Sul debito italiano si sta alzando una nube piroclastica che oltra allo stivale già malconcio, rischia di inghiottirsi pure quel che resta dell’Europa. Vogliamo allora parlarne di questo famoso debito italiano? Parliamone, ma avviso i naviganti: sarà una cosa lunga. Per iniziare un po’ di dati:

  1. Valore del debito pubblico italiano a marzo 2018: 2300 miliardi di euro (per tutti i dati Banca d’Italia), costituiti principalmente da titoli di Stato.
  2. Detentori del debito: 68,7 per cento persone fisiche o enti residenti in Italia; 31,3 per cento persone fisiche o enti non residenti (di cui solo il 4 per cento in Germania).
  3. Quota del debito italiano in mano alla Bce, tramite la Banca d’Italia, in seguito a operazioni di Quantitative Easing: 20 per cento (pari a circa 460 miliardi di euro).
  4. Rapporto Debito/Pil = 132 per cento. (il limite fissato dai trattati europei è del 60 per cento)
  5. Interessi passivi (costo del debito a fronte degli interessi sui titoli): 60 miliardi.
  6. Fabbisogno netto statale (vale a dire ciò di cui lo Stato italiano ha bisogno ogni anno per funzionare): 40 miliardi.
  7. Fabbisogno annuale dello Stato (fabbisogno netto + interessi passivi sul debito): 100 miliardi.
  8. Costo combinato di corruzione + evasione fiscale stimato dalla Corte dei conti: 100-150 miliardi, sebbene la cifra sia controversa perché, per sua natura, il fenomeno sfugge a rilevamenti statistici certi e quindi risulta difficile da quantificare con esattezza.

Intanto va detto subito che il debito tedesco e quello francese non sono poi tanto migliori, segnando rispettivamente 1.964 e 2218 miliardi di euro. La differenza è piuttosto di tipo qualitativo. Gli operatori internazionali (enti finanziari, mercati internazionali, agenzie di rating, Stati esteri, investitori, grandi banche ecc.) giudicano i debiti francese e tedesco stabili e strutturati, quindi meno a rischio, mentre quello italiano no. Per ovvi motivi di spazio, non è possibile approfondire qui la questione, ma il dato va comunque tenuto a mente.

Tornando a noi, gli ultimi tre punti dicono che ogni anno lo Stato italiano deve trovare dai 200 ai 250 miliardi di euro per: a) far funzionare i propri enti (amministrazione, sanità, scuola, difesa ecc.); b) ripagare gli interessi passivi sul debito; e c) mantenere evasori e corruttori. In altre parole, solo un quinto della spesa pubblica reale è destinato a investimenti produttivi in sanità, scuola, lavoro e amministrazione, mentre il resto finisce in interessi passivi e criminalità. Va notato poi che ogni volta che lo spread aumenta (differenziale tra tassi di interesse dei titoli di Stato italiani e tedeschi) il costo del debito cresce. Dato questo scenario pensare di diminuire il debito, cioè aggredire il suo nucleo al netto degli interessi passivi, è pura utopia. Però c’è un però.

Mario Draghi © CC BY-SA 2.0 World Economic Forum

Il punto 3 merita di essere visto più da vicino, sia perché rappresenta la fetta più consistente del debito italiano, sia perché è oggetto di polemica continua con la Germania. Stiamo parlando del famoso Quantitative Easing (QE) inaugurato da Draghi nel 2015 sulla falsariga della politica della “Federal Reserve” negli Usa. Detto in parole povere il QE è un’operazione finanziaria che consente alla Banca Centrale Europea (Bce) di acquistare i titoli di Stato di un Paese per sostenerne il debito. Semplificando molto funziona così: la Bce apre una linea di credito su una banca nazionale, nel caso nostro la Banca d’Italia, con il mandato di usare quel credito per acquistare titoli di Stato italiani. Da dove prende i soldi la Bce per fare questo? Risposta: dal nulla. La moneta per questa operazione viene creata dal nulla e nel nulla dovrà tornare, come vedremo.

Certa stampa tedesca si ostina a ripetere che l’acquisto di titoli italiani da parte della Bce sia finanziato con i soldi dei risparmiatori tedeschi. Si tratta di propaganda mirata a screditare il QE. Come detto sopra, la moneta per tale scopo viene creata pigiando un tasto sul computer, e non usando conti correnti o depositi reali.

