Kant © il Deutsch-Italia
Kant © il Deutsch-Italia
Europa Kaputt Mundi © il Deutsch-Italia

Europa Kaputt Mundi © il Deutsch-Italia

Il filosofo tedesco Immanuel Kant, nel lontano 1784, pubblicò un saggio sulla rivista Berlinische Monatsschrift intitolato: “Beantwortung der Frage: Was ist Aufklärung?”, ossia “Risposta alla domanda: cos’è l’Illuminismo?”, il cui incipit è: «Aufklärung ist der Ausgang des Menschen aus seiner selbstver-schuldeten Unmündigkeit. Unmündigkeit ist das Unvermögen, sich seines Verstandes ohne Leitung eines anderen zu bedienen. Selbst-verschuldet ist diese Unmündigkeit, wenn die Ursache derselben nicht am Mangel des Verstandes, sondern der Entschließung und des Mutes liegt, sich seiner ohne Leitung eines andern zu bedienen. Sapere aude! Habe Mut, dich deines eigenen Verstandes zu bedienen! Ist also der Wahlspruch der Aufklärung», ossia «L’illuminismo è l’uscita dell’uomo dallo stato di minorità che deve imputare a se stesso. Minorità è l’incapacità di valersi del proprio intelletto senza la guida di un altro. Imputabile a se stesso è questa minorità, se la causa di essa non dipende da difetto d’intelligenza, ma dalla mancanza di decisione e del coraggio di far uso del proprio intelletto senza essere guidati da un altro. Sapere aude! Abbi il coraggio di servirti della tua propria intelligenza! È questo il motto dell’Illuminismo».

L’illuminismo è l’uscita dell’uomo dallo stato di minorità che deve imputare a se stesso.

Calcando le orme di Kant bisognerebbe avere il coraggio di “conoscere” per uscire dallo stato di minorità in cui ci siamo posti, almeno dal periodo della caduta del Muro di Berlino fino ai giorni nostri. Il mondo è molto cambiato da allora e l’Europa di questo cambiamento, oltre ad esserne stata la scintilla scatenante con quella che allora pareva essere la fine della contrapposizione tra Est ed Ovest, ne è tutt’ora uno dei protagonisti principali, visto che il progetto di un insieme di Stati uniti del Vecchio continente sembra stia naufragando sotto il peso di notevoli contraddizioni e divisioni.

Il mito di Europa, bellissima fanciulla rapita con l’inganno da Zeus e poi da quest’ultimo abusata, spiega la nascita delle maggiori civiltà del Mediterraneo, ad iniziare da quella cretese. Le civiltà di allora sono state alla base della civiltà del mondo moderno e sono la radice comune della maggior parte degli attuali Stati componenti la moderna UE. Ma le radici comuni non sono state un sufficiente collante per arrivare all’unione politica. Questo a maggior ragione perché i presupposti su cui è stata abbozzata quest’unità d’intenti sono solo quelli di carattere economico o, meglio ancora, finanziario. Non c’entrano nulla i valori (e anche su quelli la discussione sarebbe lunga), sbandierati ogni qual volta si nomina l’idea di Europa unita, su cui Altiero Spinelli, Ernesto Rossi ed Eugenio Colorni fondarono il loro “Manifesto per un’Europa Libera e Unita”, meglio conosciuto come “Manifesto di Ventotene” (che prese il nome dal carcere dell’isoletta laziale dove erano rinchiusi). L’Europa così come è stata costruita oggi è quella venuta fuori dalle regole del Trattato di Maastricht prima (1992-1993), e dalle successive versioni di Amsterdam (1997-1999), Nizza (2001-2003) e di Lisbona infine (2007-2009).

L’aspetto economico

Dunque non un’Europa dei popoli, ma un’Europa dei mercati, abbastanza distante dal sentire comune della gente che, spesso, si sente proprio vittima dei giochi economici che regolamentano con chirurgica precisione la vita dei cittadini attraverso obblighi economici-finanziari imposti agli Stati. Anche solo volendo esaminare questi ultimi, il meccanismo che ci si è inventati per regolamentare la parte economica-finanziaria dell’Unione risulta del tutto incompleto, a voler essere buoni, per non dire iniquo.

