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È finita la Seconda Repubblica, e con questi risultati elettorali, è finito il Novecento anche in Italia. Per chi credeva ancora al bipolarismo, alla dialettica tra destra e sinistra o alla politics as usual, dovrà farsene una ragione perché da oggi non sarà più così. Diverse sono le conclusioni che si possono trarre dalle elezioni del 4 marzo, molte le incognite.

In primo luogo si rileva la sconfitta dei cosiddetti partiti tradizionali che si rifanno al Partito Socialista (PSE) e al Partito Popolare europeo (PPE). Il Partito Democratico e Forza Italia risultano essere, in misura diversa, i due grandi sconfitti delle elezioni di questo 2018.

La vittoria schiacciante del Pd alle Europee del 2014 è ormai un miraggio. Se la vittoria del “no” al referendum del 4 dicembre 2016 era un antipasto della catastrofe, il risultato di domenica scorsa sancisce una rovinosa sconfitta. Ottenendo un risultato che si aggira attorno al 19 per cento, il Pd e la sinistra italiana tutta ottengono il peggior risultato dal 1948. Non sarà una débâcle come quella del PS di Benoît Hamon, sceso al 6,44 per cento alle elezioni presidenziali francesi dell’aprile scorso (risultato peraltro molto simile a quello ottenuto alle legislative del giugno 2017), che ha portato alcuni osservatori a considerare il PS un “partito morto”. Tuttavia rimane il fatto, come evidenzia uno studio del CISE, che la sinistra italiana è oggi la seconda più debole dell’Europa occidentale. Per capire la gravità delle perdite, qualche dato. Rispetto al 2013 i Dem perdono 2,6 milioni di voti; 5 milioni se si fa riferimento alle Europee del 2014. Di questi ultimi, osserva SWG, se la metà ha confermato il voto al Pd, il 15,6 per cento ha optato per l’astensione, il restante 34 per cento si è schierato con altri partiti: il 17 per cento con il M5S, l’8 per cento ha optato per il centrodestra, il 3,5 per cento per +Europa e solo il 4 per cento per LeU.

Silvio Berlusconi © CC BY-SA 2.0 Flickr Parlamento Europeo

Forza Italia, dal canto suo, cede il passo per la prima volta dal 1994 alla Lega, cioè da quando Fi e Lega hanno siglato il primo accordo di governo. Con Fi al 14 per cento e la Lega al 17,7 per cento, stando alle dichiarazioni dei leader, sarà Salvini ad assumersi la responsabilità di guidare la coalizione di centrodestra. Il partito di Berlusconi ha ceduto una buona parte dei suoi voti tradizionali proprio al suo competitor più vicino: in regioni azzurre che erano sotto il monopolio di Berlusconi come la Lombardia, il Veneto o il Piemonte, Fi è stata doppiata se non addirittura superata tre volte dalla Lega. All’interno di questa coalizione, pur giocando Fi un ruolo importante, dovrà abituarsi a svolgere il ruolo di gregario insieme agli altri partner minoritari di coalizione. Questo comporta la fine del centrodestra per come lo conoscevamo.

Se da un lato sono questi gli sconfitti, la Lega e il Movimento Cinque Stelle rappresentano i vincitori di questa tornata elettorale ed è soprattutto grazie a loro se risulta difficile continuare a parlare di bipolarismo, di regioni rosse, del concetto di sinistra rappresentato da una forza politica e quindi dell’asse destra-sinistra. Il vento è cambiato: la Terza Repubblica sembra essere davvero alle porte.

Matteo Salvini © CC BY-SA 2.0 Flickr Parlamento Europeo

La vittoria della Lega è evidente. Escluso l’Alto-Adige e una parte di Torino e Milano, il Nord è interamente a guida azzurra, targato questa volta proprio dalla Lega e non più da Fi che per anni ha fatto da padrona. È una vittoria che però non finisce qui perché si incunea fino a Roma e, soprattutto nelle ex-regioni rosse è la Lega a trainare la coalizione: in Toscana passa dallo 0,77% del 2013 al 17,4 per cento ed è terzo partito, in Umbria la coalizione di centrodestra vince tutti i collegi uninominali e la Lega ottiene quasi il doppio di Fi. In Emilia-Romagna il Pd perde 11 punti percentuali e “consegna” la Regione al centrodestra con una Lega che si impone con il 19,2 per cento. La decisione di non chiamarsi più “Lega Nord” bensì “Lega”, e di non concentrarsi quindi più sull’indipendenza e sulla priorità della Padania, sembra aver giovato: oltre alla vittoria al Nord e nelle regioni citate, non si attesta mai al di sotto del 5 per cento né nel Mezzogiorno né nelle isole.

Luigi Di Maio – Betahaus nov 2016 Berlino © il Deutsch-Italia

Il M5S, che con la sua politica “né di destra, né di sinistra” irrompe ancora più prepotentemente nello spettro italiano, è senza dubbi il vincitore numero uno di queste elezioni. Primo partito con il 32,7 per cento alla Camera, il Movimento ha convinto un terzo degli elettori. Se al Nord ha mantenuto percentuali simili a quelle del 2013, sono il Mezzogiorno e le isole ad essere diventate il suo nuovo serbatoio di voti, che raggiunge punte anche del 60 per cento. L’altra metà dell’Italia ha dato un segnale chiaro ed inequivocabile: per lei l’unico cambiamento possibile è il M5S. Questo risultato fa sì che il M5S faccia ora parte, senza se e senza ma, del panorama politico italiano, e che ponga fine definitivamente al bipolarismo e metta in seria discussione insieme alla Lega (e questa volta di netto) l’asse destra-sinistra.

I motivi per cui la metà dell’elettorato si è rivolta a forze in parte populiste in parte non tradizionali sono senz’altro diversi e pieni di sfaccettature. Tuttavia due aspetti non possono non essere citati qui: sicurezza e disoccupazione. Il numero dei migranti, la richiesta di maggiore sicurezza e la crisi della “Willkommenskultur”, in italiano traducibile con “cultura delle porte aperte”, perseguita per anni anche dalla sinistra italiana in modo simile a quella tedesca, hanno dato la spinta decisiva alle destre, e soprattutto a Lega e Fratelli d’Italia, per arrivare alle percentuali raggiunte da questa coalizione al Nord. Al Sud è invece la disoccupazione, soprattutto quella giovanile, ad aver giocato un ruolo fondamentale per la vittoria del M5S: quest’ultimo è stato infatti in grado di intercettare il malessere e di presentarsi come speranza ed unica alternativa. Se si presta attenzione ai territori conquistati dal M5S e li si sovrappongono alla mappa della disoccupazione del Paese, si può notare come combacino. Inoltre, non sembra essere un caso ciò che ha rilevato uno studio Tecné che stima come il 44 per cento dei giovani tra i 18 e i 30 anni, e il 40 per cento tra i 31 e 44 anni abbia votato per il Movimento.

Si tratta, per questi motivi, di una svolta epocale. Una svolta, questa, ricca di incognite sia per il Paese sia per l’Europa. I vincitori dovranno trovare una maggioranza e non sarà per nulla facile. Gli sconfitti dovranno capire come ritrovarsi e non è detto vi riusciranno. Intanto l’Europa aspetta. Non sarà il governo più europeista della storia repubblicana: tuttavia, al momento, un’Italexit non sembra prefigurarsi all’orizzonte.

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Lettura di Leopoldo Innocenti

 

Il commento al risultato delle elezioni da parte di Gustavo Zagrebelski

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