Eskalationsschraube © Paolo Calleri
Eskalationsschraube © Paolo Calleri
Donald Trump 2 © CC BY-SA 2.0 Gage Skidmore

Donald Trump © CC BY-SA 2.0 Gage Skidmore

L’economia tedesca non si deve preoccupare solo dei problemi derivanti da un’eventuale “hard Brexit” (di cui vi avevamo parlato recentemente qui), ma anche di quelli che arrivano da oltreoceano. Infatti il Presidente americano Trump, rigorosamente populista, ergo oggetto di attacchi senza soluzione di continuità da parte di tutti i media tedeschi a partire dal giorno della sua elezione nel novembre del 2016, questa volta sembra fare sul serio. Non stiamo però parlando della volontà di costruire il controverso muro di protezione dai migranti al confine col Messico, bensì della sua decisione di fissare dei dazi all’import delle automobili tedesche (i media locali dicono in verità europee), dirette verso gli Stati Uniti. In realtà il tema non è certo nuovo ed è già stato sviscerato in altre sedi. Tuttavia la novità è che la scorsa settimana il ministero del Commercio americano ha consegnato a Donald Trump un proprio report sull’opportunità o meno di considerare le case automobilistiche tedesche come una minaccia alla sicurezza americana. Finora i dettagli del dossier non sono ancora stati rivelati alla stampa, anche se i media statunitensi hanno dato la classificazione di rischio per la sicurezza da parte del suddetto Ministero come ampiamente sicura.

Il nervo è così scoperto nella patria delle automobili per eccellenza, ossia la Germania, che alla recente “Conferenza sulla Sicurezza”, tenutasi a Monaco, la Cancelliera Merkel ha dichiarato pubblicamente che «noi (ossia i tedeschi) siamo orgogliosi delle nostre auto e siamo anche autorizzati a farlo». Probabilmente la Cancelliera, ormai in prossima uscita visto che da tempo aveva annunciato che non si sarebbe ricandidata alle prossime elezioni politiche, si sarà dimenticata di aggiungere che una della case automobilistiche tedesche per eccellenza, la Volkswagen, nei soli Stati Uniti ha pagato una serie impressionante di multe per un totale di qualcosa come 25miliardi di dollari, che in Italia varrebbero come una normale manovra finanziaria. I fatti sono o dovrebbero essere noti a chiunque: nel 2015 emerse uno scandalo internazionale ai danni della casa produttrice tedesca fondata nel 1937, con sede a Wolfsburg nella Bassa Sassonia, accusata prima dalle autorità americane e poi da quelle europee, che ci arrivarono quindi dopo, di aver truccato milioni di autoveicoli tramite software appositi, in modo tale da superare i rigorosi test sulle emissioni diesel (ne ha parlato diffusamente sul nostro giornale Luciano Barile). Tuttavia la signora Merkel è quello stesso leader politico che durante il suo discorso di commiato al Parlamento europeo di qualche mese fa, arrivò a definire l’Europa come il “Continente dell’auto”. Quella frase era già stata riportata da queste pagine, mentre sugli altri media era passata inosservata. Millenni di cristianesimo, ebraismo, rinascimento, umanesimo, illuminismo e progressi sociali evidentemente sarebbero passati in secondo piano secondo la sua personale visione dell’Europa, emersa durante quel discorso.

volkswagen

© il Deutsch-Italia

A prescindere dai gusti personali della Cancelliera, dicevamo che ora Trump fa sul serio. Questo perché, qualora il ministero del Commercio americano avesse effettivamente considerato BMW & company come delle minacce alla sicurezza interna alla stregua dell’Isis, il Presidente avrebbe 90 giorni di tempo per decidere se fissare dei dazi di ingresso sull’import di milioni di autoveicoli provenienti dalla Germania, pardon dall’Europa. Lo stesso Trump aveva più volte dichiarato o tramite i suoi caratteristici cinguetti (tweet), oppure di fronte alle telecamere di mezzo mondo, che i dazi da applicare a tutte le macchine prodotte in Germania ed esportate in America, potrebbero e dovrebbero essere di almeno il 25 per cento. Secondo fonti economiche tedesche, fedelmente riportate da alcuni organi mediatici come il Die Zeit, qualora questa quota venisse applicata, le esportazioni tedesche di auto verso gli USA potrebbero dimezzarsi a lungo termine; inoltre sul totale di tutte le esportazioni automobilistiche dalla Germania, il cui fatturato annuo si aggira intorno ai 18,4miliardi di euro, il calo potrebbe essere del 7,7 per cento. E si badi bene che non abbiamo nemmeno considerato l’imminente guerra commerciale tra l’Europa e la Gran Bretagna, già descritta in precedenti contributi e che con tutta probabilità comporterà anch’essa un calo dell’export, e di conseguenza del fatturato per le “grandi sorelle” dell’industria automobilistica tedesca.

