© Cristina Dezza
Charité © Cristina Dezza
Coronavirus © il Deutsch-Italia

Coronavirus © il Deutsch-Italia

Gli esperti del Robert Koch Institut di Berlino avvertono: una recrudescenza della pandemia è altamente probabile in Germania. Di fronte ad un nemico subdolo e invisibile come il Coronavirus – che non accenna a mollare la presa e non fa distinzioni di età, di genere né di provenienza – si potrebbe fare a meno di rispolverare antiche ruggini e rancori vecchi e nuovi all’interno dell’Unione Europea, è stato detto e ripetuto. E mentre in Italia si cerca di tornare pian piano alla normalità, la disinvoltura con cui la stragrande maggioranza dei tedeschi ha convissuto con il virus fin dall’inizio, rende l’ennesimo raffronto tra i due Paesi inevitabile.

© Cristina Dezza

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La Germania, come l’Italia, punta molto oggi e investe nella plasmaferesi. E invita i pazienti guariti dal Covid-19 a donare il sangue. Possono farlo naturalmente anche i nostri connazionali emigrati. Sempre che non rimangano invischiati nelle pastoie burocratiche di una prassi non sempre lineare e scontata che – unita allo scoglio della lingua – in qualche modo li “respinge”. È quanto è accaduto a Cristina Dezza, 55 anni, nativa di Treviolo, Bergamo. La signora nel 2013 decide di raggiungere il marito Umberto che ha aperto nella Capitale tedesca una scuola per sommelier, la Europäische Sommelier Schule. Un business così azzeccato (e, per ovvie ragioni, assai gradito ai nostri “cugini” d’oltralpe) che decide appunto di restare e di chiamare a sé la sua famiglia, moglie e due figli. Cristina ha una piccola azienda di produzione di maglieria in cachemire che trasferisce in Germania.

Bergamo all'alba © CC-BY-SA-2.0 hozinja Flickr

Bergamo all’alba © CC-BY-SA-2.0 hozinja Flickr

«Ho cominciato a viaggiare da Bergamo a Berlino (e viceversa) per trasformare la mia attività che già prima della pandemia aveva avuto qualche difficoltà – racconta la Dezza – ed è proprio in uno di questi spostamenti che a Bergamo, i primi di marzo, ho contratto il Coronavirus, con febbre intorno ai 38° e dissenteria. Tosse niente. Mai avuta. E nessuna complicazione. Per questo non mi sono preoccupata subito di fare il test. Ma poiché i sintomi persistevano, ho infine deciso – rientrata a Berlino – di richiedere il tampone. Poiché non parlo bene il tedesco ho chiesto aiuto all’associazione “Infermieri Italiani a Berlino”, che mi ha guidata online nei vari passaggi da compiere. I tempi sono stati comunque lunghissimi».

In quei giorni presso la facoltà universitaria dello Charité si stavano erigendo altri due casotti attigui a quello già esistente per accogliere tutti i presunti contagiati, nel periodo “caldo” della pandemia, quando il virus cominciò a dilagare anche in Germania, ricorda la signora Dezza, che dovette fare una lunga fila prima che arrivasse il suo turno. Ma alla fine riuscì ad avere l’esito del tampone: positivo, appunto. Trascorse le otto settimane dalla fine dei sintomi previste dalla normativa fino a qualche giorno fa, la signora Cristina si candida come donatrice presso il famoso ospedale berlinese, inviando una mail e facendosi aiutare dal cognato perché il suo livello di conoscenza della lingua è tuttora insufficiente. Le viene risposto di recarsi direttamente sul posto.

© Cristina Dezza

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«Sono stata ricevuta alle dieci e mi è stato chiesto se volevo fare un prelievo ematico. Ho risposto di no, che non era quella la mia intenzione. Che volevo invece donare il plasma. Ma niente, mi hanno detto che dovevo rivolgermi ad un altro ente». Nehmen Sie mit uns Kontakt auf!, è la scritta che campeggia sulla schermata dell’ospedale universitario del quartiere di Mitte, nella sezione “Immunologie”. Di fatto però non è tutto così facile come sembra. Sono diversi gli indirizzi cui ci si può rivolgere per donare il sangue. E quel famoso rimpallo di competenze cui noi italiani siamo ben avvezzi, sembra si stia verificando anche qui, a Berlino, nei giorni dell’emergenza Coronavirus.

Uno di questi è il reparto dello Charité per la medicina trasfusionale, sul cui sito non risulta esserci al momento neppure la versione in inglese (sulla homepage dell’Ospedale Spallanzani di Roma, ad esempio, la ricerca può essere effettuata nelle quattro principali lingue europee, ma anche il Policlinico di Milano, oltre l’italiano offre informazioni in lingua inglese). Questo limite finisce inevitabilmente per rendere fruibile il servizio ai soli utenti che parlano e scrivono bene in lingua tedesca. Qualcuno potrebbe essere indotto a pensare che vi sia una selezione a monte dei donatori. Possibile mai?

Clorinda De Maio

Clorinda De Maio

Lo abbiamo chiesto a Clorinda De Maio, infermiera di terapia intensiva ed anestesista, fondatrice dell’associazione “Infermieri Italiani a Berlino”. «Siamo certi che non ci siano discriminazioni nei confronti degli italiani o degli stranieri in genere. Semplicemente – precisa la Di Maio – non fanno donare il sangue a chi non sa esprimersi in tedesco, anche perché prima di sottoporsi al prelievo ematico è necessario riempire un complesso questionario tutto redatto in lingua tedesca».

«È un mio grosso limite, ne sono consapevole», ammette la signora bergamasca. «Non ho avuto abbastanza tempo per approfondire il mio studio della lingua tedesca, e alla mia età non è affatto facile…». Nel frattempo ci informa che il Gesundheitamt (il dipartimento della Salute) la sta rimandando allo stesso ente che non le ha mai risposto, il Blutspende Campus Mitte. Sono trascorse ormai nove settimane dalla fine dei sintomi, mentre ormai la legge ne prevede solo quattro (due in Italia) Ciononostante Cristina non demorde. E annuncia: «Faccio un ultimo tentativo. E se non riesco qui, a Berlino, proverò a donare ad Hannover. O in un qualunque altra città tedesca. Sono decisa ormai ad andare fino in fondo».

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