In una vera federazione di Stati, come ad esempio quella del sistema tedesco, in comune ci sono gli attivi, ma anche i passivi economici. Nota è la lamentela dello Stato della Baviera nei confronti della città di Berlino, accusata dal Land tedesco di andare avanti grazie alle entrate derivanti dalla produttività dei cittadini bavaresi. Il buco di bilancio della Capitale tedesca, infatti, ammonta a ben 58,04miliardi di euro (al cui confronto quello di Roma di 12miliardi sembra poca cosa). Ma in un vero Stato federale così deve funzionare: si mettono in comune i guadagni, ma anche le perdite. A vincere è lo Stato nel suo insieme, a meno che il liberismo non abbia il sopravvento. Il principio del federalismo fiscale tedesco è infatti stato contestato da diversi Länder, Baviera, Baden-Württemberg e Assia in testa, e con una sentenza del novembre del 1999 il Bundesverfassungsgericht (la Corte costituzionale federale) ha dato loro ragione dichiarando illegittima la legge di perequazione fiscale. Da allora, o meglio dall’entrata in vigore del cambio di regole scaturito da tale sentenza avvenuto nel 2005 e vigente tutt’ora, i trasferimenti di denaro non avvengono più in modo orizzontale (tra Stato e Stato), ma verticalmente, ossia la perequazione finanziaria si sta attuando quasi esclusivamente attraverso fondi federali.

Tutto ciò è giusto? È sbagliato? Dipende. Occorre vedere da quale punto di partenza ci si vuole muovere. Se il parametro su cui si basa un’unione è quello meramente economico, imprigionato in un sistema che prevede un cambio fisso di 1 a 1 (l’Euro è moneta unica per ogni Paese che l’adotta), sì è giusto; altrimenti si può scegliere di adottare meccanismi perequativi di solidarietà fiscale, evitando, così, che il sistema alla fine collassi su se stesso vista l’enorme differenza di potenza produttiva dei Paesi che tale unione compongono. In altre parole l’economia della piccola Grecia non può essere minimamente paragonata a quella dell’economia più forte d’Europa, quella della Germania che, inevitabilmente, la schiaccerà con tutta una serie di conseguenze sul campo sociale e politico. La moneta unica, in quanto emessa da una Banca centrale privata, può rivelarsi un cappio al collo. Infatti secondo un recente studio del think thank “Center for European Politics” (Cep) di Friburgo, dal 1999 al 2017 ogni cittadino del nostro Paese avrebbe perso in media 73.605 euro adottando l’Euro come moneta rispetto all’ipotesi in cui avesse mantenuto la Lira. La perdita totale ammonterebbe a circa 4,3 trilioni di euro. Stessa sorte, anche se con perdite minori, per Francia, Portogallo, Belgio e Spagna. E ad avvantaggiarsi di questa situazione sarebbe stata proprio la Germania. Chiunque capirebbe che occorre rimodulare i parametri su cui si regge tutto il sistema, ripensando le fondamenta su cui far poggiare l’Unione, se non la si vuole perdere definitivamente.

Potrebbe essere un inizio di un ri-pensamento dell’Europa senza abbandonare l’idea di un’unione.

A prescindere dal fatto che si potrebbe (non in questa sede) contestare nello specifico i concetti economici presi come sorta di spauracchio ogni qual volta si provi a parlare di economia, quali spread, inflazione, debito pubblico e chi più ne ha più ne metta, per salvare un’idea di Unione occorrerebbe forse partire da basi differenti. L’Economia, oltre all’adozione di una moneta unica (gestita da un ente privato quale le BCE è, peraltro immune da un punto di vista di responsabilità giuridica e autonomo da quegli Stati che dovrebbe in teoria servire), pare essere un elemento divisivo più che di unificazione. Occorre cambiare prospettiva e allora, distanziandosi dalla visione che fino ad oggi ci è stata data ci si accorgerebbe, rimanendo sempre nel campo economico, che è profondamente sbagliato paragonare, come da più parti viene sbandierato, lo Stato ad “un buon padre di famiglia” che deve gestire le poche risorse che ha disposizione. Lo Stato non è un buon padre di famiglia, bensì il garante di ultima istanza della produzione di moneta. A meno che non siano altri a battere moneta per lui e non ci sia il “pareggio di bilancio”.