Palazzo Koch sede di Banca d’Italia © CC BY-SA 3.0 Lalupa WC

Come per magia la Banca d’Italia si trova sul conto una disponibilità di spesa da usare per acquistare titoli di Stato italiani. Sempre come per magia lo Stato italiano trova un acquirente per i titoli e può finanziare il suo fabbisogno (e, ahinoi, le sue catene di clientele e corruzione) senza dover sottostare alle pressioni speculative dei mercati internazionali. Un mondo perfetto, se non fosse per un problema. Perché così come sono stati creati, i soldi devono essere distrutti. Dal nulla sono arrivati e nel nulla devono tornare altrimenti, se rimanessero impigliati da qualche parte, rischierebbero di infiammare l’inflazione, creando un effetto domino potenzialmente incontrollabile. Un po’ come avvenne in Germania durante la “Repubblica di Weimar”. Lo Stato italiano deve quindi restituire il debito alla Banca d’Italia, la quale lo girerà alla Bce, la quale a sua volta annullerà la posizione schiacciando un altro tasto del computer. Fine. Da questo punto di vista il QE è un po’ come un impulso di energia: la prima sfera riceve una spinta, la spinta viene trasferita alla seconda e avanti così fino a quando l’impulso ritorna al punto di partenza e lì viene sedato. Il risultato sperato è quello di rimettere in moto l’economia e placare la speculazione sui titoli di Stato a rischio. Una ristrutturazione di questa parte di debito, come aveva abbozzato qualcuno durante le trattative del governo Lega-5 stelle, sarebbe una strada sicuramente percorribile, perché non metterebbe in discussione crediti reali, ma virtuali, anche se l’operazione non è esente da rischi e pericoli, come vedremo. Ma torniamo un momento ai tedeschi.

Perché i tedeschi vedono il QE come fumo negli occhi? Dal momento che, come fatto notare poco sopra, il QE non impegna soldi di qualcuno, ma li crea ex nihilo? Perché tanta ostilità da parte tedesca alla cancellazione, almeno parziale, del debito generata da questa operazione? I motivi sono almeno tre.

Innanzitutto, va fatto notare che nel Paese della fenomenologia del Dasein (l’esser-ci, l’esistenza), l’essere che emerge dal nulla per poi tornare nel nulla è l’equivalente di una bestemmia in chiesa. L’essere o è sempre, o non è mai. I soldi o ci sono o non ci sono. Il resto è gioco da prestigiatori. Il secondo motivo è più concreto e sicuramente condivisibile. Se si rimettesse questa parte di debito italiano, si potrebbe andare incontro a due rischi potenzialmente catastrofici. Primo: la quantità di moneta in circolazione aumenterebbe più del voluto rischiando di infiammare l’inflazione. Secondo: altri Stati dal debito malconcio (Grecia sicuramente, ma anche Spagna, Portogallo e perché no, pure la Francia che fa tanto la splendida, ma che non è messa affatto bene) potrebbero pretendere lo stesso trattamento dando inizio a un effetto domino che porterebbe al collasso della moneta. Il terzo motivo è un po’ da “paraculi”: perché loro non ne hanno bisogno. Per il momento.

E intanto “Der Spiegel” continua nella sua opera di “pacificazione” degli animi

Il rigore tedesco in questa materia, come in altre, è importante perché fa da contrappeso a fughe in avanti potenzialmente pericolose e superficialità di cui i politici, soprattutto italiani, hanno dato spesso prova. Basti ricordare le pensioni baby (prepensionamento a 40 anni) elargite dai governi italiani negli anni Ottanta, abusando proprio della funzione monetaria. Però anche il rigore va misurato e non va applicato sempre allo stesso modo in ogni tempo. In altre parole, esiste sicuramente una via per ristrutturare il debito italiano agendo sulla quota detenuta dalla Bce, senza mettere a rischio la stabilità finanziaria del sistema. E questa via può essere imboccata solo con un accordo condiviso a livello europeo. Una decisione importante, che andrebbe a rivedere in modo critico i meccanismi che regolano l’eurozona. Una buona occasione, forse l’ultima, per iniziare a parlare di Europa in modo diverso. Anche perché oggi tocca a noi, ma domani potrebbe toccare alla Francia, o al Portogallo o di nuovo alla Grecia.

Diciamo che un buon deal da parte europea potrebbe suonare grosso modo così: vediamo cosa si può fare per ridurre il vostro debito verso la Bce, intanto voi vi date da fare per sanare il resto, cominciando con il ridurre la voce “corruzione ed evasione fiscale” a zero. Vabbè, a quasi zero dai.

P.S.: poi ci sono i masochisti che rivorrebbero le politiche da beccamorto di Mario Monti l’imbalsamatore: distruzione sistematica della domanda interna e Iva a manetta. Che è un po’ come debellare la malattia uccidendo il paziente. Questione di gusti.

