La dott.ssa Foggetti

La dott.ssa Foggetti

Questo triste periodo ce lo ricorderemo tutti molto a lungo dopo che sarà finito. La pandemia di Covid-19, oltre a mietere vittime, lascerà dietro di sé un disastro economico, politico e psicologico. Quest’ultimo aspetto in un momento di emergenza viene poco sottolineato dai media italiani e non solo, giustamente presi dalle conseguenze derivanti dalle carenti strutture sanitarie con le quali si è costretti a combattere il virus. Tuttavia occorre pensare anche alla psiche, che al pari di altri fattori può incidere sullo sviluppo dei nostri anticorpi, aiutandoci a superare anche da un punto di vista fisico le conseguenze della malattia.

Per parlare dei diversi aspetti di questa tematica abbiamo contattato la dott.ssa Paola Foggetti, Psicologa Clinica e di Comunità, Psicoterapeuta, Specialista in Psicotraumatologia e Terapie Integrate, membro del Sesto Centro di psicologia cognitiva.

Un ospedale di Washington nel 1918

Un ospedale di Washington nel 1918

Dott.ssa Foggetti, la situazione attuale sembrerebbe non avere precedenti analoghi nell’ultimo secolo. L’ultimo evento pandemico di tale portata è quello della cosiddetta “Spagnola” del 1918. Ritiene che questo fatto possa incidere pesantemente sulla psiche di molte persone?
Non possiamo ancora comprendere in quale misura questa tragedia inciderà a livello collettivo, ma penso che ci saranno delle ripercussioni importanti sulla salute mentale e fisica, come purtroppo stiamo già vedendo. Abbiamo dati di ricerche effettuate sulle epidemie recenti, Sars del 2003, Ebola del 2014 e non sono incoraggianti, pur essendo queste più contenute anche nella durata.

Noi italiani siamo abituati ad eventi catastrofici (terremoti, alluvioni, ecc.), ma questo è un evento totalmente nuovo. Per la prima volta l’uomo contemporaneo si trova a vivere in uno stato di completa incertezza, in cui è costretto, date le necessarie misure restrittive, a stravolgere le proprie abitudini, a perdere la libertà individuale e soprattutto, in molti casi, a subire la separazione dagli affetti più cari.

Normalmente il nostro cervello quando registra un potenziale pericolo ci induce ad evitarlo oppure ad attaccarlo. Ma questo è possibile se il pericolo è visibile o conosciuto, e soprattutto se ci troviamo nelle condizioni di poterlo evitare, se non possiamo combattere. Adesso noi ci troviamo di fronte a un pericolo nuovo, non abbiamo sufficienti strumenti per combatterlo e quindi dobbiamo fare il possibile per evitarlo, mettendo in atto tutte quelle “strategie” preventive che conosciamo tutti: il distanziamento sociale, regole di igiene e di comportamento, e, per tutelare la salute collettiva, la quarantena. Da quando l’epidemia si è trasformata in pandemia le restrizioni sociali sono divenute ancora più strette. E allora se il distanziamento sociale è difficile, ma allo stesso tempo temiamo l’altro perché potenziale agente di contagio, come ne usciamo? La drammatica situazione che stiamo vivendo ci impone, per il tempo che sarà necessario, un adattamento straordinario psico-biologico e culturale. Psico-biologico perché in caso di pericolo l’individuo cerca spontaneamente una vicinanza sociale, come fa il bambino quando si sente minacciato e cerca rifugio nella figura genitoriale, con la quale potersi sentire al sicuro e rassicurato. Questo vale anche per noi adulti, quando ci sentiamo minacciati ricerchiamo conforto e vicinanza. Adattamento culturale perché non siamo abituati a tutelare la nostra collettività se non in casi emergenziali. Noi facciamo parte della collettività, da soli non siamo nulla. E questa situazione epocale dovrebbe farci riflettere.

Quali soggetti, data la situazione, sono più a rischio da un punto di vista psicologico?
In questo momento siamo tutti un po’ più fragili. Le persone più a rischio sono in primis gli operatori sanitari che prestano le cure ai malati di Covid-19. Poi quelle che soffrono già di patologie psichiatriche e che sono sole, o che vivono all’interno di contesti familiari problematici, o che erano assistiti nei centri e nelle comunità e che quindi hanno bisogno di assistenza diretta. C’è preoccupazione anche per la carenza del personale sanitario. Poi ci sono gli anziani spesso più fragili anche per via della solitudine e le persone che vivono in contesti di violenze domestiche, nonché i bambini che vivono in queste famiglie. In generale tutte le persone che soffrono già di malattie croniche.

