Unità nella diversità © il Deutsch-Italia
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Europa Kaputt Mundi © il Deutsch-Italia

Europa Kaputt Mundi © il Deutsch-Italia

Osservare una carta geografica è sempre molto utile per comprendere le questioni politiche. Questo vale ancora di più per l’Europa. Un continente che, come ricorda Tony Judt nella sua storia del “Dopoguerra”, è il più piccolo del pianeta. Non è neppure un continente, ma una semplice appendice dell’Asia. Occupa uno spazio di appena 5,5milioni di chilometri quadrati: meno di due terzi della superficie del Brasile, circa metà degli USA e della Cina. È sovrastata dalla Russia, il cui territorio si estende per 17milioni di chilometri quadrati. L’Europa è certamente piccola, i suoi confini geografici non sono esattamente definiti e definibili, per certi versi l’Europa è addirittura marginale. Eppure, in questa “minuscola” area geografica c’è un’intensità di differenze e contrasti tali da renderla unica. La sua ricchezza culturale, la sua lunga, complicata (e a volte disonorevole) storia ne fanno uno straordinario polo di attrazione mondiale. La diversità europea è anche un patrimonio sancito nel Trattato: “L’UE rispetta la ricchezza della sua diversità culturale e linguistica” (art. 3 del TUE). Non è un caso che ‘unita nella diversità’ sia il motto dell’Unione Europea. Un’espressione con cui si è voluto indicare l’idea che gli europei sono riusciti a superare le guerre e le divisioni per crescere insieme pacificamente, ma rispettando e salvaguardano l’identità nazionale di ogni singolo Stato Membro, le specifiche tradizioni regionali e la diversità linguistica.

Un motto, pur importante e significativo, ha un valore principalmente simbolico. Con un motto non si costruisce un’Unione di Stati come è l’Unione Europea, né si costruisce un vero e proprio Stato o Federazione (cosa che l’UE NON è). Eppure dietro all’espressione ‘unita nella diversità’ c’è una storia condivisa, un patrimonio culturale e una dimensione politica ed economica comune che nessuno potrà mai mettere in discussione né cancellare, perché è la nostra storia europea fatta di guerre, ma anche di trattati di pace, di discriminazioni e stermini, ma anche di riconoscimenti di diritti. L’Europa è sempre riuscita a imparare dai propri errori e di rendere la propria società migliore rispetto al passato.

Vedendo le recenti, drammatiche immagini del rogo di Notre Dame, mi è tornato in mente un magistrale discorso sull’Europa della cultura (28 novembre 2014) in cui Umberto Eco ricordava l’esistenza di una comune cultura europea, invitando a confrontare la cattedrale di Burgos in Spagna con quella di Colonia in Germania. Certamente diversissime, ma se confrontate con una pagoda cinese, un tempio indiano o una moschea musulmana, queste due cattedrali europee acquistano, improvvisamente, una fisionomia comune. Questa è l’unità nella diversità in Europa.

In sessantadue anni di storia dell’Unione Europea, i sei Stati fondatori della Comunità Economica Europea sono diventati ventotto (forse ventisette se il Regno Unito ne uscirà). Nel frattempo la CEE è diventata Unione Europea e anche se con mille difficoltà e certamente con qualche errore si è avviato uno straordinario processo di integrazione economica, politica e culturale tramite il quale gli Stati e i popoli europei hanno riconosciuto di avere non solo una cultura e una storia condivisa, ma anche, e direi soprattutto, un destino comune. L’Europa è nata dalla riconciliazione franco-tedesca (Dichiarazione Schuman, 9 maggio 1950) su cui si sono costruiti interessi economici comuni e a cui nel tempo si sono aggiunti valori e obiettivi (art. 2 e 3 del Trattato sull’UE). E l’Italia è sempre stata protagonista di questo lungo processo politico. Non dimentichiamolo proprio in un fase in cui la classe politica italiana appare disinteressata (se non ostile) alle vicende europee.

Nella confusione del dibattito pubblico europeo l’Europa viene ridotta, secondo le convenienze politiche del momento, alla moneta, al mercato unico, alle tante e complesse istituzioni comuni (Consiglio Europeo, Consiglio dell’UE, Parlamento, Commissione, BCE, Corte di Giustizia ecc.) o, ancora, a uno spazio democratico. La verità è che l’Europa e l’Unione Europea sono tutto questo insieme. Bisogna pensarla e percepirla come una spazio senza confini all’interno del quale vigono valori e principi all’avanguardia e senza pari rispetto al resto del mondo. Naturalmente non è un sistema perfetto, ma necessita di riforme per legittimare ulteriormente i processi democratici, per contrastare l’esclusione sociale e per rafforzare lo Stato di diritto. È giusto e fondamentale che si sviluppi, dopo le elezioni del prossimo 26 maggio, un serio e responsabile dibattito politico, anche duro e aspro, ma che non metta in discussione i risultati faticosamente raggiunti fino ad ora.

Il protagonista del libro Un ferroviere dimezzato di Michael End è un gigante di nome Tur Tur che ha la proprietà di ribaltare le leggi della fisica. Più ci si allontana da lui, più Tur Tur assume l’aspetto di un essere enorme e potente. Da vicino, al contrario, appare piccolo e innocuo. L’Europa di oggi ricorda questo gigante. L’Europa vista da lontano, da fuori, è sinonimo di libertà e di benessere, continua ad avere una grande forza di attrazione, ma al suo interno si divide in scaramucce di bassa lega dimenticando che il mondo sta cambiando, anzi, è già cambiato. La geografia del potere e dell’economia mondiali non sono le stesse di trent’anni fa. Se l’Europa vuole ancora sperare di contare qualcosa o resta unita o morirà, ma con essa moriranno anche i suoi Stati nazionali.

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Ricercatore post-doc, giornalista free-lance e blogger.

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