo sempre di cattivo umore, ma da questa opera emerge il ritratto di un uomo profondamente contraddittorio: generoso quanto grato amico di chi gli fu vicino anche solo attraverso la corrispondenza, fu spesso preda della disperazione generata dalla progressiva perdita dell’udito e da una salute piuttosto cagionevole.

Beethoven

Beethoven

Salvo la prima lettera, la maggior parte dell’antologia si riferisce al periodo in cui Beethoven si era già trasferito a Vienna (1792) per continuare gli studi sotto la guida del grande compositore Joseph Haydn, presentatogli dal conte Waldstein, il suo primo mecenate nonché colui che si rivelò un biglietto da visita fondamentale per far conoscere il suo talento nei salotti elitari di una Vienna che, sul finire del 1700, era il centro europeo della musica e dell’opera lirica per eccellenza.

Quando gli editori viennesi iniziarono ad interessarsi alle sue composizioni, la fama di Beethoven, quale dotato pianista, aveva già raggiunto tutta la Germania e lui si mostrava desideroso di accaparrarsi il maggior numero possibile di lavori, dovendo provvedere al sostentamento di tutta la sua famiglia di Bonn poiché il brutale e violento padre, un musicista e tenore, era stato messo prematuramente in pensione a causa dell’abuso di alcol.

Nella corrispondenza con i suoi editori, ma anche con musicisti e suoi maestri come Cherubini e Salieri, Ludwig scriveva con modi gentili ed educati, talvolta ironici, ma soprattutto con molta umiltà nella considerazione di se stesso.

«A F.A. Hoffmeister, Lipsia (editore musicale)

Vienna, 22 aprile 1821

Amatissimo e degno fratello, lei ha ragione a lamentarsi di me, anzi ne ha moltissima.(…) L’unico tratto di genio che forse c’è in me è che le mie cose non sempre si trovano nell’ordine più perfetto. E quindi nessuno all’infuori di me è capace di capirne nulla».

Faust © il Deutsch-Italia

Faust © il Deutsch-Italia

Nonostante l’alacre lavoro, il compositore tedesco riusciva a trovare il tempo di scrivere ai suoi editori anche per intercedere a favore delle persone che gli stavano a cuore, come la figlia di Bach, Regine Susanna, che versava in condizioni di povertà: «Un mio buon amico mi ha riferito l’importo che è stato raccolto per la figlia dell’immortale figlio dell’Armonia: sono rimasto stupefatto della pochezza che la Germania ha offerto per una persona che io venero per i meriti di suo padre. Che succederebbe se io pubblicassi, per sottoscrizione, qualche lavoro a beneficio di questa persona? Mi faccia sapere presto come e meglio organizzare la cosa, prima che questo ruscello muoia».” (Bach in tedesco vuol dire ruscello)

Durante la lettura dell’epistolario, ci si imbatte in molti nomi di nobili di cui fu amico e da cui fu sovvenzionato, ma tra tutti spicca quel “Vostra Eccellenza!” di cui fu diverse volte destinatario il gigante della poesia tedesca, Johann Wolfgang Goethe, venerato da Beethoven come nessun altro. Porzio spiega che il poeta e il compositore si incontrarono più di una volta, ma nonostante Goethe avesse grande stima per il talento e la personalità colta di Beethoven, non gli diede mai il consenso per musicare il Faust.

L.v Beethoven

L.v Beethoven

A partire dai primi anni del 1800, i problemi all’udito cominciarono ad aggravarsi, come lo stesso compositore confidava all’amico di sempre, il medico F.G. Wegeler: «Le mie composizioni mi rendono molto e posso dire di avere più ordinazioni di quanto sia in grado di soddisfare. Soltanto un demone invidioso, la mia cattiva salute, mi ha messo il bastone tra le ruote. Il mio udito è diventato sempre più debole».

Il dramma della sordità lo costrinse, suo malgrado e fin dal 1815, a rinunciare alle esibizioni in pubblico e alle occasioni mondane e, quando era costretto a presenziare di persona, adottava un atteggiamento così distaccato da alimentare il falso mito di essere un uomo insofferente verso gli altri. In verità, aveva solo paura che la sordità diventasse di dominio pubblico e di non ricevere più alcuna commissione lavorativa: «Debbo vivere come un proscritto; se sto in compagnia vengo sopraffatto dalla paura di correre il rischio che si noti il mio stato». Balsamo per queste pene fu l’erudizione costante, attraverso le letture dei classici latini e greci (amò soprattutto gli scritti omerici), delle opere di Shakespeare, di Schiller e dei suoi amatissimi Kant e Goethe, di cui molte citazioni si ritrovano nella parte dell’antologia dedicata ai “pensieri di Beethoven”.

La sua indole, inquieta ed introversa, lo portò a non impegnarsi mai stabilmente, impelagandosi spesso in donne perlopiù inaccessibili perché già sposate, un alibi psicologico perfetto per nascondere l’incapacità (o, forse, la paura) di relazioni durature. Le sue passioni sentimentali furono infatti sempre tormentate, come si legge in una delle lettere indirizzate ad una non meglio specificata “immortale amata”: «Anche a letto i miei pensieri corrono a te, lieti, talvolta, poi di nuovo tristi, in attesa di sapere se il destino ci esaudirà. Per affrontare la vita, io debbo vivere esclusivamente con te oppure non vederti mai».

La tomba di Beethoven a Vienna

La tomba di Beethoven a Vienna

Non ebbe mai figli propri, ma riuscì a farsi nominare tutore unico del nipote Karl, il figlio del fratello Caspar, morto nel 1815, vietandogli qualsiasi contatto con la madre. Nel periodo di transizione tra lo stile eroico e il terzo stile, riuscì a comporre molti capolavori, come l’“Eroica” (del 1802, ispirata da Napoleone quale eroe rivoluzionario, dedica cancellata dallo stesso Beethoven quando apprese che Napoleone si era autoproclamato imperatore) e la Nona Sinfonia (del 1824, di cui spartito e testo sono stati dichiarati “Memoria del mondo” dal Patrimonio UNESCO). Soprattutto nell’ultimo decennio della sua vita, le composizioni si diradarono e, con esse, anche le risorse economiche, rendendo Ludwig sempre più un’anima in pena. La paura della solitudine e il desiderio di sentirsi amato si riversarono nel suo rapporto con il nipote verso cui provò un affetto sconsideratamente morboso, tanto che Karl, vessato dalla possessività dello zio, tentò il suicidio nell’estate del 1826.

Nelle ultime lettere, spedite pochi giorni prima della morte, Ludwig si descriveva in pessime condizioni di salute e costretto a chiedere prestiti per sopravvivere e continuare a lavorare su una nuova sinfonia, la Decima, mai trascritta e andata perduta per sempre.

«Come quando muore l’ultima nota, che vibra percossa da una mano delicata sulle corde dell’arpa» (citando dai pensieri scritti di suo pugno) Beethoven morì a Vienna il 26 marzo del 1827.

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L'”Eroica”, nell’interpretazione di Neville Marriner

© Youtube Alp Atasoy

La nona sinfonia, nell’interpretazione di Karl Bohm

© Youtube melomania

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