© il Deutsch-Italia

Ecco quali sono i rischi a cui i più piccoli sono sottoposti in una situazione del genere?
Certamente i bambini rappresentano un chiaro esempio dei rischi che questa situazione comporta. In una famiglia senza problematicità un bambino piccolo può superare relativamente bene queste difficoltà (a parte la proibizione di poter giocare all’aperto), ma nelle famiglie in cui ci sono problematiche pregresse (tossicodipendenze, violenze, ecc.) questo momento è ancora più difficile da vivere. Se il genitore è rassicurante il bambino si rassicura, in caso contrario diventa pericolosamente elemento catalizzatore di questa sensazione di paura.

Cosa si sta facendo a questo proposito per cercare di tutelare la popolazione da un punto di vista psicologico?
Le associazioni di categoria (centri regionali, della Protezione civile, il Consiglio nazionale dell’Ordine degli Psicologi, l’EMRD) stanno facendo tutto il possibile. In Internet si possono trovare tutti i riferimenti per raggiungerli. Ci sono tantissimi servizi da remoto che offrono disponibilità all’assistenza, tanto alla popolazione che agli operatori sanitari che sono in prima linea nella lotta contro l’emergenza del Coronavirus. Tra questi, anche gli specialisti del nostro Centro Clinico di Roma – Sesto Centro –  in questa fase dell’emergenza, si rendono disponibili per offrire on line sostegno e cura psicologica, consulenze mediche specialistiche e consulenza legale.

Gente nei parchi berlinesi © il Deutsch-Italia

Gente nei parchi berlinesi in questi giorni © il Deutsch-Italia

Come lei certamente saprà in Germania i provvedimenti presi per arginare la diffusione del virus sono stati, almeno finora, meno ristrettivi di quelli adottati in Italia. Da un punto di vista strettamente psicologico, non pensa che un approccio di questo genere, unito ad un’informazione senz’altro meno sensazionalista e scientificamente rigorosa rispetto a quella data quotidianamente dai nostri media, non possa essere un modo più “salutare” di affrontare la situazione? Questo, ovviamente, al netto delle azioni di comportamento igienico-sanitario necessarie per cercare di arginare la diffusione dell’epidemia.
Sicuramente sarebbe stato meglio per la salute psicologica. Quello che personalmente sto vedendo, anche attraverso la mia professione, che attualmente svolgo da remoto, la maggior parte delle persone alternano momenti di terrore a momenti di apparente distacco, e questo non aiuta. Credo che l’informazione sia stata gestita male. Penso che noi culturalmente come popolazione italiana siamo più pronti all’emergenza, come ho detto, solidali nel momento del bisogno, e poco abituati alla riflessione nel momento del pericolo, quando abbiamo il tempo per riflettere, ovviamente. Gli strumenti per capire realmente cosa stia avvenendo sono pochi e non solo fra la popolazione comune. Questo evento è del tutto nuovo anche per gli “esperti” del settore. È la prima volta in assoluto che succede una cosa del genere. Dovremmo essere tutti molto cauti. Il che, ovviamente, non vuol dire non prendere i dovuti provvedimenti di protezione, ma neanche diffondere il terrore, perché fa perdere la lucidità necessaria a pensare e riflettere su cosa sia più opportuno fare. Stare a casa va bene, proteggersi va benissimo, ma occorre dare indicazioni su come gestire questa quarantena, per dosare le nostre energie sia fisiche che psichiche.

Ad esempio?
Molti di noi psicologi lo stanno ripetendo e anch’io con loro. Bisognerebbe differenziare, non concentrarsi sempre sulle stesse cose. Finché possibile cerchiamo di mettere da parte i conflitti aperti in questo momento. Per recuperare un po’ di energia psico-fisica all’interno delle famiglie si dovrebbe cercare di fare alcune cose assieme, non di continuo, anche divertendosi. Poi bisognerebbe cercare di non guardare sempre i notiziari. Ovviamente tutto dipende da situazione a situazione. Queste sono regole generali, che le persone possono leggere sui protocolli specifici per questa emergenza, tuttavia ogni persona, ogni contesto familiare può avere e necessitare di interventi mirati, di complessità variabile e questo non va dimenticato.

In generale noi addetti del settore stiamo cercando di portare avanti da remoto tutte le attività che svolgevamo dal vivo, questo anche perché abbiamo avuto richieste in tal senso dai pazienti stessi.

Un ultimo consiglio da dare per cercare di superare questo periodo?
Se possibile, mantenere costante il ciclo sonno-veglia, seguire un’alimentazione il più equilibrata possibile. Importante per i pazienti che seguono una terapia con psicofarmaci continuare a monitorare la cura con il proprio medico di fiducia. È normale che ci sia una fluttuazione di comportamenti per tutti. L’importante è che si riesca a contenerli, altrimenti è opportuno chiedere un aiuto per farlo.

Dottoressa la ringrazio per l’intervista.

Sesto Centro © Serena Giorgi

Sesto Centro © Serena Giorgi

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Nato a Roma, laureato in Filosofia all'università "la Sapienza", è giornalista professionista. Ha collaborato con ilSole24Ore, con le agenzie stampa Orao News e Nova e in Germania con il magazine online ilMitte.

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