Europa Kaputt Mundi © il Deutsch-Italia

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Questi sono tempi duri per l’Unione Europea. Dopo dieci anni di recessione, iniziata con la crisi dei mutui subprime in America, solamente la Germania ed il nucleo duro dei Paesi del Nord che le gravitano attorno sembrano aver superato la crisi economica. L’America invece è ritornata a correre, nonostante Trump ed al netto dell’allargamento sempre più drammatico della forbice tra ricchi e poveri, mentre la Cina probabilmente è già diventata il Paese più ricco del mondo. In un Continente sempre più vecchio alla lotta al ribasso dei salari tra nativi ed immigrati ha fatto seguito una crescita di movimenti definiti dai liberi media nostrani come populisti e razzisti. La Francia si è salvata per un soffio anche se Capitan Macron è in seria difficoltà con i suoi gilet gialli, gli inglesi con tutta probabilità se ne torneranno al loro Commonwealth, la Mitteleuropa è andata persa, anche dopo che la sorella austriaca di Berlino si è di fatto unita al Club di Visegrad. Pertanto alla viglia delle elezioni per il rinnovamento del Parlamento europeo, che si terranno tra il 23 ed il 26 maggio, potremmo affermare, senza timore di essere smentiti, che la “nostra” Europa non sta di certo vivendo uno dei suoi momenti storici migliori.

Tuttavia questo articolo non vuole entrare a gamba tesa nel dibattito tra i fautori dell’Unione Europea e chi invece ne vedrebbe volentieri la liquidazione, ma ha il modesto obiettivo di sfatare alcuni miti che continuano ad aleggiare, soprattutto tra le giovani generazioni, e che sembrerebbero voler dipingere la UE come un ente di beneficienza che, oltre ad averci salvato dai mutui massacri che duravano da secoli, ci ha finora garantito libertà che i nostri padri o nonni non si sarebbero mai sognati di ottenere. Una delle grandi conquiste delle tante istituzioni che compongono l’Unione Europea, che ricordiamo aver vinto il Premio Nobel per la Pace qualche anno fa, è che avrebbe appunto fatto cessare i numerosi conflitti che dalla notte dei tempi avevano insanguinato il Vecchio Continente. I giovani europeisti e soprattutto i vari politici che ne sfruttano l’ingenuità e l’ignoranza storica ci hanno riempito la testa, in special modo all’indomani del referendum britannico che aveva visto la vittoria della Brexit nel giugno del 2016, su come l’Unione Europea ci stia tenendo uniti ed abbia salvaguardato la pace tra le nazioni. Questa è stata una delle principali motivazioni che hanno giustificato l’assegnazione del Nobel nel 2012, peccato però che sia falsa per un semplice motivo.

L’Unione Europea si è infatti costituita nel 1992 con il Trattato di Maastricht, il quale oltre ad aver auspicato un’unione politica tra gli Stati europei, era stato anche quella prima fonte normativa che aveva gettato le basi per l’istituzione dell’Euro, ossia la tanto discussa moneta unica. Prima del Trattato di Maastricht esisteva la Comunità Europea e prima ancora la Comunità Economica Europea, e ancora prima di essa la CECA, ossia la Comunità Economica del Carbone e dell’Acciaio. Insomma non è logicamente né storicamente possibile che l’Unione Europea, all’indomani dei massacri della Seconda guerra mondiale, ci abbia salvato da ulteriori macelli per il semplice fatto che… non esisteva ancora! Sembra una semplice differenza di denominazioni, ma non è affatto così dal momento che l’intricato intreccio di fonti normative del 1992 era molto diverso da quello vigente prima, senza contare che i poteri affidati alla Commissione e Parlamento Europeo sarebbero stati modificati più volte fino ai giorni nostri con altri Trattati, tra cui l’ultimo quello di Lisbona nel 2008. Ad essere onesti con la storia, dovremmo invece ammettere che la pace sul Continente europeo era stata conservata per tutta la durata della Guerra Fredda, paradossalmente grazie al pericolo di mutua distruzione reciproca, che si sarebbe verificata nel caso di un conflitto nucleare tra le superpotenze americana e sovietica sul suolo europeo. Sembra assurdo dirlo in un’epoca di (relativa) pace contemporanea, ma ad averci risparmiato altre inutili sofferenze furono i missili nucleari a gittata intercontinentale nascosti nelle foreste del Brandeburgo o dislocati nelle basi mediterranee, come per esempio in quella siciliana di Comiso, che in caso di attivazione avrebbero distrutto la civiltà umana. Altro che politici europei di buone speranze, che si erano messi improvvisamente d’accordo per salvare la pacifica convivenza tra i popoli.

