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Bandiera bavarese

Bandiera bavarese

Quando da noi in Italia si sente parlare di Germania, la prima cosa che probabilmente si pensa è che si tratta in questo momento del Paese più stabile in Europa. I dati macroeconomici sembrano parlare chiaro: i tassi di disoccupazione, in special modo nelle regioni ex occidentali come la Baviera, sono a livelli minimi, i salari di sicuro ben più alti rispetto a quelli medi italiani e, in definitiva, in Germania è ancora presente un sistema sociale per molti aspetti inesistente in Italia che garantisce un sussidio minimo di sopravvivenza a chi per esempio perde il proprio lavoro o magari, pur lavorando, abbia serie difficoltà ad arrivare a fine mese. Non sarà nemmeno un caso che negli ultimi anni la Repubblica federale, assieme agli altri Paesi del Nord Europa, si sia dimostrata un vero polo d’attrazione per milioni di persone alla ricerca di una vita migliore. Su questo non si discute.

denaroTuttavia vi sono anche qui dei lati poco noti del sistema economico tedesco, e magari sconosciuti in Italia. Uno di questi è la mancanza di una “tredicesima” per tutti i lavoratori, che qui in Germania si chiama letteralmente “denaro di Natale”. Secondo i dati statistici del portale online “Statista.de”, l’86 per cento degli impiegati con contratto collettivo (Tarifvertrag) in Germania riceve la tredicesima. Peccato però che all’interno della cosiddetta locomotiva d’Europa non tutti i lavoratori siano impiegati, con regolare contratto tariffario. Secondo un articolo del locale quotidiano del polo finanziario di Francoforte – la Frankfurter Rundschau – uscito a novembre del 2017, nelle regioni occidentali poco più del 51 per cento di tutti i lavoratori è impiegato a contratto tariffario. Statistiche ben più impietose si registrano invece nei Länder orientali, quelli per intenderci che facevano parte della defunta Germania Est, dove solo il 36 per cento degli impiegati lavora a contratto collettivo. Per comprendere appieno il trend, basti sapere che il medesimo quotidiano di stanza a Francoforte ha riportato che solo vent’anni fa in tutta la Germania, comprese quindi le nuove regioni dell’Est, circa i due terzi dei lavoratori potevano vantare un contratto collettivo. L’erosione del sistema di contrattazione collettiva, che tra i vari “privilegi” comprende appunto la tredicesima natalizia, ha subito un’accelerata dagli anni Novanta in poi, interessando soprattutto i lavoratori orientali, che invece durante la dittatura comunista della DDR erano “perfino” costretti ad avere un impiego pena una multa e, nei casi di recidiva, addirittura il carcere.

lavoroTornando al discorso della tredicesima non per tutti, ebbene sul totale dei lavoratori in Germania con o senza contratto tariffario che la prevede, essa coinvolge solo il 55 per cento di chi ha un impiego, con una predominanza di uomini che l’hanno ottenuta (57 per cento) rispetto alle donne (49 per cento, meno della metà). Ad essere “discriminati”, oltre le donne per l’appunto, sono anche i lavoratori part–time (45 per cento) e quelli dell’Est del Ppaese, con un misero 42 per cento. È plasticamente chiara, o almeno dovrebbe, la differenza ancora intercorrente tra l’Est e l’Ovest, proprio nel trentesimo anniversario della riunificazione tedesca. Il dettaglio interessante è che comunque sia non tutti i lavoratori a contratto tariffario percepiscono una tredicesima, che di fatto non è un diritto garantito per contratto a tutti e ad ogni scadenza annuale. Inoltre non sempre in Germania la tredicesima assume le forme di una mensilità aggiuntiva, come in Italia, bensì quella di un mero bonus anche da poche centinaia di euro una tantum. In ogni caso anche questo bonus, attraverso l’aggiunta di un’apposita clausola contrattuale, non è garantito dal datore di lavoro. Detto altrimenti, quest’ultimo non è obbligato ad erogare il bonus ogni anno. Qualora decida di non darlo ai suoi lavoratori, o magari di escluderlo o ridurlo per i tirocinanti o per gli studenti anch’essi non raramente impiegati, non deve rendere conto a nessuno della sua scelta. Una classica motivazione della mancata erogazione è un periodo di difficoltà economiche o, peggio ancora, la necessità di risparmiare a causa di un imminente rischio di fallimento.

