Treno verso il futuro © il Deutsch-Italia
Treno verso il futuro © il Deutsch-Italia
Europa Kaputt Mundi © il Deutsch-Italia

Europa Kaputt Mundi © il Deutsch-Italia

Eravamo da qualche parte in Germania vicino al confine francese. Il mio amico e compagno di classe con cui percorrevo l’Europa in Interrail mi corse incontro sventolando la cartolina appena acquistata allo spaccio della stazione. Il grande zaino quadrato stipato di roba che sobbalzava sulla schiena ad ogni falcata lo faceva assomigliare a un tartarugone delle Galapagos impegnato nello sprint dei cento metri. La cartolina mostrava un paesino medioevale incastonato in un paesaggio di foreste e valli nei pressi di Wiltz, nelle Ardenne. Dieci minuti dopo eravamo sul treno in direzione della nostra nuova meta scelta con una cartolina pescata a caso.

Se oggi qualcuno mi chiedesse cos’è per me l’Europa, probabilmente inizierei a parlare di trattati di Maastricht, moneta unica, sovranità monetaria, deflazione, nazionalismo economico degli Stati più forti mascherato da solidarietà, incapacità degli Stati più deboli mascherata dal vittimismo e coperta dai piagnistei, austerity ecc. Due palle. Così per trovare qualcosa di vitale, di palpitante, da associare alla parola Europa sono dovuto andare a cercare nei luoghi della mia memoria dove vive, e vivrà fino alla fine, l’essenza della mia gioventù. Quando l’integrazione europea correva sulla strada ferrata e il futuro non era ancora scritto. Perché per descrivere certe cose c’è solo la poesia, la musica, oppure devi essere Jack Kerouac. Der Weg ist das Ziel, la meta è il viaggio.

Il treno era Europa, i binari erano Europa, il viaggio di notte per risparmiare tempo e denaro era Europa.

Si partiva a giugno subito dopo la fine della scuola. In due, in tre, poi più avanti, nel periodo universitario, da solo. Un Interrail costava 150.000 lire, più o meno 75 euro, e ci viaggiavi in treno per un mese in tutta l’Europa occidentale più qualche paese dell’Est. Allora, siamo negli anni Ottanta, l’Europa non era quella trappola di regolamenti economici, trattati finanziari, meccanismi giuridici che scattano come tagliole appena metti il piede in fallo, ma aveva il sapore della libertà. Libertà dai confini nazionali, dal provincialismo del proprio Paese, dai limiti delle tradizioni famigliari. Un confine aperto verso un futuro tutto da scrivere. Non c’erano cellulari, niente tablet né portatili. Tutto avveniva in presa diretta scegliendo una meta con una cartolina o un compagno di viaggio con uno sguardo. La luce cambiava ad ogni confine così come la lingua, che mutava in punta di piedi durante una tratta notturna Parigi Lisbona.

Il treno era Europa, i binari erano Europa, il viaggio di notte per risparmiare tempo e denaro era Europa. Capitava di arrivare all’alba in un posto sperduto sul Mare del Nord attirati soltanto dal suono del nome, Ostenda, e poi la sera sentire nostalgia di qualcosa d’indefinibile, una tristezza strana, e l’amico che improvvisamente esclamava ispirato: a Lisbona. E Lisbona diventava la nuova terra promessa. Ma prima c’era la Spagna, i Pirenei, Roncisvalle, l’Orlando furioso e testardo che suona il corno solo alla fine. La Spagna, quel pezzo di Sudamerica che, quando Gondwana franò, rimase caparbiamente attaccato all’Europa. Con quei nomi da mito, Guernica, l’altopiano della Mancia, il Guadalquivir che attraversa l’Andalusia portandosi dietro tutto il carico della storia.