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Spread e debito pubblico visto da Milena Gabanelli

© Youtube REPORTER*

Sul debito italiano si sta alzando una nube piroclastica che oltra allo stivale già malconcio, rischia di inghiottirsi pure quel che resta dell’Europa. Vogliamo allora parlarne di questo famoso debito italiano? Parliamone, ma avviso i naviganti: sarà una cosa lunga. Per iniziare un po’ di dati:

  1. Valore del debito pubblico italiano a marzo 2018: 2300 miliardi di euro (per tutti i dati Banca d’Italia), costituiti principalmente da titoli di Stato.
  2. Detentori del debito: 68,7 per cento persone fisiche o enti residenti in Italia; 31,3 per cento persone fisiche o enti non residenti (di cui solo il 4 per cento in Germania).
  3. Quota del debito italiano in mano alla Bce, tramite la Banca d’Italia, in seguito a operazioni di Quantitative Easing: 20 per cento (pari a circa 460 miliardi di euro).
  4. Rapporto Debito/Pil = 132 per cento. (il limite fissato dai trattati europei è del 60 per cento)
  5. Interessi passivi (costo del debito a fronte degli interessi sui titoli): 60 miliardi.
  6. Fabbisogno netto statale (vale a dire ciò di cui lo Stato italiano ha bisogno ogni anno per funzionare): 40 miliardi.
  7. Fabbisogno annuale dello Stato (fabbisogno netto + interessi passivi sul debito): 100 miliardi.
  8. Costo combinato di corruzione + evasione fiscale stimato dalla Corte dei conti: 100-150 miliardi, sebbene la cifra sia controversa perché, per sua natura, il fenomeno sfugge a rilevamenti statistici certi e quindi risulta difficile da quantificare con esattezza.

Intanto va detto subito che il debito tedesco e quello francese non sono poi tanto migliori, segnando rispettivamente 1.964 e 2218 miliardi di euro. La differenza è piuttosto di tipo qualitativo. Gli operatori internazionali (enti finanziari, mercati internazionali, agenzie di rating, Stati esteri, investitori, grandi banche ecc.) giudicano i debiti francese e tedesco stabili e strutturati, quindi meno a rischio, mentre quello italiano no. Per ovvi motivi di spazio, non è possibile approfondire qui la questione, ma il dato va comunque tenuto a mente.

Tornando a noi, gli ultimi tre punti dicono che ogni anno lo Stato italiano deve trovare dai 200 ai 250 miliardi di euro per: a) far funzionare i propri enti (amministrazione, sanità, scuola, difesa ecc.); b) ripagare gli interessi passivi sul debito; e c) mantenere evasori e corruttori. In altre parole, solo un quinto della spesa pubblica reale è destinato a investimenti produttivi in sanità, scuola, lavoro e amministrazione, mentre il resto finisce in interessi passivi e criminalità. Va notato poi che ogni volta che lo spread aumenta (differenziale tra tassi di interesse dei titoli di Stato italiani e tedeschi) il costo del debito cresce. Dato questo scenario pensare di diminuire il debito, cioè aggredire il suo nucleo al netto degli interessi passivi, è pura utopia. Però c’è un però.

Mario Draghi © CC BY-SA 2.0 World Economic Forum

Il punto 3 merita di essere visto più da vicino, sia perché rappresenta la fetta più consistente del debito italiano, sia perché è oggetto di polemica continua con la Germania. Stiamo parlando del famoso Quantitative Easing (QE) inaugurato da Draghi nel 2015 sulla falsariga della politica della “Federal Reserve” negli Usa. Detto in parole povere il QE è un’operazione finanziaria che consente alla Banca Centrale Europea (Bce) di acquistare i titoli di Stato di un Paese per sostenerne il debito. Semplificando molto funziona così: la Bce apre una linea di credito su una banca nazionale, nel caso nostro la Banca d’Italia, con il mandato di usare quel credito per acquistare titoli di Stato italiani. Da dove prende i soldi la Bce per fare questo? Risposta: dal nulla. La moneta per questa operazione viene creata dal nulla e nel nulla dovrà tornare, come vedremo.

Certa stampa tedesca si ostina a ripetere che l’acquisto di titoli italiani da parte della Bce sia finanziato con i soldi dei risparmiatori tedeschi. Si tratta di propaganda mirata a screditare il QE. Come detto sopra, la moneta per tale scopo viene creata pigiando un tasto sul computer, e non usando conti correnti o depositi reali.

