Amburgo Juentus 07 © Youtube Alessiafromcetona
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Paolo Rossi quando militava nel Vicenza © GFDL 1.2 Snake90

Paolo Rossi quando militava nel Vicenza © GFDL 1.2 Snake90

Paolo Rossi se n’è andato da qualche giorno. Il ricordo ed il dolore restano vivi in tantissimi italiani, soprattutto della mia generazione, quelli che oggi hanno sessanta-settanta primavere o magari anche qualcuna di più. Non mi è mai piaciuto scrivere in prima persona, spero mi sia concessa questa eccezione per un mio ricordo, più che un aneddoto, in memoria di Pablito. A proposito: ho riletto con piacere in alcune cronache dopo la sua triste dipartita un dettaglio storico che, forse, non era noto al grande pubblico: il soprannome Pablito non fu dato dalla stampa a Rossi dopo il trionfo dell’Italia ai mondiali di Spagna del 1982, ma per le sue altrettanto splendide – sia pur alla fine non così fortunate per gli azzurri – prestazioni in nazionale all’edizione precedente del torneo, quello in Argentina nel 1978. E a regalargli il nomignolo spagnolizzante che gli è rimasto addosso per sempre e in tutto il mondo fu Giorgio Lago, uno dei più grandi giornalisti sportivi italiani di tutti i tempi, allora inviato e capo della redazione sportiva del “Gazzettino di Venezia”, del quale sarebbe diventato, negli anni successivi, direttore. Anche lui, purtroppo, scomparso troppo presto.

Mi sia permesso ancora un preambolo, prima di arrivare all’annotazione di cui dicevo all’inizio. Per ragioni professionali ho avuto modo di incontrare più volte Paolo Rossi. Sia pure in un periodo ormai molto lontano nel tempo e non sempre felice per il giocatore. Fu nella stagione 1979-80, quando l’attaccante era approdato sorprendentemente in prestito, proveniente dal Vicenza, nel Perugia ribattezzato “dei miracoli”, del quale allora ero assiduo cronista per la “Gazzetta dello Sport”. Dovetti però anche occuparmi di quel primo cosiddetto “scandalo del calcio scommesse”, che lo coinvolse molto marginalmente e per il quale fu assolto sul piano penale, ma condannato a due anni di squalifica dalla giustizia sportiva.

Amburgo Juentus © Youtube Alessiafromcetona

Le nostre strade da allora non si incrociarono più. Almeno, di persona. Ma un nuovo incontro ci fu, sia pure “sui generis” ed in una situazione un po’ fuori dell’ordinario, la sera del 25 maggio del 1983. La data che tutti i tifosi juventini ricordano come un incubo: lo 0-1 nella finale di Coppa dei Campioni – che allora non si chiamava ancora Champions League – di Atene contro l’Amburgo, con il beffardo gol del tedesco Felix Magath. Un’altra pietra miliare, per noi poco felice, dell’eterna sfida calcistica tra Italia e Germania.

In quegli anni lavoravo al quotidiano di Bolzano, “Alto Adige”, ma non mi occupavo di sport. Il giornale era tra gli sponsor di una operazione promozionale: una crociera per i tifosi juventini da Venezia ad Atene per assistere alla finale della Coppa nello stadio Olimpico della Capitale greca. Pur non essendo di fede bianconera, allettato dal prezzo di favore del quale potevo godere, decisi di imbarcarmi per quella che avrebbe dovuto essere una piacevole settimana di vacanza, con culmine nel grande evento sportivo. Non ricordo il nome della nave, di una nostra compagnia leader assoluta del settore. Un bastimento non certo enorme, forse sei-settecento passeggeri in tutto, come erano le navi da crociera di allora, che non mettevano troppo in pericolo, con la loro mole tutto sommato accettabile, neppure la fragile bellezza di Venezia. Ma i passeggeri erano tutti, assolutamente tutti, tifosi bianconeri, di ogni età e sesso, provenienti da varie città d’Italia ed anche dall’estero.