denaroAltro aspetto economico della Germania di sicuro poco conosciuto è che nel Paese leader del Vecchio Continente non esiste una pensione minima, come in Italia. Ebbene sì, nello Stato più ricco d’Europa non è previsto un importo minimo per chi dopo una vita di lavori, magari non sempre ben pagati, finalmente si riposa. Nell’ormai lontano 2013 la ancora (relativamente) forte SPD aveva proposto una pensione di solidarietà, poi bocciata nelle varie esperienze di grande coalizione con la CDU della Cancelliera Merkel. Tale progetto prevedeva un importo minimo di 850 euro per chi fosse rimasto disoccupato per 30 anni (sic), o per chi durante il medesimo periodo di tempo fosse stato impiegato in settori a bassi salari. Va da sé che le pensioni delle regioni orientali sono ancora oggi più basse rispetto a quelle occidentali. Le proposte della SPD sono state bocciate e si è calcolato che in Germania una pensione su due sia sotto gli 800 euro. La mancanza di una pensione minima forse spiegherebbe il sorprendente dato, secondo il quale 1,42milioni di pensionati si trovi costretto a, o magari anche desideri, lavorare anche dopo il raggiungimento dell’età per uscire dal mondo del lavoro. A riportare questo dato interessante sono stati diversi media mainstream tedeschi, tra cui il “Die Zeit”, facendo notare come l’odierna quota dell’11,4 per cento di pensionati che lavorano sia cresciuta a dismisura dal 2010, quando era appena del 5 per cento. Di fatto è raddoppiata ed è maggiore di quella media degli altri Paesi dell’Unione Europea.

gente anzianaUltimo dato macroeconomico, che nessuno si aspetterebbe di leggere, sulla Germania regina mondiale dell’export, ci viene dall’OCSE. In uno studio (outlook) sulla prospettive dell’economia tedesca per l’anno appena passato, vi sono diversi elogi. Come quello sulla disoccupazione bassa, l’alta qualità della vita e dei servizi e dei salari più alti rispetto alla media degli altri paesi OCSE, per citare alcuni dei punti positivi messi in evidenza nel report. Tuttavia in fatto di stress sul lavoro e di disparità salariale uomo-donna, la Germania col 42 per cento di differenza salariale di una lavoratrice media rispetto al suo collega maschile, non può di certo vantarsi di fronte al resto del mondo. Last but not least l’organizzazione internazionale che raggruppa i 35 Paesi più industrializzati del globo (sempre l’OCSE) si lamenta di aumenti salariali minimi rispetto ad un contemporaneo calo della disoccupazione. “Wage growth in Germany has been very moderate in spite of a tightening labour market (…) The current weak wage growth reflects a longer-term trend in Germany, by which the continuous decline in unemployment over the last decade has not translated into a corresponding rise in wages. A dynamic low-pay sector and lower relative earnings for part-time workers have contributed to this trend”.

L’organizzazione ci tiene comunque a precisare che i lavoratori a salari bassi descritti sopra hanno beneficiato dell’introduzione di un salario minimo garantito a 8,50 euro l’ora a partire dal 2013.

Come visto, non tutto è rose e fiori, nemmeno in Germania. Casualmente il partito populista di destra dell’AfD sta riscuotendo un grande successo nelle regioni orientali dell’ex DDR, quelle cioè maggiormente coinvolte dai fenomeni di impoverimento e precarietà esistenziale menzionati sopra, ma questa è tutta un’altra storia.

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Matteo Corallo

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