Maestrina PIIGS © il Deutsch-Italia
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Piigs © il Deutsch-Italia

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“Su bambini, ripetete con me: occorre centrare il pareggio di bilancio”. Così la maestra d’Europa, l’inflessibile Germania, ripeteva agli scolari europei, in particolar modo ai cattivi PIIGS (Portogallo, Irlanda, Italia, Grecia e Spagna) che non facevano i compiti a casa. Si è poi visto cosa sia costato alla piccola Grecia aderire a questo mantra. Lacrime e sangue, nel vero e proprio senso della parola. In Italia, nell’ormai lontano 2012, era il professor Monti che ce lo ripeteva, tanto da farlo mettere infine in Costituzione (nell’articolo 81) come fosse la panacea di tutti i mali del Belpaese che, diceva il professore di rimando, si ostinava a non fare i compiti a casa. Ebbene ora che il periodo delle vacche grasse sembra essere finito la “locomotiva d’Europa” sembra fare dietro front. “Ci siamo sbagliati, compagni”, per parafrasare la sorte di Emilio Guarnaschelli. Il pareggio di bilancio non va bene, anzi…

Ma si sa, i tempi cambiano e cambiano anche le idee. Peccato che a volte costano molto caro.

Costituzione tedesca

Costituzione tedesca

A dire il vero il pareggio di bilancio, il cosiddetto “Schwarze Null”, sancito nel 2009 con la legge costituzionale denominata “Die Schuldenbremse” (il freno all’indebitamento, letteralmente), in Germania c’è da molto tempo. Lo ha nella sua Grundgesetz (l’equivalente della nostra Costituzione) dal 1949, all’articolo 110, laddove dice testualmente: “Tutte le entrate e le uscite della Federazione sono incluse nel bilancio; … Il bilancio deve essere in pareggio in entrate e spese.”. Il ricordo di Weimar è ben stampato nell’anima dei tedeschi, e ce l’hanno così a cuore che, come abbiamo detto, l’hanno imposto anche agli altri Paesi dell’Unione. Per l’esattezza tutto è iniziato nella primavera del 2010, allorquando la Germania chiese agli altri Stati membri di inasprire le regole sul raggiungimento del pareggio di bilancio: questo avrebbe comportato una rigorosissima applicazione di Maastricht (rapporto deficit/Pil inferiore al 3 per cento e rapporto debito pubblico lordo/Pil non superiore al 60 per cento). Dopo qualche mese di trattative, il 30 gennaio 2012 i rappresentati degli esecutivi dei Paesi dell’Unione, costituenti il Consiglio europeo, con l’eccezione del Regno Unito e della Repubblica Ceca, approvarono il nuovo patto di bilancio, denominato “fiscal compact”. Tale patto non è mai passato al vaglio del Parlamento Europeo, né è stato proposto come direttiva dalla Commissione.

Solo i Paesi che hanno introdotto tale regola entro il 1° marzo 2014 possono ottenere eventuali prestiti da parte del “Meccanismo Europeo di Stabilità” (MES), ossia quello che fino al 2011 si chiamava ancora “Fondo europeo di stabilità finanziaria” (FESF), detto anche Fondo salva-Stati (in inglese European Stability Mechanism – ESM), istituito dalle modifiche al Trattato di Lisbona (art. 136) approvate il 23 marzo 2011 dal Parlamento europeo e ratificate dal Consiglio europeo a Bruxelles il 25 marzo 2011.

Bundesverfassungsgericht © CC BY-SA 3.0 Rainer Lück 1RL.de WC

Bundesverfassungsgericht © CC BY-SA 3.0 Rainer Lück 1RL.de WC

L’attuazione del fondo era stata temporaneamente sospesa in attesa della pronuncia da parte della Corte costituzionale della Germania sulla legittimità del fondo stesso con l’ordinamento tedesco, in seguito ad un ricorso della Linke. La Corte di Karlsruhe sciolse il nodo giuridico il 12 settembre 2012, quando si pronunciò, purché venissero applicate alcune limitazioni, in favore della sua compatibilità con il sistema costituzionale tedesco (il Bundestag non può mettere in atto procedure permanenti da cui derivi l’assunzione di responsabilità per le decisioni volontarie di altri Stati membri e che per la ratifica del patto di bilancio in Parlamento occorre la maggioranza dei due terzi, prevista per le leggi costituzionali).