Der Weg ist das Ziel, ma anche le persone, gli incontri sono la meta. Lo sconosciuto nello scompartimento con il quale bevi vino rosso e parli tutta la notte di storia, politica, arte, calcio e ragazze. Tutto mischiato tutto fuso insieme come se fosse un argomento unico. Le ragazze dicevo. Semplicemente meravigliose, con certi occhi accesi dall’intelligenza. Curiose e allo stesso tempo guardinghe, estroverse, ma riservate, parlavano dei loro progetti e ti chiedevano dei tuoi e al centro c’era sempre lui, il viaggio, l’avventura, la libertà, l’incontro con lo sconosciuto. Se qualcuno allora mi avesse chiesto che cosa fosse per me l’Europa avrei indicato la strada ferrata, un paesaggio che sfreccia dal finestrino di un treno, uno scompartimento occupato da ragazzi con gli occhi accesi che parlano dei loro sogni in inglese, tedesco, francese, spagnolo, italiano, portoghese, greco, olandese. Che ne è stato di quei ragazzi e della loro Europa?

Poi la vita ti mette davanti a dei compiti inaspettati e quei compiti li devi fare anche se non vuoi. E mentre li fai loro ti portano lontano, da un’altra parte, là dove non avresti mai immaginato di andare. Questo è inevitabile e fa parte del processo di crescita; non si rimane ciò che si è, lo si diventa. Eppure, nel processo di crescita europeo qualcosa d’importante è andato perduto. Quell’idea di libertà, di apertura delle possibilità, di esplorazione, di mito per il quale vale la pena difendere una visione. La colpa maggiore è stata quella di aver lasciato che quella visione finisse nelle mani dei peggiori. Gente avvezza al calcolo, alla speculazione, al ricavo marginale fin dalla tenera età. Sono stati più bravi, più veloci e più rapaci e si sono presi tutto. Questa è la loro “europa”, rigorosamente in minuscolo, tarata sulla loro pochezza spirituale. Un meccanismo, una trappola economico-giuridica, una tagliola che scatta per difendere Pil, disavanzo primario, tasso di inflazione, saggio di profitto, tasso di cambio, austerity, rapporto debito/Pil, bilancia commerciale, export, surplus… Brexit.

Sbaglia chi pensa che il pericolo sia rappresentato dal sovranismo o dal ritorno dei nazionalismi. L’Europa l’hanno rovinata i cinici calcolatori camuffati da europeisti, che hanno spacciato per Europa quello che in realtà era un feroce meccanismo di controllo giuridico-finanziario. I barbari sovranisti sono la conseguenza di quell’inganno. Sono la furia degli ingannati. Sono la furia di Robespierre. Perché un meccanismo se ne frega della libertà, della giustizia, della sostenibilità ambientale, del progresso civile, dell’impatto della rivoluzione tecnologica sul destino delle persone, ma vuole soltanto preservare sé stesso e i suoi manovratori. Fino a quando, a son di passare da una crisi all’altra, non s’inceppa e allora viene giù tutto.

E che s’incepperà è certo, perché le contraddizioni dell’Unione Europea sono troppo profonde. L’Europa non è uno Stato federale integrato, ma non è neanche più un insieme di Stati completamente sovrani, in quanto i singoli Paesi hanno rinunciato a molti poteri, primo fra tutti quello monetario. L’Europa si è dotata di una moneta comune, ma i debiti non lo sono. Questo perché nessuno a Berlino o Amsterdam vuole pagare per i debiti contratti da Roma o Parigi; il che rende impossibile la costituzione di uno Stato federale. Quindi è necessario produrre una nuova visione, perché quella che ci ha guidato fino a qui si è consumata.

Ma se si vuole tentare di recuperare la visione prima del crollo, l’europa (minuscola) meccanicistica dei falsi europeisti deve sparire e i suoi manovratori devono essere messi da parte. Questa è la vera posta in palio alle elezioni europee del prossimo 23-26 maggio. Meglio rischiare di perdere un’Unione che non funziona, piuttosto che lasciare tutto com’è in attesa del crollo finale.

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Edoardo Laudisi classe 1967, laureato in Economia, scrittore e traduttore. Nel 2001 ha pubblicato il romanzo Zenone (Prospektiva Letteraria) nel 2014 l’ebook Superenalotto (self publishing) nel 2015 il romanzo Sniper Alley (Elison Publishing) e nel 2018 il romanzo Le Rovine di Babele (Bibliotheka Edizioni). Appassionato di poesia, nel 2007 ha diretto e prodotto il documentario Poesia Final con interviste ai maggiori poeti contemporanei. Attualmente vive a Berlino.

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