© Paolo Calleri

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Ad ogni modo il fronte all’interno dell’Unione Europea è lungi dall’essere granitico. Sebbene qualche settimana fa, tra le fanfare generali, la Germania e la Francia avessero rinnovato la loro amicizia e la loro alleanza di ferro con il cosiddetto “Trattato bilaterale” di Aquisgrana, le visioni sul problema delle auto sono alquanto divergenti. Se da una parte la Merkel vorrebbe trovare un accordo col Governo americano, che includerebbe anche il Trattato di libero scambio euro-atlantico (TTIP), da anni congelato anche per le numerose manifestazioni di protesta da parte dei cittadini tedeschi, dall’altra Macron, alle prese con i gilet gialli e sempre più indebolito, preferisce ora agire con maggior cautela. In verità la guerra commerciale sempre più aperta tra la UE e gli Stati Uniti non è l’unico tema di frizione tra la Germania e la Francia. Neanche una settimana fa Macron sembrava aver fatto propria la contrarietà angloamericana (e polacca) all’opportunità di raddoppiare la fornitura di gas russo diretto in Germania attraverso il Baltico, tramite i lavori del cosiddetto progetto “Nord Stream 2”. Invece per una Germania, sempre più assettata di energia, dopo la rinuncia al nucleare decisa nel 2011 e quella più recente al carbone anche se entro il 2038, il prezioso gas proveniente dalla dittatoriale Russia del perfido Putin mai come ora risulta imprescindibile per il suo sforzo economico.

Quel che è certo è che sembra proseguire quella sindrome da accerchiamento tedesca, già da noi descritta in tempi non sospetti nell’aprile dell’anno scorso, quando si era profetizzato che a picconare, per usare un termine squisitamente cossigiano, il neo miracolo economico tedesco, costruito ad arte su export record ed Euro debole, ci avrebbero pensato le due classiche potenze marittime anglosassoni. Da una parte infatti abbiamo una Gran Bretagna, la cui uscita dalle magnifiche sorti e progressive del sogno europeo sembra ogni giorno di più disordinata e foriera di perdite economiche per la Repubblica federale, mentre dall’altra il grande protettore americano di un tempo sembra intenzionato a premere sul tasto dello “switch off” per le esportazioni teutoniche, vanto del Paese leader in Europa. Le conseguenze dei due fronti facenti in realtà parte di un’unica guerra commerciale, oltre al calo del summenzionato export, saranno un crollo delle vendite, del relativo fatturato, e infine di una serie di licenziamenti presso gli stabilimenti automobilistici presenti in Germania, necessari per poter rimanere sul mercato. Se poi si apriranno le porte di una recessione, considerata fantascientifica fino a quale mese fa, per l’economia più sana e robusta d’Europa, lo scopriremo solo vivendo.

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La determinatezza del Presidente Trump

© Youtube FAZ

Matteo Corallo
classe 1987, laureato in Giurisprudenza a Trieste, sua città natale, blogger. Dal dicembre 2013 vive in pianta stabile a Berlino, dove si diletta a scrivere di Germania e dintorni tentando di verificare se è vero quanto si dice sul mito tedesco della “locomotiva d’Europa”. Dal febbraio 2018 collabora con il Deutsch – Italia, per il quale scrive di politica, attualità ed anche piccole curiosità berlinesi, a suo modesto parere non analizzate a sufficienza dai media cosiddetti mainstream. Per contatti: m.corallo@ildeutschitalia.com.

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