Inoltre facciamo notare ai giovani lettori come nel 1992, negli stessi giorni in cui i capi di governo europei celebravano la nascita di un’Europa finalmente unita nella piccola città olandese, era in corso da almeno un anno la “prima guerra jugoslava” nella quale croati, serbi e musulmani si sarebbero massacrati a vicenda senza soluzione di continuità fino al 1995. L’Unione Europea, come sarebbe spesso capitato negli anni seguenti, si dimostrò del tutto impotente ed insignificante nel fermare la guerra, anzi le maggiori potenze europee appoggiarono le diverse fazioni in lotta. Per esempio una Germania appena riunificata ed inorgoglita, con il Cancelliere Kohl che si vantò pubblicamente che la sua era «la prima generazione a non aver vissuto Auschwitz», aveva riconosciuto l’illegale, secondo il diritto interno di uno Stato sovrano e riconosciuto internazionalmente come la Jugoslavia, secessione della Slovenia e della Croazia. Anche il Vaticano per inciso riconobbe le due Repubbliche, forse anche in ricordo del ruolo prezioso che i fascisti croati ustascia ebbero nello sterminare le scomode minoranze serbo-ortodosse durante il Secondo conflitto mondiale. Per ragioni storiche e per calcoli geopolitici la Francia e la Gran Bretagna invece simpatizzarono per tutta la durata del conflitto con i serbi di Milosevic, salvo poi cambiare rotta all’ultimo ed appoggiare i raid NATO nel 1994. La guerra si sarebbe poi conclusa solo grazie alla determinante volontà del Presidente americano Bill Clinton e con gli accordi di pace firmati a Dayton (USA) nel 1995. A mettere una pietra definitiva sul ruolo insignificante, forse addirittura dannoso, della UE sarebbe stata poi la guerra del Kosovo nel 1999, che con la scusa della pulizia etnica dell’Hitler di turno (ci fu perfino una copertina dello “Spiegel” in merito) contribuì alla creazione di un narco – Stato di trafficanti e mafiosi. Inoltre il Kosovo indipendente ha l’onore di detenere sul suo territorio la più grande base NATO in Europa. La UE non impedì la guerra, anzi le “grandi” potenze europee (compreso il governo italiano dell’ex comunista D’Alema) si dichiararono favorevoli ai bombardamenti “umanitari” su Belgrado, che causarono numerose vittime civili, distrussero ponti ed infrastrutture, e lasciarono sul terreno depositi di uranio impoverito che uccisero anche nostri soldati nell’indifferenza (quasi) generale della politica italiana.

Il secondo mito da sfatare una volta per tutte è quello della mobilità senza precedenti che per la prima volta nella storia d’Europa avrebbe abbattuto le barriere alla libera circolazione di persone e merci. Gli europeisti dicono a noi provincialotti della marca italica che numerosi progetti europei, tra cui il più celebre “Erasmus”, ovvero lo spostamento di milioni di persone con relativo apprendimento di nuove lingue straniere, abbia rivoluzionato le nostre vite. Ebbene a parte il fatto che vi sono Paesi come l’Irlanda e la Gran Bretagna, che hanno aderito sì alla UE, ma mai al Trattato di Schengen sulla mobilità degli individui, e a prescindere che la Francia, governata dai socialisti prima ed ora dal progressista (oltre che europeista DOC) Macron, abbia sospeso unilateralmente Schengen con la motivazione della minaccia terroristica, creandoci file non da poco negli aeroporti e respingendo i migranti provenienti dall’Italia, vediamo ora di dare la parola ad un intellettuale che tutti i giovani colti di sicuro conosceranno. Si tratta di Stefan Zweig, che nacque a Vienna a fine Ottocento e che nel secolo scorso venne per decenni considerato uno dei maggiori scrittori austriaci viventi, tanto che si ritiene che i suoi libri furono quelli in lingua tedesca ad essere stati venduti di più nel mondo a cavallo degli anni ’20 e ’30. Dal momento che era ebreo, anche se non praticante e nemmeno religioso, l’intellettuale nonché democratico convinto Zweig abbandonò l’Austria ben prima che essa venisse annessa nel 1938 con l‘Anschluss alla Germania nazista. Essendo appunto ebreo e vivendo dopo la Prima guerra mondiale in una villa a Salisburgo ad un tiro di schioppo dal confine austro – tedesco e dal “nido delle aquile” di Hitler, dalla quale poteva osservare il quotidiano ed anche notturno via vai di provocatori nazisti e picchiatori da una parte e l’altra del confine, avvertì anni prima dei politici conniventi e superficiali il rischio di una Germania sempre più potente e sicura di sé. Dopo la fuga da Salisburgo visse molti anni a Londra, dove invano cercò di convincere gli intellettuali ed i politici inglesi del rischio di una nuova guerra mondiale, che infatti scoppiò nel 1939. A quel punto Zweig fuggì in Brasile, dove morì suicida assieme alla sua seconda moglie, probabilmente avendo saputo del tragico destino riservato ai suoi fratelli ebrei che non erano riusciti a fuggire dallo scoppio del furore nazista. Ebbene nella sua autobiografia, ultima opera prima che si sparasse, Zweig descrisse gli anni antecedenti allo scoppio della Prima guerra mondiale tramite queste chiare frasi:

