Sahra Wagenknecht © Youtube ZDF

Tutto era iniziato poco più di due anni fa, il 28 maggio del 2016, quando durante il congresso della Linke tenutosi a Magdeburgo (Sassonia-Anhalt), un attivista del suo partito, facente parte di un gruppo che si era definito “Antifaschistische Initiative Torten für Menschenfeinde”, ovvero “Iniziativa antifascista con le torte contro i nemici dell’uomo”, l’aveva colpita in pieno volto con una torta al cioccolato. La vittima dell’episodio la capogruppo presso il Bundestag del partito tedesco, Sahra Wagenknecht. La sua colpa? Aver in più di un’occasione dichiarato che la Germania avrebbe dovuto porre un limite all’accoglienza dei migranti.

Sahra Wagenknecht © Youtube Phoenix

Nata nel cuore della Turingia, a Jena, quarantanove anni fa (li compirà il prossimo luglio), la Wagenknecht, moglie di Oskar Lafontaine (storico leader dell’SPD prima, e della Linke poi), è una donna della ex DDR, come la Cancelliera Angela Merkel (cresciuta a Templin) e la ex leader dell’AfD, ora del Blaue Partei, Frauke Petry (nata a Dresda). Una donna pratica con valori legati alla “sinistra” storica tedesca. È stata infatti membro del PDS (Partei des Demokratischen Sozialismus), il partito di sinistra il cui leader più famoso è l’avvocato Gregor Gysi. La Linke però, partito nato nel 2007 dalla fusione tra il PDS e il WASG (Arbeit und soziale Gerechtigkeit – Die Wahlalternative) formato dai fuoriusciti dell’SPD di Lafontaine, è per l’appunto un partito dalla doppia anima. La prima espressione di una classe sociale più proletaria, e la seconda espressione di una borghesia di stampo più internazionale, più vicina alle posizioni “socialdemocratiche”.

© Youtube die Linke

Ebbene, due anni dopo la famosa torta in faccia, questa volta durante il congresso che si è tenuto lo scorso fine settimana a Lipsia, un’ondata di protesta ha nuovamente accolto il discorso tenuto dalla politica di Jena. Il motivo? Sempre lo stesso, i migranti. E sì che l’inizio della sua relazione, tenuta davanti alla platea (dalla quale si era tenuta quasi in disparte) dei 580 delegati di partito, era stata applaudita convintamente con tematiche che avevano riscosso il consenso generale: la necessità di recuperare i voti persi a favore dell’AfD (Alternative für Deutschland), le sanzioni nei confronti dell’Iran volute dagli Stati Uniti e la critica all’Ambasciatore Richard Grenell (di cui la Wagenknecht avrebbe voluto l’espulsione dopo le dichiarazioni rilasciate al sito ultraconservatore “Breitbart London”), la questione della vendita delle armi da parte della Germania a Paesi quali l’Arabia Saudita o la Turchia. Ma poi è arrivato quell’argomento “tabù”, la questione dei confini da tenere aperti o meno nei confronti dei migranti.

Sahra Wagenknecht © Youtube die Linke

Le posizioni in merito della deputata della Linke sono note: accoglienza sì, ma non confini aperti indiscriminatamente (si è sempre opposta alla Flüchtlingspolitik della Cancelliera Merkel). Un mondo senza confini, sostiene Wagenknecht, è ciò che vuole il capitalismo dilagante, ma non per accogliere (come il ritornello del main stream ripetutamente sbandiera ai quattro venti), bensì per sfruttare i meno fortunati del mondo come manovalanza a basso costo, mettendoli in competizione con i lavoratori tedeschi che già vivono in condizioni economiche disagiate (e che probabilmente hanno dato la loro preferenza all’AfD alle ultime elezioni).

A tale tesi si oppone un’altra donna, Katja Kipping, presidente del partito di fresca rielezione assieme a Bernd Riexinger. La deputata di Dresda è infatti portavoce, per così dire, della larga fazione della Linke che crede che l’accoglienza debba essere prioritaria su ogni altro tipo di ragionamento, ed ha avuto ampio sostegno su questo punto durante il congresso.

