Il problema del divario retributivo nel mondo del lavoro è una piaga che affligge l’Europa tutta, ovviamente con le dovute differenze da Paese a Paese. Le differenze salariali, a parità d’incarico, tra uomini e donne è abbastanza evidente, come si evince dai dati diffusi dall’Ufficio di statistica dell’Unione Europea. Lo studio effettuato si basa sui rilevamenti effettuatti nel 2015 (gli ultimi disponibili), e non fa riferimento ad imprese con meno di 10 dipendenti, così come ad imprese pubbliche o all’esercito.

Ebbene a livello europeo, nel confronto sul cosiddetto divario retributivo di genere, vale a dire la proporzione tra la retribuzione media lorda degli uomini e delle donne, quest’ultime ricevono il 16,3 per cento di salario in meno nell’area dell’Unione (28 Paesi) e il 16,8 per cento nell’area dell’euro (18 Paesi). Tra gli Stati membri, il divario retributivo di genere varia di 21 punti percentuali, passando dal 5,5 per cento in Italia e Lussemburgo, al 26,9 per cento in Estonia. La Germania si trova nella parte alta della classifica (in senso negativo) con una media di circa il 21 per cento (dati Statista aggiornati al 2016. Nel 2015 erano di un punto percentuale in più).

È pur vero che occorre distinguere tra lavori a tempo pieno e lavori part-time, ma la musica non è che cambi in ogni caso, rimanendo a sfavore del comparto lavorativo femminile. Infatti, sempre secondo Eurostat, nel 2015 il divario retributivo di genere per i lavoratori a tempo parziale variava dal -1,1 per cento in Germania al 27,7 per cento in Portogallo. Per i lavoratori a tempo pieno, le differenze retributive variavano dal -0,4 per cento in Italia, al 20,1 per cento in Lettonia.

Secondo l’Ufficio di statistica, in Europa il divario retributivo di genere potrebbe aumentare con l’età, a causa delle interruzioni della carriera delle donne durante la loro vita lavorativa, in particolare di quelle più in là con l’età incapaci di beneficiare di misure specifiche di uguaglianza che non esistevano ancora quando hanno iniziato a lavorare. Al contrario è inferiore fra i più giovani. Il divario inoltre varia a seconda del comparto lavorativo dove, in generale, in quello finanziario è più spiccato rispetto a quello meramente economico. Ci sono infatti professioni dove il numero di donne e di uomini impiegati è sensibilmente differente. Inoltre lo studio compara sistemi statali completamente differenti fra di loro, fra i quali spesso è difficile trovare un minimo comun denominatore. In teoria il divario retributivo di genere è anche un indicatore chiave nel quadro dell’impegno strategico per la parità di genere 2016-2019 della Commissione europea. Finora s’è visto ben poco di fatto al riguardo.

Le donne in Germania sono circa 41milioni, ossia un paio di milioni in più degli uomini, con una vita media di 83,1 anni (contro i 78,2 degli uomini). Dei 41milioni circa 14 hanno un’assicurazione sociale obbligatoria e poco più della metà (7,5milioni) hanno un lavoro a tempo pieno. Invece il 45 per cento delle donne che hanno un’assicurazione sociale lavora part-time, e 3,4milioni sono impiegate esclusivamente con i cosiddetti mini-job. Nel 2015 circa il 6,2 per cento di tutti i disoccupati erano donne, ma i lavori a cui hanno accesso sono spesso meno qualificati di quelli degli uomini. Di  frequente, infatti, sono occupate nei servizi sociali o personali, che sono pagati meno rispetto alle professioni tecniche.

Il governo federale tedesco ha intrapreso alcune forme di tutela, quali la “Perspektive Wiedereinstieg, che fra le altre cose serve alla reintroduzione lavorativa per le donne (e per gli uomini) dopo un periodo d’interruzione dal mondo lavorativo, nel caso femminile ad esempio dovuto alla gravidanza. Tuttavia non sono sufficienti. C’è anche la legge sulla partecipazione paritaria di donne e uomini nelle posizioni di leadership nel settore pubblico e privato, che ha introdotto una quota di genere nei consigli di amministrazione e obbliga le grandi società a fissare obiettivi in tal senso. Dal 6 luglio scorso è inoltre entrata in vigore la legge sulla promozione della trasparenza delle tariffe, che dovrebbe aiutare a far rispettare il principio della “parità di retribuzione per lavoro uguale o equivalente”. Le aziende hanno tempo fino al 1° febbraio di quest’anno per adeguarsi, ma il piccolo particolare è che la legge è valida solo per le aziende con più di 200 dipendenti, fa riferimento alla mediana e non alla media degli stipendi (cosa ben differente), e inoltre prevede che ci debbano essere almeno sei colleghi dell’altro sesso che hanno un lavoro simile a quello del richiedente. In ogni caso nessuno ha diritto di sapere quale sia lo stipendio di una determinata persona. I consigli di fabbrica o i datori di lavoro hanno 3 mesi di tempo per rispondere, ma possono anche respingere la domanda quando si ritenga che il lavoro menzionato dal dipendente non sia equivalente all’incarico da quest’ultimo ricoperto. Inoltre l’assistenza legale per difendere i propri diritti è troppo elevata e non tutti se la possono permettere.

Il 18 marzo a Berlino, con lo slogan “La trasparenza vince”, si svolgerà l’“Equal pay day”, ossia la data simbolica in cui le donne iniziano a guadagnare al pari degli uomini durante il corso dell’anno. Ci sono ben 77 giorni di differenza: un’intera vita a livello di diritti sociali.

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L’Equal pay day

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Le differenze retributive fra uomini e donne in Europa, secondo i dati dell’Istituto Statista

Infografik: Wie viel Frauen in Europa weniger verdienen | Statista Mehr Statistiken finden Sie bei Statista

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