170 panzer Leopard, costati 1,7miliardi di euro, e 223 cannoni dismessi dalla Bundeswehr, le Forze armate tedesche. Nella Nato erano meravigliati delle pazze spese in armamenti che facevano balzare la Grecia al quinto posto nel mondo come nazione importatrice di strumenti bellici. Tra il 2005 e il 2009 la Germania è stata il primo fornitore di armi di Ankara, con un picco toccato nel 2005, quando l’import raggiunse il volume di 602milioni di dollari. Nel biennio 2006-2007 la metà degli armamenti importati da Ankara fu fornito proprio da Berlino. Numeri che a partire dal 2008 sono poi calati progressivamente, fino a un volume di appena 2milioni di dollari di acquisti effettuati dalla Turchia nel 2016. Il posto della Germania è stato infatti preso, a partire dal 2010, dagli Stati Uniti.

La bilancia commerciale fra Ankara e gli Stati UE è valsa 153,4miliardi di euro nel 2018, con esportazioni di beni verso la Turchia per 77,3miliardi di euro e importazioni per 76,1 miliardi di euro. La Turchia è il quinto partner commerciale per la UE e riversa sul mercato comunitario il 50 per cento delle sue vendite internazionali complessive. L’export europeo verso Ankara è dominato da macchinari, prodotti chimici e manufatti, mentre l’import dalla Turchia è spinto da macchinari e mezzi di trasporto.

Recep Tayyip Erdogan © Kremlin.ru

Recep Tayyip Erdogan © Kremlin.ru

Per questa ragione il recente memorandum d’intesa tra la Turchia e la Libia trova impreparati le cancellerie dell’Europa e ha scosso e non poco gli equilibri nel Mediterraneo orientale. Soprattutto perché negli accordi voluti dal Presidente turco Recep Tayyip Erdoğan, c’è spazio per la ridefinizione dei confini marittimi tra i due Paesi. In particolare, è stato previsto un confine tra le “ZEE”, le Zone Economiche Esclusive della Libia e quelle della Turchia. Una situazione che andrebbe a ridisegnare le mappe del Mediterraneo, a danno di numerosi paesi della zona: dalla Grecia, di fatto staccata dalla ZEE di Cipro, fino all’Egitto ed Israele, con questi ultimi tagliati fuori dai corridoi commerciali verso l’Europa.

La Grecia ha chiesto, per adesso senza successo, a Bruxelles di attuare sanzioni contro la Turchia e di intervenire energicamente su Ankara. L’Egitto dal canto suo, ha intensificato il proprio appoggio al generale libico Khalīfa Belqāsim Ḥaftar, visto adesso come argine anti turco. Ma gli accordi tra Ankara e Tripoli hanno indispettito anche Italia e Francia. Il nostro Paese, in particolare, teme e non poco la possibilità di perdere il proprio ruolo economico, specialmente sul fronte energetico, nella Libia occidentale.

Cosi dopo questo accordo le forze armate della Grecia sono in allerta. L’ordine è stato dato dal premier Kyriakos Mitsotakis e dal ministro della Difesa Nicholas Panagiotopoulos, mentre navi militari elleniche sono arrivate a Creta.

La storia dell’attuale crisi
Il tratto di mare tra la Turchia e la Libia

Il tratto di mare tra la Turchia e la Libia

Ma vediamo come e iniziata la storia di questa nuova crisi: Il 30 novembre scorso, la delegazione della Grecia, guidata dal vice-ministro dell’ambiente e dell’energia Dimitris Ikonomu e che stava assistendo all’inaugurazione del Trans-Anatolian Natural Gas Pipeline (TANAP), il gasdotto che porterà il gas del giacimento azero di Shah Deniz dal Mar Caspio in Italia e in Europa, aveva abbandonato la cerimonia dopo che il presidente turco Erdoğan aveva dichiarato che sarebbe entrato in vigore l’accordo tra Turchia e Libia sul confine marittimo e che sarebbe stato applicato in tutte le sue disposizioni. Tale dichiarazione, completamente fuori contesto, aveva provocato l’abbandono della delegazione greca del luogo dell’inaugurazione.

Erdoğan aveva dichiarato che la Turchia non intende fermare le prospezioni e le trivellazioni al largo di Cipro e nella Zona Economica Esclusiva (ZEE) di Cipro, che considera come area turca.

Che gli accordi tra Turchia e Libia (soprattutto la parte sull’esclusività commerciale) avrebbero complicato gli equilibri nell’area era chiaro fin dalle prime ore della firma. Il 28 novembre, data della stipulazione dei memorandum a Istanbul, si era subito espresso il ministro dell’Interno greco, Nikos Dendias, che aveva affermato come, qualsiasi fossero i dettagli dell’accordo tra i due Paesi, questo «ignorava qualcosa di ovvio, e cioè che tra questi due Paesi c’è Creta».