«Nulla, forse, riesce a ritrarre con maggior vividezza lo spaventoso degrado in cui è precipitato il mondo dopo la Prima guerra mondiale quanto la limitazione della libertà di movimento e del diritto alla libertà dell’individuo. Prima del 1914 la terra apparteneva a tutti. Ognuno andava dove voleva e vi rimaneva finché lo desiderava. Non c’erano visti né lasciapassare, e provo sempre un gran divertimento di fronte allo stupore dei giovani, quando racconto loro che prima del 1914 ero partito in India e in America senza avere un passaporto, né averne mai veduto uno. Si saliva e si scendeva da un treno e da una nave senza interrogare o essere interrogati, senza dover compilare neppure uno dei cento moduli richiesti oggi. Non c’erano permessi né visti né seccature; le stesse frontiere che oggi, grazie alla patologica diffidenza di tutti verso tutti, sono state trasformate in reticolati dalla presenza di doganieri, poliziotti, gendarmi allora non erano altro che linee simboliche, valicate con la stessa naturalezza con cui si oltrepassa il meridiano di Greenwich.”

EU-Kommissions-Chef: Rede zur Lage der Union © Paolo Calleri

EU-Kommissions-Chef: Rede zur Lage der Union © Paolo Calleri

Insomma in Europa, e perfino nel mondo intero, fino al 1914 si poteva viaggiare tranquillamente senza controlli, passaporti e guardie che chiedessero lumi all’ingenuo viaggiatore. Certo era un diritto accordato ad una minoranza benestante di cittadini che se lo poteva permettere, mentre i contadini, per esempio, o comunque i ceti meno abbienti spesso passavano l’intera loro esistenza nel Paese di nascita o allontanandosi al massimo di qualche chilometro, e solo per stretta necessità. Tuttavia dal punto di vista meramente teorico non v’erano confini né controlli né passaporti nella vecchia Europa, come si deduce dalle righe di Zweig che visse di persona quell’epoca, viaggiando tra l’altro moltissimo. Insomma un altro mito europeista verrebbe

In Europa, e perfino nel mondo intero, fino al 1914 si poteva viaggiare tranquillamente senza controlli, passaporti e guardie che chiedessero lumi all’ingenuo viaggiatore.

così a cadere, visto che l’eccezionalità della libertà di movimento non sarebbe un’esclusiva dei nostri tempi moderni. Se consideriamo poi che le persone potevano spostarsi liberamente nell’Europa ante 1914, la quale era dominata da autocrazie spesso centenarie e da imperi cosiddetti autocratici, allora l’imbarazzo dovrebbe crescere. Come accennato sopra, questa nostra libertà di circolazione, generosamente concessaci dall’Unione Europea, può comunque venire sospesa od interrotta in qualsiasi momento (Francia), o addirittura non venire mai applicata, come nel caso dell’Irlanda e della Gran Bretagna. A tal proposito sarebbe interessante citare anche il celebre scrittore triestino Paolo Rumiz (72 primavere) il quale, in un’intervista di diversi anni fa, ammise che sua nonna «un secolo fa poteva prendere il treno e andare senza problemi fino all’attuale Romania Ciscaucasica, quindi poteva arrivare a Arad, a Timisoara nel giro di una notte, poteva arrivare a Praga, raggiungere Berlino, arrivare a Belgrado o a Budapest con una velocità e una familiarità incredibili, avendo in comune il grande punto di contatto che era la lingua tedesca».