La Germania nel giugno del 2011 mise nel MES ben 211miliardi di euro per “salvare” la Grecia (di qui le proteste della Linke). In realtà quel che è sottaciuto, è che quei miliardi non servirono per aiutare i greci, i cui governi sicuramente colpevoli avevano indebitato fortemente il Paese, bensì le banche creditrici che erano prevalentemente tedesche e francesi. Risultato la Grecia non ne ebbe affatto beneficio, come abbiamo detto sopra. Da allora il pareggio di bilancio lo hanno inserito quasi tutti i Paesi dell’Unione. Per la precisione, solo per fare due esempi, la Spagna nell’art. 135 della Costituzione, con legge del 27 settembre 2011, e la Francia con la “Loi organique” (che non è però in Costituzione) il 17 dicembre del 2012.

Michael Hüther © CC BY-SA 2.0 Johannes Christ Flickr

Michael Hüther © CC BY-SA 2.0 Johannes Christ Flickr

Ora, da quanto riporta “Die Zeit”, economisti come Michael Hüther, direttore dell’Institut der deutschen Wirtschaf, sostengono che dal punto di vista della politica economica si tratta di una legge miope, in quanto «a causa del blocco all’indebitamento non è più possibile fare importanti investimenti per il futuro». Pertanto si cercano trucchetti che permettano di far spendere allo Stato centrale e a quelli regionali senza che tutto questo venga a ricadere nel bilancio dello Stato federale. Un esempio per tutti è quello che sta attuando il Senato di Berlino che, per ristrutturare e costruire nuove scuole, si sta concentrando sempre di più sui cosiddetti partenariati pubblici-pubblici. Il Land trasferisce i terreni o le scuole da ristrutturare ad una società per l’edilizia residenziale municipale. Questa si fa prestare denaro sul mercato dei capitali, costruisce o rinnova le scuole e le affitta per 25 anni ai diversi municipi della Capitale, ed il gioco è fatto.

Tutti i partiti si preparano per le prossime elezioni, e tagli delle tasse e risparmio per i cittadini sono la parola d’ordine. Ma questo comporta problemi per le entrate dello Stato, e allora è la spesa pubblica che ne risente (ne sappiamo qualcosa noi, Paesi “spendaccioni” del Sud Europa). Tagli alla spesa pubblica vogliono dire, ad esempio, minori investimenti nelle infrastrutture, e quelle tedesche stanno invecchiando a vista d’occhio. Dunque il sogno tedesco della fine del debito (si è calcolato che dall’attuale 64,1 per cento del rapporto debito pubblico/Pil, si passerà al 42,4 nel 2023, per sparire addirittura entro 15 anni) potrebbe diventare un incubo molto prima di vederne i benefici. Non ci saranno più titoli di Stato tedeschi da acquistare e si porrà il problema di dove investire il denaro liquido (che sarà probabilmente messo nel mercato azionario, molto più fluttuante). Il che renderà instabili i “mercati” finanziari.

Marcel Fratzscher © SPÖ Presse und Kommunikation CC BY-SA 2.0 Flickr

Marcel Fratzscher © SPÖ Presse und Kommunikation CC BY-SA 2.0 Flickr

D’altro canto, come aveva messo in guardia sempre su “Die Zeit” lo scorso agosto, dopo la tragedia del ponte Morandi di Genova, Marcel Fratzscher, presidente del “Deutsches Institut für Wirtschaftsforschung”, ossia l’Istituto tedesco per la ricerca economica, «la mancanza di investimenti pubblici… polarizza il Paese e la società ed è in definitiva responsabile per il divario crescente fra il Sud e il Nord e per le condizioni di vita sempre più disuguali. Si tratta inoltre di una minaccia per l’attrattività economica e produttiva della Germania e quindi per il lavoro, il reddito e il benessere nel nostro Paese». E ancora: «Il pareggio di bilancio ha una parte importante della colpa nella difficile situazione di mancanza di investimenti in cui si sono trovati molti comuni e molte regioniLo Stato tedesco vive della sua sostanza. Il deterioramento delle infrastrutture pubbliche è soprattutto un crimine ai danni delle generazioni future».

Cambiare opinione è più che lecito, ma bisognerebbe anche imparare a non bacchettare gli altri perché applichino le regole che gli si vogliono imporre e poi dire che le regole non valgono più solo quando non ci fa più comodo. Predicare bene e razzolare male non aiuta la coesione del Continente, già decisamente in affanno di consensi in più Stati dell’Unione.

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