I rischi concreti di un conflitto

Secondo gli esperti diplomatici, i due Paesi ora sarebbero sempre più vicini a uno scontro. Se fosse confermata dalla legge internazionale la ragione della Grecia in merito ai suoi diritti esclusivi nella zona, non è da escludere che possano scendere in campo forze militari.

I rapporti tra Grecia e Turchia sono stati tradizionalmente ostili, nonostante il fatto che entrambi i Paesi siano membri della NATO. Durante gli anni della guerra, dal 1919-1922, in Turchia la popolazione greca è stata espulsa dall’Anatolia, dove viveva ben prima dell’arrivo dei turchi. La Grecia ha perso gli ex territori dell’Impero bizantino nell’Asia Minore. Il conflitto nel Mar Egeo ha ragioni geopolitiche. Il motivo del conflitto è una diversa interpretazione di Grecia e Turchia del diritto internazionale per quanto riguarda le acque territoriali e dello spazio aereo.

Appare evidente come in questo momento Ankara intenda contrastare in ogni modo la cooperazione trilaterale esistente tra Israele, Cipro e Grecia che si è compattata sul dossier energetico. Dal canto suo, Tel Aviv ritiene ormai strategica l’interlocuzione con Atene proprio perché fondata su interessi di lungo termine, come ribadito recentemente dall’Ambasciatore israeliano ad Atene Yossi Amrani, annunciando altre partnership oltre il gas come quella nei settori della Difesa. All’orizzonte la possibilità che il cosiddetto triumvirato del gas tra Atene, Nicosia e Tel Aviv si “allarghi” ad una sorta di alleanza di difesa, al fine di tutelare gli interessi nazionali dei tre player. «La tensione sta effettivamente aumentando e sta diventando più frequente – ha puntualizzato Amrani con riferimento alle provocazioni di Erdoğan – Siamo pienamente consapevoli delle implicazioni di politiche specifiche per la sovranità e la sicurezza, ma anche della nostra capacità di sfruttare le risorse naturali. Il nostro messaggio è chiaro».

Le forze in campo
Il generale Haftar © CC BY-SA 2.0 Magharebia Flickr

Il generale Haftar © CC BY-SA 2.0 Magharebia Flickr

In realtà, con l’accordo Serraj e Erdoğan (ri)definiscono come vogliono loro i confini delle acque territoriali. Secondo il ministro degli Esteri turco. Mevlut Cavusoglu, «Questo significa proteggere i diritti della Turchia derivanti dal diritto internazionale».

L’accordo firmato tra il Governo fantasma di Tripoli (sostenuto dall’Italia e dalla comunità internazionale) è stato duramente criticato da Grecia, Cipro, Israele ed Egitto, Per il regime del Cairo, stretto alleato di Ḥaftar, l’accordo è completamente illegale, mentre per la Grecia, è geograficamente assurdo perché ignora non solo la sovranità di Cipro, ma addirittura la presenza dell’isola greca di Creta tra le coste della Turchia e della Libia.

Si tratta di un vero e proprio schiaffo in faccia sferrato all’Unione Europea e di una provocazione verso il nostro Governo che appoggia Sarraj. Il Consiglio dei ministri della UE si è, almeno a parole, duramente espressa nei confronti della decisione della Turchia, ma si sa tra il dire e il fare…

Il 10 ottobre al Cairo si è tenuto il settimo incontro tripartito consecutivo del vertice Cipro-Grecia-Egitto, che ha visto la partecipazione del presidente di Cipro Nicos Anastasiades, del presidente dell’Egitto Abdel Fattah el-Sisi e del primo ministro della Grecia Kyriakos Mitsotakis. Tutti i partecipanti hanno ribadito che si vorrebbe arrivare ad una soluzione pacifica del problema di Cipro.

Il premier greco Mitsotakis ha presentato questa problematica al Segretario di Stato americano che era in visita ad Atene. Ma dopo le ultime dichiarazioni di Erdoğan gli USA hanno fatto sapere che non hanno niente in contrario all’accordo turco-libico. Evidentemente, come è suo costume, Trump ha cambiato idea.

A dimostrazione dell’elevato stato di agitazione nell’Egeo e nel Mediterraneo orientale, un ulteriore momento di confronto ci sarà lunedì prossimo a Ginevra tra il Segretario generale delle Nazioni Unite Antonio Guterres e il ministro degli Esteri greco Nikos Dendias, per discutere di sicurezza regionale. Sullo sfondo le minacce di Erdoğan di sconfessare apertamente non solo il Trattato di Losanna, che nel 1923 stabilì i confini nell’Egeo, ma che Ankara contesta strumentalmente solo adesso per la scoperta del gas a Cipro, ma anche il tentativo di impedire l’accesso degli Usa alla base turca di Incirlik, da cui il Pentagono ha da tempo avviato un progressivo disimpegno spostando uomini e mezzi in quattro basi elleniche.

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