family-1227834_1280_ridimensionarePoi ci si stupisce ogniqualvolta si scopre che la Germania ha una marcia in più. Se quello sui migranti è il test più importante che l’Europa è chiamata ad affrontare da molto tempo a questa parte, nessuno dei Paesi europei sta investendo sulla cultura dell’accoglienza e dell’integrazione come i tedeschi.

Né la Francia, né l’Italia, né l’Inghilterra per non parlare delle altre nazioni europee, si stanno impegnando in uno sforzo comunicativo e ideologico paragonabile a quello che mobilita la politica tedesca.

L’obiettivo è da una parte quello di offrire spunti documentati di riflessione ai privati cittadini desiderosi di orientarsi in un momento politicamente complesso, dall’altra parte difendere il progetto d’integrazione dai costanti attacchi delle frange della politica e della società refrattaria a ogni discorso sul “multiculturalismo”.

Christian Wulff © CC BY-SA 3.0 Pujanak

Christian Wulff © CC BY-SA 3.0 Pujanak

Si tenga a mente che quando il presidente della Repubblica Christian Wulff, in un discorso del 2010, citò l’Islam come religione appartenente alla Germania allo stesso titolo di ebraismo e cristianesimo, fu travolto da polemiche d’ogni sorta. Sei anni dopo – domenica 26 giugno a Sebnitz, in Sassonia – il suo successore Joachim Gauck, attualmente in carica, è sfuggito all’assalto di un neonazista armato, che insieme a un centinaio di altre persone lo apostrofava come “traditore del popolo”, proprio in virtù delle sue posizioni sul tema dell’immigrazione.

© Matthias Ritschel 1988-Immer-bunter.

© Matthias Ritschel 1988-Immer-bunter.

Sicché non sorprende, bensì conferma la centralità del tema nonché l’urgenza di parlarne a un vasto pubblico, la mostra al Deutsches Historisches Museum di Berlino, dal titolo “Immer bunter (“Sempre più colorati”, “Sempre più vari”). L’esposizione esalta l’importanza del tema dell’immigrazione nella storia del Paese, ricostruendone i percorsi a partire dal secondo Dopoguerra, ed evidenziando i frutti dell’educazione agli ideali di tolleranza e multiculturalismo.

Non a caso sempre di immigrazione si parla nel Padiglione tedesco alla 15ma Biennale di Architettura di Venezia. Making Heimat. Germany, Arrival Country, questo il titolo della mostra, sta lì a ricordare al mondo che la Germania nel 2015 ha aperto i suoi confini per ricevere oltre un milione di rifugiati. Sottolineando che sebbene i confini dell’Ue si siano in gran parte richiusi, migrazioni e accoglienza sono dinamiche che non si possono fermare.

syria-1202174_1280Making Heimat. Germany, Arrival Country presenta studi, storie di successo e un lungo inventario di progetti pensati per fornire un riparo per chi migra verso la Germania e altrove. La parola Heimat -solitamente tradotta come terra d’origine- qui traduce e riassume un concetto fluido gli ingredienti del quale sono la politica, la cultura e, naturalmente, l’architettura. Elementi indispensabili per integrare al meglio i nuovi arrivati.

Naturalmente, sono indispensabili residenzialità a basso costo, prossimità al lavoro e alle opportunità d’impresa Ma per far sì che i nuovi arrivati non siano né si sentano destinati solo ai lavori più umili, come accadde negli anni Sessanta, è essenziale insistere sin dal principio sull’apprendimento della lingua, istituire scuole di alto livello nei quartieri più disagiati, creare biblioteche pubbliche che facciano concorrenza ai centri di indottrinamento religioso. Così funziona in Germania.

Fear © Arno Declair

Fear © Arno Declair

Beninteso, anche qui l’accoglienza è un tema controverso: da una parte c’è la grande disponibilità dimostrata e un’Amministrazione per lo più efficiente; dall’altra parte, dopo i fatti della notte di capodanno a Colonia e la crescita dei partiti di destra, l’atmosfera si è avvelenata. Tuttavia c’è un certo modo di reagire destinato a far presa su vasti strati della società civile. Come lo spettacolo “Fear“ in scena dal prossimo 28 ottobre in uno dei maggiori teatri berlinesi, la Schaubühne, che porta la firma di Falk Richter, autore e regista senza paura di “onomastì komodèin“, di “mettere in burla chiamando per nome”, i tic di Frauke Petry, le smorfie di Marine Le Pen, le pulsioni antiabortiste di Gabriele Ku. E di proporre scene di satira, anche violenta, come quando vengono prese letteralmente a pugni le sagome di alcuni uomini politici dell’AfD Alternative für Deutschland, il partito di opposizione che predica un estremismo di chiaro stampo xenofobo.

Insomma, se la Sicilia è l’approdo e la Germania la meta sognata, a Berlino – unico esempio nella realtà europea – si investe su come rispondere in maniera ordinata all’esodo in atto, in modo che il rifugiato venga accolto dalla società non come una iattura, bensì come un’opportunità. In assonanza con lo storico Wir schaffen das, “Ce la possiamo fare”, con il quale – l’anno scorso di questi giorni -la cancelliera Angela Merkel annunciava al mondo l’apertura delle frontiere tedesche ai profughi.

Dopotutto il termine “multiculturalismo” esprime una visione della nazione come un insieme di identità, piuttosto che di classi. E tuttavia, le classi economiche continueranno a esistere, in un mondo dove il fossato tra i ricchi e i poveri continuerà ad allargarsi. Finora non vi è alcuna forza politica rilevante che difenda attivamente gli interessi dei più poveri e che lotti contro la crescente diseguaglianza tra le classi. Accade così in Europa e in gran parte dell’Occidente.

Il progetto di Angela Merkel, della “große Koalition” fra Cristiano-democratici e Socialdemocratici di trasformare il Paese in una miscela di differenze è un modo per evitare, in un futuro prossimo, quella guerra tra i poveri tanto auspicata in Italia dai Salvini e in Francia dalle Le Pen. E quindi, meglio raddrizzare il tiro accantonando persino il motto Gott mit uns, Dio cristiano del popolo germanico, e sostituirlo con l’anglosassone In God We trust, straordinariamente ecumenico e che – come l’oro – si rivolge a tutti. Insomma, nulla va trascurato purché il progetto si realizzi.

Immer bunter

vincenzomaddaloni.it

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