© il Deutsch-Italia

Alle elezioni del 2009 il partito da lei guidato aveva raggiunto l’11,9 per cento dei consensi su base nazionale e il 28 per cento negli ex Länder dell’Est (da sempre sua roccaforte elettorale). Nel 2013 era calato all’8,6 per cento su base nazionale, e all’Est i suoi consensi erano calati al 22,7 per cento. Alle ultime elezioni del settembre scorso ha sì guadagnato leggermente su base nazionale, arrivando al 9,2 per cento, ma negli ex Stati della DDR i consensi sono calati al 17,3 per cento. In pratica il suo bacino di voti storico si è andato sempre più restringendo, ma non a favore dei socialdemocratici dell’Spd o dell’Unione, bensì a favore dell’AfD.

Ora un politico intelligente, di qualunque partito sia, dovrebbe analizzare i motivi per i quali il proprio elettorato abbia deciso di cambiare “improvvisamente” le preferenze di voto a favore di un partito con valori fondanti quasi opposti ai propri. Le cose sono due: o gli elettori si sono trasformati, oppure i valori nei quali si sentivano rappresentati in un determinato partito non sono più quelli che tale rappresentanza garantivano.

Il fenomeno è un po’ identico in tutta Europa, e quando ci si azzarda a porsi criticamente domande circa la giustezza di determinati comportamenti, che un tempo soprattutto in un partito che difendeva i valori sociali erano poste d’abitudine, si viene subito tacciati di “populismo” se non addirittura di “fascismo”, non avendo peraltro chi lancia questi “epiteti” la benché minima idea di cosa siano stati in realtà entrambi i fenomeni. Quello che una volta era considerato “il bene comune” (leggi diritti sociali), e che come tale va tutelato a prescindere dallo schieramento politico a cui si appartiene ideologicamente, è stato sottratto al cittadino ed è stato sostituito progressivamente dai “diritti civili”. Questo è accaduto tanto da noi in Italia, quanto altrove in Europa, Germania inclusa. Porsi una domanda su cosa sia più giusto fare per aiutare chi è più sfortunato (spesso direttamente danneggiato dall’opulento Occidente), magari a casa sua, non fa di chi si pone il problema in un’ottica più globale un insensibile seguace di Hitler in Germania o di Mussolini in Italia. Così come peraltro non rende nazisti o fascisti quegli elettori che ricercano la difesa dei propri valori e diritti in partiti che, un po’ approfittando della situazione, un po’ essendosene “appropriati” in modo certamente intelligente e fatti portavoce per la latitanza colpevole di altri, dichiarano apertamente di volerli difendere e tutelare.

Sahra Wagenknecht © Youtube die Linke

Secondo un recente sondaggio promosso dal quotidiano “Bild” se la Wagenknecht decidesse di fare un suo  partito riscuoterebbe un discreto successo. Per la precisione ben il 32 per cento degli elettori dell’Spd, il 23 per cento di quelli dei Verdi, e ancora il 21 per cento di quelli della Fdp sarebbero disposti a votarla. La cosa più interessante, tuttavia, è che il 30 per cento degli elettori di AfD si sono detti felici di poter “rientrare” nei ranghi di un partito che fosse da lei guidato.

La “sinistra”, o ciò che di essa rimane, in Germania come altrove, dovrebbe discutere apertamente dei problemi, invece di ripetere a pappagallo una cantilena di frasi fatte che non coinvolgono più emotivamente e razionalmente quello che una volta era il suo “popolo”, se vuole ancora tentare di risalire la china. Sahra Wagenknecht lo ha fatto con il suo partito, in modo intelligente, mettendo in gioco se stessa, ben consapevole che quella del confronto è la strada più difficile da percorrere. La dialettica, secondo Platone, era lo strumento principe per la ricerca della verità attraverso tesi contrapposte, ed è alla base della democrazia. Demonizzare l’interlocutore non sulla base del ragionamento, ma di un malcelato vuoto di argomentazioni riempito di slogan, ha portato nella storia a tragiche conseguenze.

Chissà se “la Linke” lo capirà per tempo!

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Il discorso di Sahra Wagenknecht al congresso di Lipsia

© Youtube Die Linke

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