Karl-Marx-Stadt

 

La città tedesca di Chemnitz, l’ex gloriosa Karl-Marx-Stadt, cuore della rivoluzione industriale tedesca che per questo fu anche chiamata “Manchester della Sassonia”, è al centro di una bufera. Lo scorso week end un refugee irakeno, che avrebbe dovuto essere espulso già nel 2016, ha scannato con 25 coltellate un tedesco per futili motivi. Il giorno seguente gli abitanti della città sono scesi in piazza a migliaia per protestare contro l’omicidio brutale e contro l’inattività dello Stato che non fa nulla per arginare la presenza di gang sempre più aggressive di refugees che hanno trasformato il centro di Chemnitz in qualcosa che a quei cittadini non piace.

Alla manifestazione hanno partecipato anche gruppi di estrema destra, hooligans e neonazi, i quali si sono cimentati nell’unica cosa che gli riesce: la violenza. Qualche centinaio di feroci picchiatori con la bava alla bocca hanno rastrellato le vie della città alla ricerca di facce mediorientali. Scene raccapriccianti che riportano alla mente tempi cupi che nessuno vuole rivivere.

Tempo due secondi e sul posto sono planati i mainstream media con il loro consueto appetito da avvoltoi bulimici in cerca di carogne da sventrare. L’assassinio di Daniel, così si chiamava il tedesco di origini cubane ucciso sabato scorso, è stato immediatamente messo da parte per far posto a un processo sommario agli abitanti della città, accusati di aver partecipato al pogrom contro gli stranieri. Un giornalista Agit-Prop del Tagespiegel scrive ad esempio “Ora i sassoni (tutti) hanno il dovere di dimostrare con i fatti di non essere cittadini razzisti” Sui media nazionali tutti i cittadini di Chemnitz, senza nessuna distinzione, vengono sommariamente processati e giudicati alla stregua di estremisti di destra. La loro protesta è bollata come razzista e a loro spetta l’onere di dimostrare pubblicamente alla nazione e al mondo intero di non avere simpatie naziste. Colpa collettiva dunque, decretata da quello stesso sistema dei media che per i fatti di Colonia nel Capodanno 2015, quando un migliaio di giovani musulmani scatenarono la caccia alla donna bianca, dopo aver inizialmente taciuto il fatto, invitava a non generalizzare perché la responsabilità è sempre individuale e mai collettiva. Bene, a quanto pare il ragionamento vale per i giovani migranti musulmani, ma non vale per i cittadini di Chemnitz. Sia chiaro, quello praticato dai media e dal sistema culturale tedesco si chiama discriminazione della popolazione locale su base razziale; però stranamente nessuno sembra avere nulla da ridire al riguardo. Quantomeno curioso per una società ossessionata dal razzismo.

La sensazione veramente brutta che se ne ricava, è che i media tedeschi e il regime culturale ad essi annesso, valutino il delitto di sangue molto meno grave degli schiaffi che alcuni estremisti di destra hanno dato ai migranti. E che la responsabilità per le violenze commesse da un gruppo di razzisti tedeschi vada spalmata automaticamente su tutta la popolazione, inculcando a fondo il senso di colpa, mentre la responsabilità per le violenze e gli atti terroristici commessi da migranti non debba essere menzionata, perché si tratterebbe di razzismo.

Se i media e il regime culturale ormai saldamente fuso con essi, intendono proseguire lungo questo percorso, tanti auguri; sono sulla strada che porta dritta alla distruzione di una società.

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