Il cosiddetto “pareggio di bilancio” è un concetto del tutto nuovo, introdotto da noi addirittura in Costituzione (art. 81) nel 2012 dall’allora Presidente del Consiglio Mario Monti. Ce lo chiede l’Europa, diceva il professore. In pratica uno Stato non può spendere più di quanto guadagna, altrimenti fallirebbe. Ecco, questa è una menzogna palese. Lo Stato non può fallire (concetto espresso anche dalla nostra Costituzione), le banche sì (e anche su questo ci sarebbe da dire molto, ma non in questa sede). Il debito pubblico, grande spauracchio nominato a destra e manca, è organico ad un sistema economico come il nostro: è una variabile tecnica contabile e non rimborsabile, come dimostra un’economia florida come quella giapponese che ha un debito pubblico che supera il 250 per cento del PIL (secondo i dati della Banca mondiale). Eppure il Giappone non teme lo “spread” ed è valutato dalle famose agenzie di rating con una tripla “A”, e i titoli di Stato giapponesi a 10 anni rendono lo 0,035 per cento, ossia meno del Bund tedesco (0,386 per cento). Dunque l’economia del Sol Levante è solidissima, a discapito del suo alto debito pubblico. Il debito pubblico giapponese è detenuto in maggior parte nelle mani dei giapponesi stessi (solo l’11 per cento è in mani straniere). Il nostro oramai è per lo più in mano alle banche della zona Euro e di quelle al di fuori dell’Eurozona (quasi il 74 per cento del totale). Una volta (ad esempio nel 1991) non era così. Ci sarebbe dunque da chiedersi, sempre in ragione di quel “sapere aude” di cui parlavamo all’inizio, perché ciò è stato fatto accadere. Nel 1991 il “Corriere della Sera” titolava “Italia quarta potenza”: il nostro debito pubblico all’epoca già superava il 100 per cento del PIL.

Il nostro Paese è all’interno dell’area Euro quello che ha avuto negli ultimi anni l’avanzo primario (ossia la differenza tra le entrate del Tesoro e la spesa pubblica al lordo degli interessi sul debito) più grande. Quindi si è dimostrato più virtuoso degli altri. A dirlo è addirittura il capo economista di Deutsche Bank, David Folkerts-Landau (lo si può ascoltare qui). Eppure il ritornello che si sente in continuazione è che l’Italia deve essere più virtuosa (a dirlo, ad esempio, è il prof. Cottarelli), fare “riforme strutturali” (ossia ulteriori tagli alla spesa pubblica) e così via discorrendo. Il debito pubblico italiano cresce non a causa dell’eccessiva spesa pubblica e della corruzione (che sicuramente è presente nel nostro Paese), ma a causa degli interessi sul debito medesimo che sono il vero salasso illegale che ci strozza.

Tante altre le chicche di carattere economico che vengono in continuazione riproposte dai media che sono facilmente confutabili, c’è il fatto che i mutui bancari contratti (che usano l’Euribor, ossia un tasso che regola gli scambi di moneta fra le banche) sarebbero direttamente influenzati dallo spread (che è un mercato secondario di titoli pubblici): non c’entrano nulla tra di loro, come ben spiegato anche dal Sole24Ore in un articolo del 4 ottobre del 2018. E si potrebbe continuare di questo passo. Non ultima la ripetuta frase, come fosse un mantra, secondo la quale la Brexit dovrebbe essere da monito circa un eventuale abbandono dell’Unione Europea. Il monito sarebbe quello di ipotetici risultati negativi dell’economia e dell’occupazione della Gran Bretagna che ha appunto deciso per l’uscita. Secondo questi dati ufficiali del governo britannico non si direbbe proprio. Senza parlare del fatto che il Paese d’oltre Manica non ha mai adottato come propria moneta l’Euro (chissà come mai?), dunque i risultati della sua economia, in ogni caso, non sono legati direttamente all’adozione della moneta unica. Si potrebbe dunque pensare a rimanere nell’Unione, pur cambiando la valuta dei singoli Paesi.

