© il Deutsch-Italia
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Una chiesa, un’enorme basilica: è questo il primo pensiero che m’è venuto alla mente vedendone l’interno. Ed in un certo senso lo è questo luogo. Qui si sono celebrate delle cerimonie, ma lavorative, per oltre un secolo. Operai in fermento, ovunque, dovevano movimentare come tanti monaci laboriosi le mura di quest’enorme ventre di balena. E l’eco delle loro voci doveva rimbombare, assieme a molti altri rumori, proprio come accade ancora oggi al suono delle nostre di voci. O meglio, anche a quello di altre persone che scopriamo averci preceduto in questo posto apparentemente vuoto. Un’altra eco attira infatti la nostra attenzione in alto. Istintivamente dirigiamo tutti e tre lo sguardo verso la fonte di quelle voci e vediamo due figure, piccolissime in lontananza, che s’affacciano da una balaustra di ferro, direi occhio e croce posta a più di 20 metri d’altezza. Sono armati. Ma di macchine fotografiche, proprio come Vincenzo. La scoperta dell’“altro” è reciproca e ci si saluta con un gesto della mano, a significare “tutto ok”. Un po’ mi dispiaccio di quest’incontro. Pensavo, o per meglio dire m’ero illuso, di essere soli per tutto l’arco di queste nostre esplorazioni, covando segretamente quella sensazione che si deve provare nell’esplorare per la prima volta al mondo un’isola deserta, dove mai prima uomo aveva messo piede. Pazienza, mi dico come un bambino che ha dovuto condividere un gioco al parco pubblico. Già, perché la sensazione è un po’ questa; quella di essere in un enorme parco giochi per adulti, tornando un po’ bambini quando ci si avventurava nel parchetto sotto casa, fingendo d’essere all’interno della foresta amazzonica. Ė comunque una “distrazione” di attimi, perché il fascino del luogo non lascia spazio a piccoli inconvenienti e ti riassorbe subito.

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Giriamo dietro quattro enormi “siluri”, probabili containers di qualche sostanza chimica di certo non proprio salutare, ed ecco la seconda sorpresa del posto. Su ciascuno dei quattro ci sono ad attenderci 4 opere del misterioso artista che aveva lasciato il segno anche fuori dal bunker di Bernau. Anche queste sono figure con maschere per respirare sul volto; anche queste sono molto evocative e fatte con un realismo eccezionale. Il mistero di chi sia questo artista molto particolare si fa sempre più grande e la curiosità s’ingigantisce sempre più al riguardo. Non un nome, non una firma accanto alle sue opere. Un vero peccato, penso ancora ignaro del fatto che lo scoprirò in seguito, proprio grazie al nostro cicerone molto professionale*.

Proseguiamo ed usciamo dall’altra parte dell’edificio, anche per non disturbare più di tanto i due urbex che ci avevano preceduti. Usciti ci troviamo di fronte altri due alti edifici ed in lontananza un paio di cisterne verso cui ci dirigiamo. “Venite, è stato anche qui” ci dice Vincenzo che c’aveva preceduti. “Chi?” domando io incuriosito. Non c’è bisogno di parlare: altre due figure con maschere in volto ci stavano aspettando alla base delle due cisterne, proprio sul pelo di quella che sembra essere acqua non proprio limpida. Il colore grigio-verdastro del liquido ben s’adatta alle figure “protette” disegnate sulle pareti delle cisterne. La sola domanda che mi viene in mente è: “come diavolo avrà fatto a calarsi in quel posto, senza dovercisi immergere, per fare quei due piccoli capolavori di denuncia?”. Non so, mi giro ed osservo il sole che lentamente sta calando dietro alle grandi ciminiere. “Saranno alte più di 50 metri”, ci diciamo con i miei due compagni di viaggio.

“Certo, per me che soffro di vertigini sarebbe stato un bel problema doverci salire su per lavoro”, dico io. “Ah, peccato” replica Giuseppe. “Allora tu non verrai con noi dove erano i due urbex che abbiamo visto poco fa?” Replica lui con un tono un po’ di sfida. Beh, se sono venuto fin qua per starmene a vedere gli altri fare un’esperienza unica, mi dico, che ci sono venuto a fare? Rientriamo nel grande edificio di prima, giusto in tempo per vedere scendere i due tizi di cui avevamo udito le voci miste alla loro eco. Si avvicinano, sono tedeschi. Ci scambiamo un brevissimo saluto e ne prendiamo il posto su per la scala che porta alla piattaforma con la, per me “piccolissima”, balaustra in ferro. Salgo guardando sempre avanti a me e mai in basso. La concentrazione è massima. Mi tornano in mente le parole di Giuseppe circa il famoso campanello d’allarme, ovvero la paura che deve essere sempre presente in chi esplora questi posti. Vincendo una ritrosia istintiva arrivo in cima. Un panorama mozzafiato. Ė come salire sulla cupola di S. Pietro a Roma, mi dico guardando la strada fatta. La sensazione che provo, come tutti quelli che soffrono di vertigini, è di vedere un po’ tutto girare sotto di me, ma il colpo d’occhio è notevole. Sarebbe stato come rinunciare a visitare un’ala di un castello per la paura del drago. Giammai!

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Dopo aver ammirato il panorama lunare che si gode da lassù, scendo come un eroe che ha conquistato la vetta del monte Everest e mi dirigo trionfante verso l’esterno, estremamente soddisfatto di quella “prova di coraggio”. Mi giro all’improvviso, perché un ronzio dietro di me mi fa pensare alla presenza di un grande moscone. Non si tratta di un insetto, o meglio non di uno in “carne ed ossa”. Con stupore vedo girare alle mie spalle un drone. Sì, proprio uno di quelli che si vedono sui filmati di Youtube od in televisione. Questo è reale e gira indisturbato fra colonne e cumuli di terriccio. Ha una telecamera montata al centro di una struttura quadrata con quattro eliche poste sugli angoli, che gli permettono di girare veloce fra le rovine della fabbrica. Scopriamo ben presto chi lo guida. All’esterno infatti sono arrivati alcuni ragazzi, muniti di radiocomando ed attrezzature varie. Sono venuti anche loro nel “parco giochi” per adulti.

Altro scambio veloce di sguardi per “rassicurarsi” a vicenda, poi ciascuno continua la propria esplorazione a modo suo.

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Giuseppe si dirige su di un alto cumulo di macerie di un edificio franato. Chissà se è venuto giù per l’incuria o un incidente? Poco lontano ci sono infatti dei segni evidenti di un incendio. I miei compagni decidono di salire lungo una scala che porta alla sommità di un altro edificio. Io declino l’invito. Troppo per la messa alla prova giornaliera del mio “senso dell’equilibrio”

S’è fatto tardi, il sole ci sta veramente facendo capire che vuole andare a dormire ed anche noi iniziamo a dare cenni di stanchezza. La giornata è stata lunga e piena di emozioni che vanno sedimentate. C’incamminiamo sulla strada del ritorno, non senza aver dato un’occhiata all’interno dell’ultimo edificio rimasto. Era il primo che avevamo incontrato arrivando. Vi entriamo: anche questo è enorme, vuoto e con evidenti tracce del luogo che fu. In terra scorgiamo infatti un faldone contenente alcuni fogli. Sono in tedesco e la data sopra scritta è il 12 settembre 1963. Sono qui da oltre 50 anni. Era l’anno in cui i sovietici avevano da poco mandata nello spazio la prima donna (Valentina Tereshkova), mentre dall’altra parte dell’oceano Martin Luter King aveva da pochissimo pronunciato la celebre frase, speranza ed esempio per una gran parte dell’umanità, “I have a dream”. Poco dopo verrà assassinato a Dallas John Fitzgerald Kennedy. Il mondo viaggiava veloce in quell’anno e chissà come sarà stato qui, fra questi edifici impolverati, brulicanti di uomini troppo indaffarati per occuparsi di ben altro che non dell’efficienza della linea di produzione.

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Ci riavviamo al varco dal quale eravamo entrati. Ci giriamo come a salutare il nostro personalissimo parco giochi. Il sole “colora” quelle pareti grigiastre con una tonalità ocra. Ora il cecchino non ci fa più paura. Ci ha “graziati”. Sarà andato via anche lui, soddisfatto per aver regalato emozioni forti ad un pubblico di curiosi. Ci sarà tempo per puntare con il suo fucile di precisione altri esploratori come noi; domani prenderà regolarmente il suo posto lassù, nella parte più alta e nascosta di questo monumento della memoria.

* Qualche giorno dopo la nostra esplorazione ricevo un messaggio da Giuseppe: “l’ho trovato!”, mi dice trionfante. Ha reso felice anche me scoprire il nome del misterioso artista delle “maschere chimiche”. Il suo nome è Ken.

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La fabbrica dei veleni

© Youtube Bernd Wonde

 

 

Per chi volesse contattare Giuseppe S., per farsi guidare come noi in questi viaggi esplorativi, può scrivere alla seguente mail.

Le immagini della fotogallery: © Vincenzo Di Giuseppe per il Deutsch-Italia

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Nato a Roma, laureato in Filosofia all'università "la Sapienza", è giornalista professionista. Ha collaborato con ilSole24Ore, con le agenzie stampa Orao News e Nova e in Germania con il magazine online ilMitte.

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