Come terzo punto si colloca quindi il mito linguistico, citato da Rumiz a proposito del privilegio avuto da sua nonna, vissuta nell’Ottocento, di poter parlare e comprendere il tedesco, che a quanto pare sua madre già non aveva più. Per esempio un altro noto intellettuale nostrano, come lo storico Alessandro Barbero, espone spesso il fatto storicamente accertato secondo il quale i soldati italiani che caddero prigionieri degli austriaci dopo la disfatta di Caporetto poterono comunicare seduta stante e senza grossi problemi in tedesco con i loro, fino a quel momento, nemici da uccidere. Com’era possibile questo? Come fu infatti possibile che dei contadini, spesso analfabeti e costretti a servire l’Italia nell’esercito, potessero parlare il tedesco, quando nei giorni odierni quest’ultima lingua viene parlata perfino da pochi studenti universitari, che ne preferiscono altre ben più popolari come l’inglese e lo spagnolo? Si dà il caso che ancora tra Ottocento e Novecento molti italiani si fossero trasferiti in Germania per lavoro il che, tra le varie cose, dovrebbe far comprendere che non molto in verità sia cambiato da allora. Come raccontato da Zweig, non c’erano né controlli né passaporti, che sarebbero apparsi per la prima volta con la Grande Guerra, e quindi non era in fondo così difficile recarsi in quel Paese industriale in tumultuosa crescita. Gli italiani emigrati erano per lo più di bassa condizione sociale, ma ciò nonostante lavorarono e vissero in Germania imparandone la lingua.

Per concludere il discorso sullo smantellamento, o perlomeno il ridimensionamento, di alcuni miti fondanti del moderno europeismo, basterebbe ricordare come il programma “Erasmus”, che ha lo scopo di formare l’homo europaeus del futuro, comprenda al suo interno anche Paesi che non sono componenti dell’Unione Europea. Per esempio la Svizzera, la Norvegia ed alcuni Paesi balcanici occidentali, come la Serbia, non hanno mai fatto, almeno finora, parte di questo grande piano di unificazione continentale, ma possono comunque partecipare allo scambio di studenti e professori. Nessuno se lo aspetterebbe, viste le eterne tensioni mediorientali, ma addirittura un Paese sinceramente democratico e rispettoso delle minoranze come la Turchia di Erdogan da anni aderisce al progetto. Detto altrimenti: “Erasmus” e mobilità studentesca non fanno sempre rima con Unione Europea. Sembrerebbe uno schiaffo non indifferente a chi elogia di continuo l’Unione Europea per averci concesso lo spostamento di giovani idealisti, senza dimenticare che comunque sia nel mondo vi sono centinaia di simili progetti di scambio culturale e scolastico anche al di fuori dell’Europa. Il più conosciuto è il cosiddetto “Overseas”, che permette a studenti liceali ed universitari europei (e non) di passare un anno scolastico in Paesi di lingua e cultura inglese come gli USA, il Canada e l’Australia.

Pertanto, a prescindere da come la si pensi sulla bontà o meno dell’idea di integrazione europea, quando vi recherete alle urne per rinnovare il Parlamento europeo, provate solo a riflettere su quanti miti europeisti siano solo tali e non abbiamo sempre una totale aderenza alla realtà dei fatti. E se per caso abbiamo sbagliato, siamo certi che ci corrigerete.

Matteo Corallo
classe 1987, laureato in Giurisprudenza a Trieste, sua città natale, blogger. Dal dicembre 2013 vive in pianta stabile a Berlino, dove si diletta a scrivere di Germania e dintorni tentando di verificare se è vero quanto si dice sul mito tedesco della “locomotiva d’Europa”. Dal febbraio 2018 collabora con il Deutsch – Italia, per il quale scrive di politica, attualità ed anche piccole curiosità berlinesi, a suo modesto parere non analizzate a sufficienza dai media cosiddetti mainstream. Per contatti: m.corallo@ildeutschitalia.com.

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