L’aspetto politico

Nell’ambito politico la società è stata destrutturata: anni e anni di lotte politiche che hanno visto la conquista di diritti sociali una volta considerati inalienabili sono stati spazzati via dalle “riforme”, e, in cambio, sono stati concessi diritti civili, sicuramente importanti, ma non alla base del sistema di convivenza sociale di un Paese. Da noi si è vista l’abolizione dell’art. 18 dello statuto dei lavoratori (legge n. 300, del 20 maggio 1970), che tutelava i lavoratori dipendenti in caso di licenziamento illegittimo, ingiusto e discriminatorio, prima attraverso la cosiddetta Legge Fornero, poi con il Jobs Act del Governo Renzi, che lo sostituì con il “contratto a tutele crescenti”, in nome della cosiddetta “Flexicurity” (fusione di flexibility e di security). In pratica l’idea è quella che flessibilità e sicurezza non dovrebbero essere viste come opposte, ma come complementari. Si è teso a precarizzare sempre più il mercato del lavoro, dando però in cambio diritti come il matrimonio fra persone dello stesso sesso o la possibilità per coppie omosessuali di adottare bambini. Questi ultimi sono senz’altro una conquista di carattere civile, ma l’opinione pubblica si è mai realmente chiesta perché sono stati concessi in questo momento storico e in cambio di cosa?

In pratica si sono adottate politiche neoliberiste senza porre limiti di carattere politico alla loro azione. Inoltre si sono creati organismi sovrannazionali (BCE, MES, la Commissione Europea) che non sono giuridicamente responsabili. I loro atti sono sostanzialmente insindacabili. Il che basterebbe già di per sé a capire che qualcosa che non va c’è. Per inciso, chi ha il vero potere legislativo è la Commissione Europea, che dell’Unione è il braccio esecutivo, dove le lobby hanno un ruolo decisivo nelle decisioni in materia economico-finanziaria.

Tralascio infine tutta la polemica sui rifugiati e i profughi per motivi economici, sottolineando soltanto la ben scarsa solidarietà concreta (ma ampiamente profusa a parole) data tutt’ora al nostro Paese (che in pratica è una portaerei naturale nel bel mezzo del Mediterraneo) da parte di tutti gli altri componenti dell’Unione Europea. Così come evito di affrontare la discussione sui famosi oltre 70 anni di pace che, impropriamente, si attribuiscono all’Unione Europea (che non esiste se non dalla sottoscrizione del Trattato di Maastricht). A mantenere la “pace” (leggasi Guerra dei Balcani) sono in realtà state le alleanze militari contrapposte, tanto che si sia a queste favorevoli che contrari (Nato e Patto di Varsavia prima, Nato e Russia ora).

Che fare?

 Allora che fare per porre rimedio a tale quadro? Si dovrebbe mandare all’aria tutto il sistema? È sicuramente una possibile soluzione, ri-iniziando da capo. Oppure si potrebbe, almeno in campo economico, ri-iniziare dallo sfruttare quelle regole che esistono e che altre nazioni europee, come Francia e Germania, hanno finora ben saputo utilizzare. E infatti sì pur vero, in base al primo comma dell’articolo 123 del trattato di Lisbona, che lo Stato non può fare scoperti di conto per finanziare la propria economia, ma, in base al comma 2, lo possono fare gli Enti creditizi di proprietà pubblica (ossia le banche pubbliche). Infatti la Francia usa la BPI (Banque publique d’investissement) dal 2012, mentre la Germania usa il KfW, ossia la Kreditanstalt für Wiederaufbau (l’lstituto di Credito per la Ricostruzione, nato nel 1948) per finanziare le proprie imprese, attraverso l’acquisto di denaro dalla BCE ai tassi che questa pratica alle banche, cioè ora allo 0,25 per cento. In Italia ci sarebbe la Cassa depositi e prestiti che potrebbe fare la stessa cosa, mettendo il nostro Paese nelle stesse condizioni di finanziamento, permesso dalle regole vigenti, alle imprese. Francamente non stupisce più di tanto che i nostri governanti non conoscano il reale contenuto delle norme dei Trattati, dal momento che, come ebbe a dire uno che della riforma dei Trattati

Euro © il Deutsch-Italia

Euro © il Deutsch-Italia

si è occupato direttamente ossia Giuliano Amato sono stati scritti per non essere compresi neanche dagli addetti ai lavori e “sono stati scritti per impedire di aiutare chi era in difficoltà”. Sempre l’ex Primo ministro, nonché esimio giurista, ha candidamente confessato che si è di fatto creato una specie di mostro faustiano di carattere economico, senza uno Stato che ne stia alla base. Ha inoltre dichiarato che il governatore della BCE, Mario Draghi, avrebbe il potere di intervenire stampando direttamente moneta per rendere più competitive le economie che faticano di più all’interno dell’Unione. Ma non lo fa. Perché? E se lo facessero i singoli Stati?