Palazzo Koch sede di Banca d’Italia © CC BY-SA 3.0 Lalupa WC

Come per magia la Banca d’Italia si trova sul conto una disponibilità di spesa da usare per acquistare titoli di Stato italiani. Sempre come per magia lo Stato italiano trova un acquirente per i titoli e può finanziare il suo fabbisogno (e, ahinoi, le sue catene di clientele e corruzione) senza dover sottostare alle pressioni speculative dei mercati internazionali. Un mondo perfetto, se non fosse per un problema. Perché così come sono stati creati, i soldi devono essere distrutti. Dal nulla sono arrivati e nel nulla devono tornare altrimenti, se rimanessero impigliati da qualche parte, rischierebbero di infiammare l’inflazione, creando un effetto domino potenzialmente incontrollabile. Un po’ come avvenne in Germania durante la “Repubblica di Weimar”. Lo Stato italiano deve quindi restituire il debito alla Banca d’Italia, la quale lo girerà alla Bce, la quale a sua volta annullerà la posizione schiacciando un altro tasto del computer. Fine. Da questo punto di vista il QE è un po’ come un impulso di energia: la prima sfera riceve una spinta, la spinta viene trasferita alla seconda e avanti così fino a quando l’impulso ritorna al punto di partenza e lì viene sedato. Il risultato sperato è quello di rimettere in moto l’economia e placare la speculazione sui titoli di Stato a rischio. Una ristrutturazione di questa parte di debito, come aveva abbozzato qualcuno durante le trattative del governo Lega-5 stelle, sarebbe una strada sicuramente percorribile, perché non metterebbe in discussione crediti reali, ma virtuali, anche se l’operazione non è esente da rischi e pericoli, come vedremo. Ma torniamo un momento ai tedeschi.

Perché i tedeschi vedono il QE come fumo negli occhi? Dal momento che, come fatto notare poco sopra, il QE non impegna soldi di qualcuno, ma li crea ex nihilo? Perché tanta ostilità da parte tedesca alla cancellazione, almeno parziale, del debito generata da questa operazione? I motivi sono almeno tre.

Innanzitutto, va fatto notare che nel Paese della fenomenologia del Dasein (l’esser-ci, l’esistenza), l’essere che emerge dal nulla per poi tornare nel nulla è l’equivalente di una bestemmia in chiesa. L’essere o è sempre, o non è mai. I soldi o ci sono o non ci sono. Il resto è gioco da prestigiatori. Il secondo motivo è più concreto e sicuramente condivisibile. Se si rimettesse questa parte di debito italiano, si potrebbe andare incontro a due rischi potenzialmente catastrofici. Primo: la quantità di moneta in circolazione aumenterebbe più del voluto rischiando di infiammare l’inflazione. Secondo: altri Stati dal debito malconcio (Grecia sicuramente, ma anche Spagna, Portogallo e perché no, pure la Francia che fa tanto la splendida, ma che non è messa affatto bene) potrebbero pretendere lo stesso trattamento dando inizio a un effetto domino che porterebbe al collasso della moneta. Il terzo motivo è un po’ da “paraculi”: perché loro non ne hanno bisogno. Per il momento.

E intanto “Der Spiegel” continua nella sua opera di “pacificazione” degli animi

Il rigore tedesco in questa materia, come in altre, è importante perché fa da contrappeso a fughe in avanti potenzialmente pericolose e superficialità di cui i politici, soprattutto italiani, hanno dato spesso prova. Basti ricordare le pensioni baby (prepensionamento a 40 anni) elargite dai governi italiani negli anni Ottanta, abusando proprio della funzione monetaria. Però anche il rigore va misurato e non va applicato sempre allo stesso modo in ogni tempo. In altre parole, esiste sicuramente una via per ristrutturare il debito italiano agendo sulla quota detenuta dalla Bce, senza mettere a rischio la stabilità finanziaria del sistema. E questa via può essere imboccata solo con un accordo condiviso a livello europeo. Una decisione importante, che andrebbe a rivedere in modo critico i meccanismi che regolano l’eurozona. Una buona occasione, forse l’ultima, per iniziare a parlare di Europa in modo diverso. Anche perché oggi tocca a noi, ma domani potrebbe toccare alla Francia, o al Portogallo o di nuovo alla Grecia.

Diciamo che un buon deal da parte europea potrebbe suonare grosso modo così: vediamo cosa si può fare per ridurre il vostro debito verso la Bce, intanto voi vi date da fare per sanare il resto, cominciando con il ridurre la voce “corruzione ed evasione fiscale” a zero. Vabbè, a quasi zero dai.

P.S.: poi ci sono i masochisti che rivorrebbero le politiche da beccamorto di Mario Monti l’imbalsamatore: distruzione sistematica della domanda interna e Iva a manetta. Che è un po’ come debellare la malattia uccidendo il paziente. Questione di gusti.

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Spread e debito pubblico visto da Milena Gabanelli

© Youtube REPORTER*

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Edoardo Laudisi classe 1967, laureato in Economia, scrittore e traduttore. Nel 2001 ha pubblicato il romanzo Zenone (Prospektiva Letteraria) nel 2014 l’ebook Superenalotto (self publishing) nel 2015 il romanzo Sniper Alley (Elison Publishing) e nel 2018 il romanzo Le Rovine di Babele (Bibliotheka Edizioni). Appassionato di poesia, nel 2007 ha diretto e prodotto il documentario Poesia Final con interviste ai maggiori poeti contemporanei. Attualmente vive a Berlino.

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