Gorbachov-Honecker-©-Bundesarkiv-183-1986-0421-010-Mittelstädt-Rainer-CC-BY-SA-3.0

Il 6 ottobre 1989, quello che passerà alla storia come l’ultimo presidente dell’Unione Sovietica, Michail Gorbaciov, arriva in una Berlino plumbea che si sforza di celebrare i 40 anni della Repubblica Democratica Comunista. L’atmosfera è surreale: mentre all’interno del Palast der Republik nel quartiere di Mitte i gerarchi del Patto di Varsavia esibiscono i rituali pedanti della fratellanza comunista, fuori una folla di cittadini controllati a stento dalla polizia inneggia a Gorbaciov e fischia Erich Honecker, il presidente della DDR.

Ma il vero colpo arriva quando il presidente sovietico annuncia a un esterrefatto Honecker che l’URRS non sosterrà più, né militarmente né economicamente, la Repubblica Democratica Tedesca. È finita, schluss. Il Patto di Varsavia viene liquidato con una frase devastante: «La vita punisce i ritardatari» e l’URRS ha ritardato fin troppo sulla strada delle riforme. Per cui adieu cortina di ferro e carri armati schierati sul confine. D’ora in poi con quelli di là si parla e, soprattutto, si fanno affari. Per Erich Honecker è la fine del mondo. L’uomo che ha legato il proprio destino al comunismo, che ha fatto di tutto per ritagliarsi un posto al sole nel gelido mondo d’oltre cortina, che crede nella Germania comunista più che a sé stesso, è disperato. Nei giorni successivi cercherà affannosamente di tenere insieme i cocci di un mondo in frantumi; incontrerà altri leader disperati come lui, uno su tutti il tremebondo Ceausescu che già intuiva il suo destino nefasto, si abbandonerà al sogno proibito di liquidare il riformista Gorbaciov, padre di tutti i mali, tramando con i suoi nemici a Mosca, ma sarà tutto inutile. La storia punisce i ritardatari e Honecker ha accumulato un ritardo enorme. Finirà con l’esilio, la malattia, l’oblio.

Donald Trump 2 © CC BY-SA 2.0 Gage Skidmore

Per uno strano ribaltamento dei fronti, e fatte le debite proporzioni, il “finis mundis” comunista annunciato dalla buona novella di Michail Gorbaciov sembra rivivere nella minaccia di fine sogno globalista annunciato dai dazi di Donald Trump. Anche in questo caso è la Germania, il discepolo più diligente e volenteroso del capitalismo americano, tanto quanto l’altra Germania lo era del comunismo sovietico, a cadere nella disperazione. Sentimento ben riassunto dallo “Spiegel”, trasformatosi in una specie di “Pravda” del bel mondo globalista, che in un suo articolo recente suona la campana evocando il “BauBau” degli anni Trenta: populismo (quello sancito dalle elezioni italiane, of course) e guerra commerciale; si prospettano (per noi tedeschi) tempi cupi. E sebbene il parallelismo tra l’ascesa in Italia del Movimento 5 Stelle e quello dei fascismi faccia letteralmente pena, e getti non poche ombre sulle capacità intellettuali dei giornalisti dell’occidental “Pravda”, una cosa giusta involontariamente l’azzecca: esiste una relazione diretta tra le politiche di austerità imposte dalla allora Repubblica di Weimar e l’ascesa del nazionalsocialismo.

Domanda: ma se l’austerità contribuisce a creare il pericolo fascista, perché diavolo si è voluto imporre, per oltre un decennio, proprio questa politica a tutta l’Europa? Risposta, che lo Spiegel-Pravda si guarda bene dal dare: perché questo era il sistema prescelto per stabilire le gerarchie e i rapporti di forza tra gli Stati europei. E siccome da questi rapporti di forza è emersa vincente la Germania, ogni piccola minaccia al sistema rappresenta un rischio per le posizioni acquisite in campo economico dalla patria di Goethe. Alla faccia dell’Europa unita, dei “no ai nazionalismi” e degli “in diversity we trust”. Nel rublo e nel rublo soltanto “we trust”, diceva il grande Majakovskij.

Reagan-Gorbachov-©-Ronald-Reagan-Presidential-Library-Flick

Ora però i dazi di “The Donald”, proprio come le riforme di Gorbaciov nel 1989, rischiano di far saltare il banco. Per il momento si tratta di imposte su importazioni di acciaio e alluminio, ma il sospetto, che poi è quasi una certezza, è che possano presto essere seguite da altre ancora più estese. Ciò manderebbe in tilt l’ordine del commercio internazionale stabilito negli ultimi 25 anni dal WTO (World Trade Organisation) e inaugurerebbe una fase di anarchia che andrebbe a chiudere quel ciclo storico inaugurato proprio nel 1989. Trump poi ha dichiarato che l’introduzione dei dazi dipenderà dalla qualità delle relazioni internazionali, facendo intendere che i Paesi clientes otterrebbero comunque un trattamento di favore. Sarebbe la fine del sogno del bel mondo globalizzato dove le grandi organizzazioni internazionali come la World Bank, il già citato WTO o l’IFM (International Monetary Fund) e la UE spianavano la strada al commercio mondiale, sollevando ogni ostacolo sul suo cammino, compreso quello rappresentato dai governi nazionali. All’inizio degli anni Duemila una generazione andò sulle barricate, a Seattle nel 1999 e poi a Genova nel 2001, per protestare contro quel modello economico basato sulla rapina. Oggi quel che rimane di quella generazione si dispera per rischi che sta correndo il commercio internazionale…

© Faz.de

L’incubo tedesco naturalmente è che i dazi vengano estesi all’import delle automobili, ai prodotti chimico-farmaceutici o quelli elettronici, che rappresentano il cuore delle esportazioni tedesche in America, nonché il motore della forza economica germanica. Considerando che l’export totale della Germania verso gli Usa è più che raddoppiato negli ultimi otto anni, passando da 54miliardi di Euro del 2009, a 111miliardi nel 2017, la botta sarebbe epica; tanto più che nulla ormai sembrerebbe poter impedire a Trump di andare avanti sulla sua strada. Per questo, un giorno sì e l’altro pure, media e establishment tedeschi si scagliano a testa bassa contro il presidente americano, in una reinterpretazione del comportamento tenuto dall’establishment della Germania comunista nei confronti dell’allora presidente sovietico; quando Gorby liquidò il mondo comunista con una singola frase.

La differenza è che oggi non c’è nessun primo mondo, nessuna altra sponda a intonare inni a Trump benedicendolo come apostolo del mondo libero che spezza la tirannide mercantilista, come fece allora l’Occidente con i riformisti sovietici. Un po’ perché aggrapparsi a Trump sarebbe da fessi, proprio come passare dalla padella alla brace (ma probabilmente un comunista ortodosso del 1989 pensava la stessa cosa di Gorbaciov), un po’ perché i mondi ce li siamo mangiati tutti. Ci tocca tenerci questo e, ove possibile, cercare di migliorarlo un po’. Possibilmente senza ritardare troppo.

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Lettura di Leopoldo Innocenti

I dazi annunciati dal Presidente statunitense Trump

 

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