Università "La Sapienza"

Università “La Sapienza” © il Deutsch-Italia

Un vecchio proverbio dice che “delle buone intenzioni sono lastricate le vie dell’Inferno” e, come spesso accade, non sempre le motivazioni per le quali si è fatto o programmato qualcosa hanno portano poi all’esito sperato. È questo il caso del cosiddetto “Processo di Bologna”. Contrariamente a quanto il nome potrebbe far pensare non stiamo parlando di un caso da tribunale, ma di un procedimento di armonizzazione scolastica enunciato (almeno sulla carta) nell’ormai lontano 1999 da 29 Paesi, tra i quali anche l’Italia e la Germania, che decisero di creare entro il 2010 uno “Spazio Europeo dell’Istruzione Superiore” (EHEA), con l’obiettivo di promuovere la mobilità e rafforzare la competitività della piazza formativa europea.

All’epoca furono concordate diverse misure, legate fra di loro, atte a realizzare questo proposito, che vennero integrate in incontri successivi (Praga 2001, Berlino 2003, Bergen 2005, Londra 2007, Lovanio/Louvain-la-Neuve 2009, Budapest/Vienna 2010, Bucarest 2012, Erevan 2015 e Parigi 2018) che hanno visto l’allargamento ulteriore dei Paesi partecipanti al progetto (oggi siamo arrivati a 48). A Bologna si stabilirono principalmente i seguenti obiettivi: la creazione di un sistema di titoli comprensibili e comparabili; quella di un sistema di titoli di studio a due cicli (bachelor e master); l’adozione di un sistema di crediti formativi (secondo il modello ECTS, European Credit Transfer System, ossia il riconoscimento dei crediti); la promozione della mobilità e quella della collaborazione europea per l’assicurazione della qualità; ed infine la promozione della dimensione europea nel settore dell’istruzione superiore.

Università “La Sapienza” © il Deutsch-Italia

Tuttavia questa uniformazione delle procedure di cui sopra è più un’intenzione che una realtà. Le procedure di riconoscimento dei titoli e delle qualifiche italiane all’estero, e la documentazione richiesta per ottenere tale riconoscimento, dipendono dalle regole e dalla legislazione specifica del Paese dove si intende ottenere tale riconoscimento. Non esiste infatti alcuna forma di riconoscimento sovranazionale o automatico tra differenti Paesi. Anche nel caso di accordi bilaterali o multilaterali in materia, si dovrà sempre sottoporre una richiesta di riconoscimento o passare tramite una procedura valutativa nel sistema estero. Ciò vale anche all’interno dei Paesi dell’Unione europea, tenuto conto che tale materia è demandata alla competenza di ogni singolo Stato.

In Germania l’equipollenza dei titoli è regolamentata dal “Centro per l’istruzione straniera (Zentralstelle für ausländisches Bildungswesen) e per quelli universitari è necessaria una Anerkennung, ossia una equipollenza che però varia da Land a Land, e da Università ad Università. Ad ogni modo nei casi generici fa riferimento l’accordo le cui linee guida generiche possono essere reperite qui.

La Umboldt Universität di Berlino

La Umboldt Universität di Berlino © il Deutsch-Italia

In Italia ad occuparsi del riconoscimento dei titoli di studio è il CIMEA, ossia il Centro di Informazione sulla Mobilità e le Equivalenze Accademiche che, come purtroppo avviene da un po’ di tempo a questa parte per diverse istituzioni del nostro Paese, mette in bella mostra anche nella pagina d’informazioni in italiano alcuni termini in lingua inglese (e francamente non se ne comprende bene la ragione). Polemica a parte sulle sviste di traduzione dei siti internet il sito dovrebbe dare informazioni utili al riconoscimento dei titoli di studio stranieri rispetto a quelli italiani, e come si legge nella sua pagina “Chi siamo” «svolge dal 1984 la propria attività di informazione e consulenza sulle procedure di riconoscimento dei titoli di studio e sui temi collegati all’istruzione e formazione superiore italiana e internazionale». Un vero ginepraio di regolamenti e leggi che variano in base a infinite variabili.

In pratica di facilitazione e di mobilità per quanti intendano studiare o completare la propria formazione all’estero non se ne vede l’ombra in nessun Paese aderente al Processo di Bologna. Certamente non in Italia o in Germania. Per quanto riguarda i 28 Paesi dell’Unione (ancora per poco 29), una volta di più sembra chiaro che l’Europa unita è rappresentata più da una moneta unica che da tutto il resto che dovrebbe creare i cittadini di una futura federazione di nazioni. Sarebbe forse il caso che piuttosto che “parlare” di Unione Europea, ogni tanto, si mettessero in atto anche cose concrete che dessero agli oltre 500milioni di cittadini che ne fanno parte la sensazione che ci si possa sentire realmente una comunità.

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La difficile equipollenza dei titoli di studio

© Youtube Cimea

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