Nuvole nere
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Eric Gujer © Twitter

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Il Neuen Zürcher Zeitung è da sempre un giornale che si rivolge a quello che un tempo veniva definito il ceto borghese medio. Una specie di “Correre della Sera svizzero, conosciuto per le sue posizioni moderate e non certo estremiste. Ebbene qualche giorno fa il capo redattore Eric Gujer ha pubblicato un articolo sulle conseguenze di lunga portata della decisone di Angela Merkel di aprire le frontiere nel 2015, destinato sicuramente a fare discutere.

Der andere Blick, traducibile con “l’altro sguardo”, è il titolo dell’articolo che inizia così: «Il numero dei richiedenti asilo diminuisce, ma la polarizzazione della società tedesca aumenta. Gli animi surriscaldati rendono quasi impossibile un comportamento decoroso ed erodono perfino lo Stato di diritto. Certe volte si vorrebbe urlare alla Germania: per favore calmatevi, scalate di una marcia, la vita continua. Ma sembra inutile. Tre anni dopo, i semi velenosi della crisi dei profughi hanno germogliato».

© il Deutsch-Italia

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Eric Gujer fa l’esempio del caso Sami A., l’islamista sospettato di essere stato una guardia del corpo di Osama Bin Laden e rimpatriato a forza dalla polizia tedesca in Tunisia, nonostante il Tribunale federale per migranti e profughi (BAMF) ne avesse proibito il ritorno in patria, a causa della tortura praticata nelle carceri del Paese nordafricano. La sentenza di non respingimento fu emessa quando Sami A. si trovava già in volo sopra al Mediterraneo, e rappresenta un conflitto tra potere giudiziario ed esecutivo che, se reiterato, alla lunga rischierebbe di screditare entrambi agli occhi dei cittadini, aprendo la strada a scorciatoie avventuristiche. In un altro passo dell’articolo il caporedattore fa riferimento allo shitstorm che ha travolto la giornalista del settimanale “Die Zeit” Mariam Lau, per aver pubblicato un articolo (lo trovate qui) che mette seriamente in discussione l’operato delle Ong nel Mediterraneo. Gli argomenti esposti dalla giornalista sono decisi, ma assolutamente civili. Ciononostante, i sostenitori delle frontiere aperte hanno dimostrato una totale incapacità al dibattito civile e democratico, sotterrando la giornalista sotto una montagna di commenti d’odio e insulti osceni.

Profughi in Grecia © Flickr Unione Europea CC BY-SA 4.0

Profughi in Grecia © Flickr Unione Europea CC BY-SA 4.0

Traendo spunto da questi due fatti, Gujer spiega come essi siano indicativi per capire in quale direzione si sia mossa la Germania successivamente alla decisione di far entrare un milione e mezzo di migranti nel Paese. Secondo l’articolista infatti «I profeti del refugees welcome non vollero nemmeno prendere in considerazione l’impatto che una migrazione di massa avrebbe avuto sulla società. Tali conseguenze, infatti, superavano di molto le loro capacità di comprendere l’enormità dello sforzo necessario per accogliere e assorbire un numero di stranieri così elevato». Gli effetti non si fecero attendere e la società tedesca incominciò a mutare. Sulle prime si trattò di attacchi di estremisti di destra ai centri di accoglienza; attacchi che lo Stato fu in grado di contrastare e stroncare sul nascere. Tuttavia, la mutazione proseguì e raggiunse il centro della società incarnandosi nel nuovo partito AfD (Alternativa per la Germania), che prima del 2015 raccoglieva appena il 4 per cento di consenso – e si occupava prevalentemente di temi economico-finanziari – e due anni dopo raggiunse il 17 per cento, parlando solo di immigrazione. Oggi questo partito può permettersi di definire l’olocausto una “cacchetta di piccione” della storia tedesca, disquisire su come certi politici tedeschi di origine turca a loro non graditi debbano essere smaltiti in Anatolia, e sedere tranquillamente in Parlamento a godersi lo spettacolo delle reazioni scomposte alle dichiarazioni dei suoi membri. Di conseguenza «La massa trova sempre un nuovo pretesto per sciacquare la sua presunta superiorità morale nelle sue stesse bave, ben sapendo che non dovrà mai rispondere di ciò che dice. La cultura del dibattito intelligente viene distrutta. Ascolto paziente e rispetto per le opinioni altrui oggi sono merce rara».

