North-Sentinel-Iland
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In un’isola sperduta dell’Oceano Indiano vive una tribù, la cui origine pare risalga ai tempi del diluvio universale, che rifiuta ogni contatto con il resto dell’umanità. Come non capirla, visto il livello di demenza dell’umanità contemporanea. Chi prova a sbarcare sulla North Sentinel Island, così si chiama questo frammento di preistoria dove vive la terribile tribù, muore. Nel senso che viene infilzato come un tordo da nugoli di frecce avvelenate. Poi il cadavere dello sfortunato viene esposto al sole, sulla sabbia bianchissima del lost paradise, a monito di chi intenda emularlo: Refugees not welcome here.

L’ultimo che ci ha provato è stato braccato come un topino incalzato da un branco di bimbi crudeli e trapassato da ogni parte senza pietà. Era un missionario, o diceva di esserlo, che non stava proprio benissimo. Era andato incontro alla tribù con un vangelo in mano salmodiando “Gesù vi ama”, forse seguito dalla frase buonista “aprite i porti”, che deve aver scatenato la pioggia di lance. Poveraccio. In fondo c’era qualcosa di famigliare in questo disgraziato Cacasenno che di nome faceva John. Qualcosa di grottesco che andava oltre la tragedia. L’azione idiota di John infatti, ricorda l’ebetaggine dei macachi di casa nostra che intonano salmi all’accoglienza illimitata. Volessero farsi un giretto a North Sentinel Island pure loro? Magari riescono colà dove il predicatore americano ha fallito: North Sentinel Island inhabitants, in the name of multiculturalism open the borders!

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