Sei tu Rudi Dutschke?

© Gretchen Klotz

Alla risposta affermativa, il giovane estremista di destra urlò «allora crepa bastardo comunista» e sparò tre colpi alla testa del leader del movimento studentesco. Il capitolo del Sessantotto tedesco si concluse in modo tragico in una fredda mattina dell’11 aprile del 1968, quando Josef Bachmann, un fallito dal quoziente d’intelligenza di un criceto che aveva difficoltà a eseguire i lavori più umili, sparò tre colpi di pistola. Ma Rudi Dutschke sopravvisse. Incredibilmente. Per salvarlo i medici gli asportarono pezzi di cervello, tanto che nessuno pensava che il giovane leader, conosciuto per la sua dialettica brillante, potesse tornare a una vita normale. Lo ricucirono e attesero. Il resto lo fece la forza di volontà di un giovane originario di Schönefeld, presso Luckenwalde, una località 100 km a Sud di Berlino. Lentamente Dutschke tornò alla vita e, visto che il suo cervello era ridotto a una tabula rasa, dovette ricominciare da zero: imparò di nuovo a parlare, a leggere, a scrivere e visse altri dieci anni in modo quasi normale.

Ma chi era questo giovane uomo che 50 anni or sono fece tremare la buona borghesia della vecchia Bundesrepublik? Chi era questo Bürgerschreck (in pratica, una sorta di provocatore), come lo chiamavano i media del tempo, che si era messo a capo di un movimento studentesco spudorato, sbucato apparentemente dal nulla e che osava sfidare l’ordine costituito in tutte le sue manifestazioni? Figlio di un impiegato di posta, la madre era casalinga, Rudi cresce nella Germania comunista, ma riceve un’educazione religiosa di tipo evangelico fortemente orientata all’impegno sociale. Ciò costituirà il fondamento irrinunciabile del suo pensiero politico rivoluzionario, che si distinse da quello degli altri leader studenteschi europei del tempo per la forte tensione escatologica. Nella sua famosa intervista televisiva all’“ARD” nel dicembre del 1967 dichiarava:

© CC BY-SA 2.0 Hans Weingartz Wikipedia

«Abbiamo la possibilità di cambiare le basi strutturali della condizione umana. Lo possiamo fare, non siamo degli idioti della storia senza nessuna speranza. Per la prima volta nella storia dell’umanità, in questo moneto storico incredibile abbiamo la possibilità di mutare radicalmente le condizioni di vita e i rapporti di forza che regolano e opprimono le società da migliaia di anni…»

Il processo di cambiamento rivoluzionario doveva avvenire mediante la Aufklärung sistematica e progressiva della società, compiuta da un gruppo determinato e consapevole di persone che, con le loro azioni dimostrative non violente, avrebbero via via evidenziato le contraddizioni del sistema capitalista. Non una presa di potere di tipo leninista quindi, ma una progressione costante basata sulla persuasione quasi religiosa. Qualcuno a tale proposito sottolineò le analogie con il pensiero e l’azione di Martin Luther King, che proprio in quel periodo negli Usa stava portando avanti la battaglia per i diritti civili della popolazione di colore. Liberare l’uomo dalle condizioni strutturali che ne limitano la libertà. Svincolare l’umanità da quelle organizzazioni economiche, sociali, militari e politiche, che impediscono l’emancipazione degli individui e il loro pieno sviluppo. Una via di mezzo tra il cristianesimo materialista e il marxismo utopico. Molti suoi contemporanei ammettevano candidamente di non comprendere a pieno il senso di quelle parole che alle loro orecchie suonavano troppo astratte, ma Rudi Dutschke era carismatico e questo bastava per riconoscerlo come leader del movimento studentesco. Memorabile lo scontro con il filosofo Ralf Dahrendorf nell’autunno del 1967.

Ralf Darendorf (a sinistra) ©-Bundesarchiv-145-F031122-0017-Engelbert-Reineke-CC-BY-SA-3.0

Darendorf: «I leader rivoluzionari in una situazione dove la rivoluzione non può essere fatta diventano presto delle figure ridicole. Io penso che noi oggi abbiamo certamente alcuni leader rivoluzionari, ma, e per fortuna dico, la situazione attuale del nostro Paese non è per niente rivoluzionaria».

Dutschke: «La nostra idea di rivoluzione è un processo di consapevolezza da raggiungere in un percorso a lungo termine. Se oggi non esistono le condizioni domani certamente sì».

Darendorf: «In questo modo, signor Dutschke, posticipando il processo rivoluzionario a una data incerta nel futuro, lei rende la sua tesi inattaccabile e quindi di fatto indiscutibile. Una teoria come tante sulla quale non c’è nulla di interessante da dire».

Ma Darendorf era un pensatore liberale, e soprattutto concreto, che non aveva nessuna dimestichezza con l’utopia escatologica di Dutschke e la sua ansia per i preparativi messianici di un mondo nuovo. Il giovane era coraggioso: nel 1957, in segno di protesta contro la militarizzazione della DDR, si mostrò renitente all’invito che la Volksarmee, l’esercito della Germania comunista, rivolgeva agli studenti liceali per arruolarsi volontariamente. Quel gesto così eclatante, Rudi era uno dei migliori studenti della sua scuola, lo pagò con il divieto di iscriversi all’Università. Per proseguire gli studi fuggì a Berlino Ovest, nell’agosto del 1961, appena pochi giorni prima della costruzione del Muro.

Rudi Dutschke © CC BY-SA 3.0 Hans Peters Anefo

La Bundesrepublik degli anni Sessanta odiava il Revoluzer venuto dell’Est, che eccitava le fantasie ribelli della buona gioventù tedesca, distraendola dal futuro di classe dirigente a cui era stata destinata fin dalla nascita. La storia però si fece beffe dei critici, in quanto furono proprio le utopie escatologiche portate in dote da quel movimento a dare nuova linfa al sistema capitalista e a trasformarlo nell’attuale macchina ideologica e moralizzatrice che non fa prigionieri. Allora però l’odio nei confronti del Revoluzer era profondo. Tanto che nel vederlo agonizzante sul marciapiede della Kurfürstendamm, la testa aperta dai proiettili sparati da Bachmann, qualche passante esclamò: «questo maiale lo avrebbero dovuto bruciare invece di sparargli…». Forse il tributo più sincero glielo rivolse proprio Darendorf, quando, davanti alle telecamere che lo intervistarono subito dopo l’attentato, esclamò scosso che Rudi Dutschke non aveva mai avuto parole di odio per nessuno. Le sue polemiche erano sempre state dialettiche, razionali, pensate con criterio e mai usate per aizzare gli animi. Lo stesso non poteva dirsi dei suoi nemici.

Dopo l’attentato Rudi Dutschke abbandonò la vita politica attiva per dedicarsi alla ricerca universitaria. Tornò alla ribalta alla fine degli anni Settanta, appena in tempo per partecipare alla fondazione del partito dei Grünen (i Verdi), l’azione politica forse più carica di conseguenze politiche della sua breve, ma intensa vita. Morì il 24 dicembre del 1979, a soli 39 anni, a causa di una forte crisi di epilessia; malattia della quale soffriva in seguito all’attentato. I tre colpi di pistola sparati da un balordo neonazista lo raggiunsero a freddo undici anni dopo.

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Lettura di Leopoldo Innocenti

Rudi Dutschke

3 Sat © Youtube

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