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No, non siamo nella Germania nazista del 1933, ma nella moderna e multiculturale Berlino del nuovo millennio, dove venerdì e domenica scorsa una folla inferocita di islamisti ha marciato fino alla Porta di Brandeburgo per poi bruciare la bandiera di Israele e urlare slogan antisemiti davanti all’Ambasciata Americana. A scatenare la collera antisemita è stata la dichiarazione di Donald Trump di voler trasferire la sede dell’Ambasciata americana in Israele a Gerusalemme, riconoscendo di fatto la città delle tre religioni come Capitale dello Stato di Israele.

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È cosa nota che “The Donald” si muova con la grazia di un elefante in un negozio di porcellana, però sarebbe il caso di ricordare che annunci simili furono già fatti a loro tempo da Bill Clinton e perfino dall’amato Mr. Obama, sebbene in forma, che in certi temi sensibili diventa sostanza, totalmente diversa. Trump semplicemente non è all’altezza di certe questioni, questo però non può in alcun modo giustificare le esplosioni di antisemitismo. In modo particolare qui a Berlino.

La memoria dell’Olocausto e l’apocalisse della Seconda guerra mondiale è una parte essenziale dell’identità cultuale della Germania contemporanea. Se è impossibile cambiare il passato, indipendentemente da quanto sia terribile, si può quantomeno assumersene la responsabilità per imparare qualcosa da esso. Si possono analizzare i meccanismi che innescarono certe bestialità e si può, anzi si deve, rimanere vigili per impedire che quei meccanismi tornino ad agire nuovamente.

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Il luogo dove il cittadino tedesco si confronta per la prima volta con le conseguenze dell’antisemitismo tedesco è la scuola. Qui vengono analizzate le cause e discusse le motivazioni storiche che lo fomentarono e l’intero processo cresce fino a diventare una parte importante dell’identità culturale. Questo nel migliore dei casi perché troppo spesso invece accade che ciò che rimane sia niente di più che una piatta retorica in grado di generare solo un senso di colpa ambiguo e indesiderato. Questo è uno dei motivi per cui è stato eretto un monumento alla memoria delle vittime dell’olocausto proprio nel cuore della Capitale tedesca e, sì signor Höcke (AfD), lei ha ragione, Madrid non ha dedicato nessun monumento agli Aztechi e nemmeno Bruxelles ne ha eretto uno in memoria dei 10milioni di morti (in 23 anni) in Congo durante l’epoca coloniale. I tedeschi possono solo essere orgogliosi del monumento di Berlino. Chi se ne vergogna invece, dovrebbe vedere un dottore molto bravo.

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Ma, tornando alle manifestazioni di venerdì e domenica, sorge spontanea una domanda: cosa sarebbe successo se a urlare “morte agli ebrei” fosse stata una folla di tedeschi in uniforme nazista? Come avrebbero reagito i media sonnolenti se la bandiera di Israele fosse stata bruciata da un branco di hooligans sovraeccitati? E l’apatia dei media, e in generale di tutti i “liberal” di sinistra che si dichiarano sempre tanto sensibili per certi temi, sta forse a significare che gli islamisti e in generale i musulmani hanno il diritto di essere antisemiti?

Il problema non riguarda soltanto Berlino, ma tutta Europa. Anche a Milano infatti gli islamisti hanno organizzato una manifestazione di protesta dove sono stati scanditi slogan antisemiti e bruciate le bandiere del nemico ebraico. Però qui c’è stata la variante italiana che fa sì che la tragedia finisca sempre in farsa. Gli islamisti sono stati accompagnati da un fiero gruppo di antifascisti, con 70 anni di ritardo. Una compagnia grottesca con le sue bandiere rosse sbiadite e i suoi rabbiosi pugni chiusi, che ha marciato mano nella mano con i musulmani più radicali. Una strana affinità elettiva che ne ricorda un’altra: il vecchio patto Molotov – Ribbentrop. Perché, come dice Goethe in un suo famoso aforisma, dimmi con chi vai e ti dirò chi sei.

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Proteste antisemite alla porta di Brandeburgo a Berlino

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