Amburgo Juventus © Youtube Barcalcio net

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Le prime tappe, verso Dubrovnik, Cipro e un’altra isola della quale non rammento il nome, trascorsero in una continua, perenne, inebriante, sbornia bianconera. Non ero un fan della squadra torinese, l’ho già detto, ma finii per diventarlo, almeno in quei momenti. Totalmente coinvolto da quella passione, da quell’entusiasmo, in un ambiente insolito e per certi aspetti magico.

Dopo lo sbarco al Pireo la comitiva di tifosi si trasferì con i pullman nello stadio Olimpico. Ovviamente tutti erano, eravamo, convinti che quella Juventus allenata da Giovanni Trapattoni, guidata da Michel Platini, zeppa di campioni del mondo del 1982 tra i quali Paolo Rossi, avrebbe vinto la partita e conquistato la Coppa. Anche l’equipaggio della nostra nave ne era convinto, tanto che il comandante aveva già organizzato una sontuosa festa per celebrare l’evento. E la brigata di cucina aveva, a sua volta, preparato, in gran segreto, una sorpresa: Paolo Rossi. Non proprio lui, in carne e ossa, naturalmente, ma un’enorme torta di pan di spagna, panna, crema e glassa a strisce bianconere, sormontata da una statua, probabilmente di zucchero, perfettamente riproducente l’attaccante, a dimensioni naturali, con la maglia della Juve, nel gesto di alzare la Coppa dei Campioni. La statua, forse, non era proprio del tutto commestibile come la torta, non ne conobbi la ricetta, qualche trucco dovevano averlo certamente escogitato per tenerla in piedi, ma si trattava comunque di un capolavoro di arte pasticcera.

Amburgo Juventus © Youtube Barcalcio net

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Anche se sono trascorsi tanti anni da quella sera, non dimenticherò mai il ritorno dei tifosi juventini sulla nave. Nessuno che profferisse parola, men che meno sui pullman in mesto corteo diretto al porto. Nessuno che, una volta salita la scaletta, si fosse diretto verso il salone dove era stato allestito il banchetto, che, peraltro, l’equipaggio aveva già in gran parte smantellato dopo il fischio finale dell’arbitro rumeno Rainea. E lui, il Paolo Rossi di zucchero, pan di spagna e golosa glassa bianconera – mentre quello vero, reduce non solo dalla sconfitta, ma anche da una prestazione personale più che mediocre, stava probabilmente recriminando in albergo con i suoi compagni – invece che essere presentato trionfalmente a fine cena, nel tripudio generale, era stato frettolosamente accantonato dietro una paratia, a mala pena coperto da una tovaglia. Ed io mi ritrovai difronte per caso quel tragicamente beffardo “Pablito”, negletto in un corridoio poco illuminato tra il salone delle feste e le cucine. Dove restò tristemente in solitudine per qualche ora, squagliandosi a poco a poco, con tutta la torta, prima che qualcuno si impietosisse e lo portasse via.

La crocerà proseguì, secondo programma fino al ritorno a Venezia. Potete immaginare in quale atmosfera.

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nato a Perugia nel 1948 ha la Germania come sua seconda Patria. Oltre a quella italiana, possiede anche la cittadinanza tedesca. Proprio in Germania, nella redazione italiana del Deutschlandunk di Colonia (radio nazionale tedesca) è decollata la sua lunga carriera di giornalista professionista. Dopo essere stato capo ufficio stampa del Gruppo Fiat a Francoforte ed a Londra e successivamente dell’Italdesign-Giugiaro di Moncalieri (Torino), dal 1999 è tornato a vivere stabilmente in Germania, Ė stato a lungo corrispondente della Gazzetta dello Sport, per la quale, oltre ad occuparsi di calcio, ha seguito regolarmente la F.1 su tutti i circuiti del mondo. Attualmente collabora con varie testate italiane.

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