A chi ama leggere e discutere di storia moderna, non può passare inosservato come per ben due volte nel secolo scorso la Germania si sia trovata a combattere due guerre mondiali su altrettanti fronti perdendole entrambe. In tutti i due casi, tolte ovviamente le caratteristiche diversissime dei diversi attori in campo che si erano succeduti nel tempo, ci si trovò con una Russia ad Est e le potenze anglosassoni ad Ovest che riuscirono a stroncare le mire tedesche di un’Europa sotto il proprio controllo politico e militare. Dopo decenni di pace “fredda” la Germania contemporanea, indubbiamente democratica e non più totalitaria come quella tristemente famosa di un tempo, è costretta di nuovo a combattere contro diverse potenze che minano la sua presunta prosperità.

Donald Trump 2 © CC BY-SA 2.0 Gage Skidmore

Questa rinnovata sindrome d’accerchiamento manifesta i suoi sintomi più evidenti ad Ovest, ossia nei rapporti con il mondo anglosassone. Qui più che altrove, si potrebbe dire a ragion veduta, i nodi stanno venendo al pettine. La politica tedesca di esportazione di beni nei confronti del resto del mondo, anzi si potrebbe dire quel dogma economico favorito ed incentivato dall’adozione di un Euro svalutato per la Germania e troppo forte per gli altri Paesi europei, ha permesso alla Germania di diventare il primo Paese al mondo per surplus commerciale. Questo record mondiale conteso qualche volta con la Cina, oltre a far indebitare le economie del Sud Europa, ha creato un corrispondente deficit commerciale all’interno della potenza nucleare che dal 1990 governa da sola, o perlomeno pretende di farlo, il mondo intero: gli Stati Uniti. Le lobby che governano questa potenza marittima di lingua e cultura anglosassone hanno espresso alle ultime elezioni, non senza lotte intestine, un presidente che pretende di bloccare il commercio, ergo il proprio deficit commerciale sempre più in rosso, attraverso dei dazi ed altre misure atte a frenare l’import di beni provenienti dalla Cina e, ovviamente, dalla Germania.

L’altra potenza marittima di stampo anglosassone, la Gran Bretagna, aveva deciso due estati fa, tramite un referendum, di scommettere su un’eventuale crollo dell’Unione Europea, uscendone. Il panico nei media tedeschi, e non solo, fu inarrestabile, e non mancarono nemmeno intellettuali nostrani che addirittura si arrischiarono a paragonare gli elettori fautori della Brexit con le folle oceaniche che osannarono Hitler e Mussolini. In verità sarebbe bastato anche alle persone più inesperte di politica internazionale farsi nei mesi precedenti un giretto su Youtube, ed osservare le immagini dei campi profughi dati alle fiamme dagli stessi migranti economici a Calais in Francia, mentre attendevano di entrare in Inghilterra, oppure guardare i numerosi interventi di Farage nel Parlamento Europeo contro le scelte adottate dal governo Merkel, per avere un’idea più precisa e meno ideologizzata della Brexit. In ogni caso, tornando al tema originale, la Germania per propria miopia politica ed ideologia economica si ritrova ancora una volta sotto assedio. Per comprendere il disagio sempre più evidente dei governanti e governati tedeschi, ci si può affidare non a qualche blog complottistico, bensì ad un articolo dello “Spiegel”: «Non solo la stessa Gran Bretagna, ma anche l’economia tedesca pagherà conseguenze costose per la Brexit. Secondo uno studio attuale i costi saranno superiori ai 9 miliardi di euro all’anno nel caso in cui il commercio con l’UK, dopo l’uscita di quest’ultima dalla UE, tornerà ad essere regolato secondo le regole dell’Organizzazione Mondiale del Commercio (WTO) – ciò significa dazi, barriere commerciali e tempi d’attesa al confine, che comporteranno appunto dei costi per le imprese. Questi costi sono stati calcolati dal consigliere per le aziende Oliver Wyaman e dalla società legale Clifford Chance».

© il Deutsch-Italia

L’articolo del settimanale tedesco, da sempre europeista, procede con la scontata conclusione che ad essere più colpiti economicamente da un’eventuale “hard Brexit” sarebbero quei Paesi dell’Unione Europea con una spiccata tendenza ad esportare beni nei confronti del Regno Unito. Di questi 9 miliardi di euro di costi preventivati per la regina mondiale dell’export, ben un terzo è riconducibile al settore automobilistico tedesco che subirebbe perdite considerate catastrofiche. L’altro fronte caldo contro il mondo anglosassone è, come già citato all’inizio, quello causato dalla volontà da parte di Trump di istituire dei dazi commerciali per incentivare in primo luogo la produzione interna d’acciaio che, da quando la Cina è entrata nel WTO negli anni ’90 sotto il beneplacito dell’allora presidente Clinton, è in crisi profonda, e ha visto la perdita di diverse migliaia di posti di lavoro. Una misura, non ancora presa, ma in programma, avrà inoltre lo scopo di frenare l’import di auto tedesche delle varie case automobilistiche famose in tutto il mondo come la Porsche, la BMW e la Volkswagen. Ancora una volta ci si strappa le vesti per l’indignazione e la sorpresa, ma sarebbe bastato seguire certi dibattiti avvenuti negli ultimi anni sul ruolo della Germania nel manipolare un euro debole e nel far indebitare gli altri Paesi per capire le scelte intraprese da Trump.

Giulio Sapelli © Youtube La7

Dunque fra le conseguenze politiche di questo dogma economico portato avanti senza discussioni, nonostante anni di critiche sempre più pressanti, c’è stata la Brexit e la vittoria dei partiti euroscettici in Europa, nonché la vittoria del protezionismo promesso in America da Trump. Nonostante ciò il popolo tedesco a sua maggioranza ha evidentemente deciso ancora una volta di combattere contro il mondo intero, e di accettare per la terza volta (questa volta da un punto di vista puramente economico) la sindrome d’accerchiamento. Forse questo sentirsi isolati, ed al tempo stesso convinti di non essere nel torto, potrebbe spiegare la riproposizione dell’ennesima grande coalizione, illudendosi di spacciare i mali come rimedi. Il noto economista italiano Giulio Sapelli, che nessuno può certo definire complottista o in mala fede, già tre anni fa durante una trasmissione televisiva ebbe ad affermare che «80 milioni di tedeschi sono incompatibili con uno sviluppo democratico dell’Europa» e che «la Germania scatenerà la terza guerra mondiale e la quarta economic. Sul primo punto ne possiamo parlare in quanto volutamente esagerato, ma per il secondo, al netto dell’autorevolezza del professore d’Economia, possiamo essere certi che la guerra economica è stata dichiarata dalle potenze marittime anglosassoni dopo anni di lenta, ma inesorabile ascesa tedesca a colpi di export.

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Lettura di Leopoldo Innocenti

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Il parere del prof. Giulio Sapelli

© Youtube La7.it

 

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