Ebbene, dopo una serie di controversie piuttosto dure, alla fine, i delegati dell’Spd hanno tolto il presidente del partito Martin Schulz dalla scomoda posizione di dover dire alla Germania e al mondo intero che “questa Große Koalition non s’ha da fare”. O meglio, quasi. Infatti i 642 delegati riuniti a Bonn si sono spaccati, con 362 voti a favore e 279 contrari alla prosecuzione dei colloqui esplorativi per la formazione di un nuovo governo (più un astenuto). Fra questi la componente giovanile del partito (i cosiddetti Jusos), capitanata da Kevin Kühnert che, il 12 gennaio, quando era stato annunciato “Urbi et orbi” che v’era un accordo di massima fra Spd e Unione, sugellato da un documento di 28 pagine, aveva dichiarato: «Sia Schulz, sia Seehofer (Csu) giudicano l’accordo raggiunto come “eccellente” per i rispettivi partiti. Vuol dire che almeno uno dei due si sbaglia». Più chiaro di così!

Oltre a questo bisognerà comunque aspettare il via libera dei 450mila iscritti al partito che con un referendum dovranno dare il via libera definitivo alla creazione della GroKo. Superato quest’ultimo scoglio si potrà finalmente dire la definitiva parola fine a questa lunga attesa, e andare verso il Merkel IV, ultimo governo della signora di Germania.

Oskar-Lafontaine-©-CC-BY-SA-3.0-Sandro-Halank-Wp

Quello dell’Spd è stato un vero e proprio tracollo: 20 anni fa, nel 1998, il consenso dato al partito allora guidato da Oskar Lafontaine (che diventò ministro delle Finanze per un breve periodo, a causa di “screzi” con il Cancelliere Gerhard Schröder del suo stesso partito) era di ben il 40,9 per cento fra l’elettorato tedesco. Al contrario dalle urne lo scorso 24 settembre è uscito un risultato a dir poco preoccupante per la più antica socialdemocrazia europea, arrivando appena al 20,5 per cento delle preferenze. Durante il “regno Merkel” la Spd si è ridotta a fare da sponda alla politica dell’Unione. Proprio per questa ragione i giovani socialdemocratici si sono allineati con una parte dell’ala sinistra interna del partito, che da tempo si oppone a quella che considera una pericolosa e controproducente omologazione dei socialdemocratici al pensiero dei cristiano-democratici.

Martin Schulz, che all’indomani del fallimento dei colloqui per una coalizione “Giamaica” aveva dichiarato «Non temiamo nuove elezioni. Non siamo disponibili a entrare in una Große Koalition», ha fatto marcia indietro anche per le forti pressioni ricevute dal Presidente tedesco Frank-Walter Steinmeier (Spd) e, molto probabilmente, perché si è reso conto che nuove elezioni non andrebbero certamente a favore del suo partito, bensì a quello di altre forze come Alternative für Deutschland (AfD) e gli stessi Liberali (Fdp) che hanno fatto saltare il precedente accordo di governo. La forte emorragia di voti dello scorso settembre (circa 450mila a favore della Linke e circa mezzo milione a favore dell’AfD) metterebbe paura a chiunque facesse un’analisi meramente matematica della fuga del proprio elettorato. Dunque si capisce la carta giocata di rivolgere il discorso su tematiche quali quella dell’europeismo (suo cavallo di battaglia per l’incarico ricoperto a Bruxelles) e della formazione degli Stati Uniti d’Europa entro il 2025. Nell’accordo del 12 gennaio aveva sì ottenuto alcuni provvedimenti sociali sui temi dell’assicurazione sanitaria, delle pensioni e degli investimenti, ma aveva anche dovuto rinunciare all’aumento delle tasse per le fasce di reddito più alte, ad una riforma davvero strutturale del sistema di sanità pubblico e al rifiuto di forme di limitazione all’accoglienza di migranti e rifugiati osteggiate fortemente dalla Csu.

Dunque continua la cavalcata della Cancelliera, scortata dal fedele scudiero Schulz. Ma entrambi alla fine dovranno arrendersi al vortice dei mulini della storia.

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Il momento delle votazioni a Bonn

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