Profughi 2015 23 © Irish Defence Force CC BY-SA 2.0 Flickr

Profughi 2015 23 © Irish Defence Force CC BY-SA 2.0 Flickr

Per arginare la deriva e riguadagnare il consenso elettorale, il governo è costretto ad agire duramente per rimediare al disastro provocato dalla sua stessa miopia. E Gujer fa notare come molti sostenitori delle frontiere aperte a tutti i costi si siano trasformati in hardliner del “non uno di più”. Ma ciò potrebbe non bastare, perché «La stabilità del sistema politico garantita dai partiti, che era un punto centrale della Repubblica Federale Tedesca, è solo un ricordo e molto probabilmente non tornerà più. Coloro che in passato avevano parlato in modo malizioso del tramonto dei partiti popolari in Germania, oggi forse sarebbero meno audaci. Forse però, per apprezzare veramente le cose bisogna perderle».

La conclusione è amara. «Gli errori del passato manifestano le loro conseguenze negative con ritardo. Avvenimenti estremi come la crisi dei profughi provocano reazioni estreme certe volte soltanto dopo anni. In questo senso una società non funziona diversamente da un organismo dove alcune malattie hanno un lungo periodo di incubazione prima di esplodere. Per questo coloro che pensano che ridurre il flusso di profughi risolva il problema si sbagliano. Una volta provocati, certi movimenti sotterranei non si lasciano liquidare così facilmente».

Erodgan Özil© Youtube Daily Mail

Erodgan Özil© Youtube Daily Mail

Il caso del calciatore Mesut Özil, l’ennesimo sul quale la società tedesca si sta spaccando, sembra confermare le preoccupazioni di Gujer. Si ha l’impressione che questo Paese non sia più in grado di discutere di sé stesso e del suo modello di società. Il dibattitto si arena immediatamente sui fronti: migranti, frontiere aperte o chiuse, musulmani radicali, impossibilità di integrazione. A differenza del passato però, dove in questioni analoghe i fronti erano in movimento e tutta la società si muoveva con essi, oggi sono statici, duri, intransigenti e mirano non tanto a una ragionevole sintesi di compromesso, ma alla disfatta totale dello schieramento nemico.

Forse però la perdita più grave a cui nessuno accenna è la perdita di identità europea. Nessuno (a parte il nostro vignettista) menziona più il processo di integrazione europeo che negli anni novanta del secolo scorso era in cima alla lista dei desideri di tutti i Paesi. Il discorso economico-finanziario fondato sul paradigma neoliberale, per cui l’unico luogo preposto a definire l’individuo e i suoi bisogni è il mercato, ha distrutto ogni prospettiva basata sulla condivisione e il confronto culturale. L’arrivo di milioni di non europei ha dato il resto, e l’impressione è che basti una crisi finanziaria appena un po’ più forte dell’ultima, per far saltare tutto.

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La Cancelliera Angela Merkel: “Abbiamo fatto così tanto. Ce la faremo”

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Edoardo Laudisi classe 1967, laureato in Economia, scrittore e traduttore. Nel 2001 ha pubblicato il romanzo Zenone (Prospektiva Letteraria) nel 2014 l’ebook Superenalotto (self publishing) nel 2015 il romanzo Sniper Alley (Elison Publishing) e nel 2018 il romanzo Le Rovine di Babele (Bibliotheka Edizioni). Appassionato di poesia, nel 2007 ha diretto e prodotto il documentario Poesia Final con interviste ai maggiori poeti contemporanei. Attualmente vive a Berlino.

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