Il mito della Caverna © il Deutsch-Italia

Il mito della Caverna © il Deutsch-Italia

Potrebbe essere un inizio di un ri-pensamento dell’Europa, senza abbandonarne l’idea di un’unione. Forse, occorrerebbe far riappropriare i singoli Stati di alcune prerogative che costituiscono l’essenza di ciascuna nazione, mettendo in comune le differenze come arricchimento e non come simbolo di egoismo e negatività.

Compito di chi governa è quello di amalgamare nel rispetto delle peculiarità di ciascuno. E bisognerebbe finirla di tacciare chiunque, al di là di qualsiasi schieramento politico, osi mettere in discussione quelle che ci sono state date come regole intoccabili e calate dall’alto, come “populista”, “sovranista” o, peggio ancora, “fascista”. Porsi domande è alla base del libero pensiero, ossia l’esatto contrario del totalitarismo.

Platone nel settimo libro de “La Repubblica” ci parla del “mito della caverna”, con il quale ci spiega quale sia la condizione degli uomini: esseri incatenati in fondo ad una caverna, sotto un muro e costretti a guardare il riflesso di quella che pensano essere la realtà, che invece è la proiezione dell’ombra di oggetti portati in testa, dietro il muro medesimo, da altri uomini e illuminati da un fuoco alle spalle di quest’ultimi. Quindi quella che vedono gli uomini-schiavi non è neanche la realtà stessa, ma ciò che viene loro proposta come tale. Tutto questo va avanti finché un giorno uno di essi riesce a liberarsi dalle catene, a saltare il muro e andare fuori dalla caverna, dove c’è veramente il mondo reale. Lì fuori, dove tutto gli è sconosciuto, rimane scioccato da ciò che vede e lo circonda, e dopo essere rimasto l’intera notte fuori, terrorizzato dal buio, il giorno seguente decide di tornare dai suoi compagni, laggiù, sul fondo della caverna, per comunicare loro cosa ha visto. Ma una volta tornato si accorge di non conoscere le parole con cui comunicare loro il mondo esterno, e il buio circostante cui non è più abituato lo rende incapace di farlo. Deriso dai suoi ex compagni, verrà alla fine ucciso da questi ultimi che non sono in grado di comprendere la realtà che voleva loro comunicare.

Ecco, forse occorrerebbe recuperare il pensiero di Platone e lasciare spazio nella mente di ciascuno alla possibilità di leggere la realtà che ci circonda con altri occhi, ma soprattutto con mente aperta.

«Γιατί εγώ υποστηρίζω, βέβαια, ότι η αλήθεια είναι όπως την έχω γράψει, δηλαδή ότι καθένας μας είναι μέτρο και των υπαρκτών και των ανυπάρκτων αλλά διαφέρει πάρα πολύ το ίδιο πράγμα από τον έναν άνθρωπος στον άλλον, γιατί άλλα υπάρχουν και φαίνονται στον ένα, και άλλα στον άλλο.

Κάθε άλλο παρά αρνούμαι πως υπάρχει σοφία και σοφός άνθρωπος, αλλά ονομάζω σοφό αυτόν τον ίδιο, ο οποίος θα μεταβάλλει ότι φαίνεται και είναι κακό σε κάποιον από μας, και θα το κάνει να φαίνεται και να είναι καλό». (Πλάτων, Θεαίτητος, 166d).

«Io sostengo che la verità è proprio come io ho scritto: ciascuno di noi infatti è misura delle cose che sono e di quelle che non sono. Ma esiste una differenza incolmabile tra l’uno e l’altro proprio su questo punto, perché le cose appaiono in modo diverso all’uno e in modo diverso ancora all’altro. E io sono tanto lontano dal sostenere che non esiste sapienza e uomo sapiente, che anzi chiamo uomo sapiente quello che a uno di noi, al quale le cose appaiono e sono cattive, farà cambiare opinione, in modo che le cose gli appaiano e siano buone». (Platone, Teeteto, 166d)

mm
Nato a Roma, laureato in Filosofia all'università "la Sapienza", è giornalista professionista. Ha collaborato con ilSole24Ore, con le agenzie stampa Orao News e Nova e in Germania con il magazine online ilMitte.

    Laura Garavini: il PD forza politica baluardo dell’Europa

    Articolo successivo

    Ti potrebbe piacere anche

    Commenti

    Lascia una risposta

    Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *