Cina
Cina

Uno dei temi geopolitici che più sta tenendo banco negli ultimi giorni sulla stampa italiana, e perfino su quella internazionale, è il recente memorandum d’intesa tra il Governo italiano e la Repubblica Popolare di Cina. Tema centrale dell’accordo è l’intenzione di adottare una maggiore collaborazione futura tra i due Paesi, per quanto concerne il cosiddetto progetto cinese della “Nuova Via della Seta”. Questa ambiziosa visione prevede da parte di Pechino l’investimento di centinaia di miliardi di dollari nella costruzione di nuove infrastrutture, sia in Asia che in Europa, che possano permettere da qui ai prossimi decenni di far circolare merci via treni veloci tra i due continenti, quello asiatico e quello europeo. Le ferrovie ad alta velocità dovrebbero passare, se non lo stanno già facendo, in molte di quelle aree, come per esempio l’Asia Centrale e la Turchia, che nell’Alto Medioevo vennero percorse dall’esploratore veneziano Marco Polo. Il tragitto storico, che ora il Governo cinese vorrebbe rispolverare, venne definito in tempi remoti come appunto “Via della Seta”, vista la notevole importanza che questo prezioso materiale, prodotto in Cina ed in altri Paesi asiatici, ebbe per l’economia tessile europea.

Merci - container

Merci – container

Città leggendarie come Samarcanda (ora in Uzbekistan), decantate dalla famosa ballata del nostro Vecchioni, potrebbero ritornare al loro vecchio splendore. Ma al di là di affascinanti reminiscenze storiche, questo progetto geopolitico “made in China” sta turbando chi, fino a questo momento, ha tentato in tutti i modi di frenare l’ascesa della Cina come prima potenza al mondo. Stiamo parlando anche di tutti quei governi americani che dal 1989 in poi si sono succeduti a Washington, i quali hanno finora garantito il controllo dei commerci marittimi sui 3 oceani, anche grazie all’ingombrante presenza dalla flotta statunitense. Il passaggio di milioni di tonnellate di merci provenienti dalla Cina e dirette verso uno dei mercati, ancora oggi nonostante la crisi, più prosperi del pianeta (e viceversa) attraverso l’hinterland euroasiatico, potrebbe portare al calo dei traffici marittimi, che finora hanno sostanzialmente contribuito all’ascesa delle potenze anglosassoni al ruolo di dominatori dei commerci internazionali, con le inevitabili ricadute politiche. In secondo luogo se in futuro gli europei, i cinesi e gli altri importanti Paesi coinvolti nel tragitto della “Nuova Via della Seta”, come la Russia e la Turchia per citarne solo due, dovessero decidere di pagare le transazioni in Euro, o in altra moneta, ciò potrebbe comportare la fine di quella che diversi analisti ed intellettuali, anche nostrani come il filosofo Diego Fusaro, definiscono la dittatura del Dollaro. A mettere in guardia il Governo italiano si è scomodato perfino il portavoce del Dipartimento di Stato americano, Garrett Marquis, il quale in data 9 marzo ha twittato che “Italy is a major global economy and great investment destination. No need for Italian government to lend legitimacy to China’s infrastructure vanity project”.

Atene

Atene

Ma a turbare il sonno della ragione degli odierni padroni del discorso non ci sono solo i treni che dalle steppe mongoliche potrebbero portare non più orde di soldati famelici, bensì ricchezza e prospettive di sviluppo da tempo frustrate, ma anche i porti mediterranei del Sud Europa. Infatti questi ultimi non sono stati affatto esclusi dai piani cinesi, poiché l’idea fondamentale è quella di utilizzarli come primi approdi dei container che via Oceano Indiano, passando per il Canale di Suez, arriverebbero al Mediterraneo. Già diversi anni fa, nel pieno della drammatica crisi greca, l’azienda statale cinese di trasporti marittimi Cisco aveva rilevato buona parte del porto greco del Pireo, in quel momento in fase di privatizzazione a causa delle ineffabili politiche d’austerità imposte dalla Trojka, assicurandosene così la gestione per i prossimi 35 anni tramite regolare contratto. Già all’epoca, anche se stiamo parlando di soli 5 anni fa, vi fu chi aveva gridato al primo passo di una colonizzazione cinese dei “nostri” porti europei. Da alcuni anni a questa parte l’attenzione cinese si è invece spostata sui porti

Genova

Genova

italiani, in primis Genova e Trieste, i quali vengono considerati dal punto di vista geografico come i primi punti d’arrivo dei beni provenienti da Shangai ed Hong Kong. Il memorandum, o accordo che dir si voglia, d’intesa del Governo italiano con quello cinese si prefigge proprio lo scopo di aumentare la collaborazione sia commerciale che politica, come scritto nero su bianco nel preambolo, tra i due Paesi, oltre che contrastare l’unilateralismo ed il protezionismo commerciale, espressioni anch’esse visibili nella traduzione italiana del documento, e che farebbero chiaro riferimento alle recenti politiche americane. L’accordo dovrebbe essere ratificato durante l’odierna visita in Italia (21-23 marzo) del Presidente cinese Xi Jinping, a meno di pressioni dell’ultima ora provenienti dall’altra parte dell’Oceano.

– continua e finisce qui

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Samarcanda – Roberto Vecchioni

© Youtube Narinternational

Matteo Corallo
classe 1987, laureato in Giurisprudenza a Trieste, sua città natale, blogger. Dal dicembre 2013 vive in pianta stabile a Berlino, dove si diletta a scrivere di Germania e dintorni tentando di verificare se è vero quanto si dice sul mito tedesco della “locomotiva d’Europa”. Dal febbraio 2018 collabora con il Deutsch – Italia, per il quale scrive di politica, attualità ed anche piccole curiosità berlinesi, a suo modesto parere non analizzate a sufficienza dai media cosiddetti mainstream. Per contatti: m.corallo@ildeutschitalia.com.

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